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Non possiamo non essere cristiani

La proposta di introdurre nelle scuola la storia delle religioni non è sbagliata in sé ma l’intento è fondamentalmente laicista ed anticlericale

“Come la letteratura occidentale non sarebbe pensabile senza i poemi omerici, senza Shakespeare, senza Dante, così la nostra cultura nel suo più ampio insieme non avrebbe senso se volessimo tagliarne via il Cristianesimo”.

È pure per questo, per ciò che scrive il filosofo Gianni Vattimo, che non può prescindersi dall’insegnamento del cristianesimo nelle scuole. Diversamente, tuttavia, la pensano quanti vorrebbero il contrario, in nome dell’ormai abusata laicità dello Stato.

Nei giorni passati, ad esempio, a Torino, nel corso di un convegno organizzato dal centro “Piero Calamandrei” è stata avanzata la proposta di introdurre nei programmi scolastici lo studio della storia delle religioni. Nulla da obiettare, se la proposta non si basasse sull’assunto secondo cui oggi l’insegnamento religioso si concretizza in una sorta d’indottrinamento da parte della Chiesa, a detrimento della libera formazione delle coscienze. Un male da curare, secondo i proponenti, affidando direttamente allo Stato l’insegnamento di religione, che sarebbe così neutrale.

Nei fatti, per come sembra evidente, un palese tentativo di liquidare le previsioni del Concordato del 1984, secondo l’antico e ben vivo orientamento che punta a sfrattare dalle scuole la religione cattolica e, al tempo stesso, a spazzar via quanto di cattolico in esse esiste per indicazione della Costituzione, per far posto invece a forme di insegnamento non laiche, ma laiciste.

Che queste mire cozzino contro la Carta costituzionale e gli accordi concordatari è lampante. Ancor più importante, però, è evidenziare come esse siano, di fatto, la negazione del principio che pure dicono di voler affermare: il pluralismo. Le scuole italiane sono già religiosamente plurali. Lo sono sulla base delle intese con altri culti. Lo sono perché parte di una società già multietnica.

E che questa sia la verità lo ha certificato nel 2001 anche la Grande Chambre di Strasburgo, che nel legittimare la presenza del Crocifisso nelle aule lo ha fatto richiamando – certo non a caso – il carattere pluralista della scuola italiana, aperta a diverse presenze religiose ed in grado di garantire i giovani da condizionamenti confessionali.

Questo mentre altrove, ad esempio nella vicina Francia, dove da più d’un secolo la stretta laicista ha completamente spazzato via la religione dagli istituti scolastici, accade che quando i bimbi vadano a far visita ai musei si chiedano in coro chi siano le baby sitter ritratte nei vari quadri con in braccio sempre lo stesso bimbo. In realtà la donna dai tanti volti è sempre la stessa, la Vergine Maria, come sempre identico è il bambino, suo figlio Gesù.

Morale: è giusto migliorare, nel nostro come in altri Paesi, il pluralismo scolastico, per adeguarlo ad una globalizzazione che sta portando tra noi tradizioni e religioni diverse, ma senza rinunciare a quelle conquiste di libertà e autentica laicità che caratterizzano la storia e l’ordinamento italiani, dei quali il cristianesimo è parte essenziale poiché, ricordava anche Benedetto Croce, “esso ha modellato il nostro modo di sentire e di pensare in guisa incancellabile”.

Insomma, non possiamo non essere cristiani: un albero può cambiare le foglie, non le radici.

 

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