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Treno / Pixabay CC0 - Meditations, Public Domain

Non più tempo neppure per mangiare, di Vincenzo Bertolone

L’orologio è ormai una sorta di giudice inesorabile, persino in chiesa

«Tutti hanno un orologio, nessuno ha tempo».

Non si è mai occupato di ferrovie e ferrovieri, il filosofo francese contemporaneo Michele Serres. Eppure, la sua osservazione pare attagliarsi perfettamente a quel che sta succedendo in queste settimane nel mondo delle rotaie, al riparo dai riflettori e dall’interesse generale: un grande paradosso, racchiuso in un codicillo. Meglio, in un articolo del nuovo accordo firmato tra quasi tutti i sindacati e la società che si occupa di personale e materiale rotabile su incarico di Trenitalia. Che cosa prevede questa norma? Che i macchinisti i quali – a causa di ritardo del treno – abbiano rinunciato alla pausa pranzo, si ritroveranno dieci euro in più in busta paga. Insomma, si può anche saltare un pranzo e passare direttamente alla cena, in cambio di una manciata di euro, un calcio alla propria salute e forse pure alla sicurezza, visto che in mancanza di un piatto caldo per non svenire toccherà comunque arrangiarsi con un panino mentre si è alla guida della motrice. Situazioni che le parti dell’accordo avranno certamente ben considerato. Resta un punto sul quale nessuna mediazione appare possibile: il tempo. L’ansia di monetizzare anche i respiri pur di trarre utili pure da essi.

La notizia restituisce una grande verità dei giorni nostri: l’orologio è ormai una sorta di giudice inesorabile, persino in chiesa, dove non è affatto raro scorgere fedeli che consultano i loro spesso preziosi cronografi nell’ansia di andar via, contingentando così pure il tempo riservato alla propria anima ed all’amore di Dio. Senza rendersene conto, insomma, si è finiti col diventare schiavi del tempo che si voleva invece sottomettere: guai, ad esempio, a infrangere la sequenza degli impegni d’ufficio, a interrompere una serie di affari o di incombenze per restare da soli, fermarsi, passeggiare, pensare, respirare, riflettere. Certo, è pur vero – per dirla con Ovidio – che non bisogna dilapidare «il tempo che divora ogni cosa». È altrettanto innegabile il bisogno di evitare l’eccesso opposto, ben descritto da Erich Fromm: «L’uomo moderno fa le cose in fretta per non perdere tempo, ma poi non sa che fare del tempo guadagnato, se non ammazzarlo». Tuttavia, mai come nell’epoca contemporanea una civiltà che è di per sé fondamentalmente sedentaria si affanna a racimolare attimi ritenuti preziosi, più che per desiderio di conoscenza quale pulsione interiore, sintomo di scontentezza, insoddisfazione, attesa frustata.

Proprio in una società come la nostra, per la quale il tempo è denaro, probabilmente è necessario riappropriarsi di spazi per vivere in modo personale, libero, intimo, creativo, quieto e sereno. Ogni ora che svicola via non è solo uno scatto del cronometro cosmico, ma una porzione di vita che si consuma e non consente più di trovare, oltre i ponti ed i fiumi turbolenti della storia, quell’approdo che sia un po’ più in là, nell’infinito e nei vasti orizzonti dell’anima.

Saper usare bene il tempo, fosse anche solo per un veloce pasto, diventa allora una virtù. Forse è arrivato il momento di lasciare l’orologio e riprendersi il tempo. Sui treni, in chiesa, ovunque. Tutti i giorni. Sempre.

Monsignor Vincenzo Bertolone è arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace e presidente della Conferenza Episcopale Calabra.

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