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Uno di Noi

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Non c’è civiltà senza diritto alla vita

Il prof. Giuseppe D’Agostino, presidente dell’Unione Giuristi Cattolici, spiega perché l’iniziativa ‘Uno di noi’ può ridare all’Europa la forza per essere “faro di civiltà”

Il professor Francesco D’Agostino è ordinario di Filosofia del diritto alla Università di Roma Tor Vergata, è stato presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica ed è presidente dell’Unione Nazionale Giuristi Cattolici Italiani, il cui direttivo ha da tempo aderito alla seconda fase di “Uno di noi”. D’Agostino è anche tra i massimi esperti italiani nel campo bioetico ed uno di primi ad aver sottoscritto la testimonianza e l’appello con cui si chiede alle istituzioni europee di dare seguito alla iniziativa sottoscritta da oltre due milioni di cittadini europei. ZENIT lo ha intervistato perché da profondo conoscitore dell’idea stessa di Giustizia potrebbe spiegare e invitare gli studiosi di diritto di qualsiasi convinzione religiosa e politica ad aderire all’iniziativa europea “Uno di Noi” che ha contribuito a promuovere in prima persona.

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Che cos’è e cosa propone l’iniziativa “Uno di noi”?

L’iniziativa “Uno di Noi”, volta alla difesa e al rispetto della vita umana embrionale, è rilevante sotto diversi profili, che cerco di riassumere rapidamente. In primo luogo, essa vuole porre un limite allo sperimentalismo scientifico, alla pretesa, cioè, di molti scienziati di oggi di manipolare la natura (e quella umana in particolare) partendo dal dogma secondo il quale ogni ricerca sarebbe intrinsecamente etica, perché finalizzata ad ampliare l’orizzonte del sapere umano. Non c’è alcun dubbio che il sapere sia intrinsecamente buono, ma non dovrebbe nemmeno esserci alcun dubbio che non tutte le modalità di acquisizione del sapere possono essere ritenute buone: l’esempio delle sperimentazioni attivate dai medici nazisti sugli internati ad Auschwitz è inconfutabile. Se, per sperimentare, devo di necessità e intenzionalmente umiliare, manipolare o uccidere una vita umana, la mia dignità di scienziato sperimentatore si azzera totalmente, quali che siano i risultati che potrei eventualmente ottenere dalle mie ricerche.  In secondo luogo, la difesa dell’embrione umano –in quanto uno di noi- possiede un valore giuridico e simbolico altissimo, perché implica l’assunzione consapevole e radicale che i diritti umani valgono in assoluto e devono essere invocati primariamente per difendere quelle vite umane che non sono in grado di difendersi da sole: e la vita umana prenatale è un perfetto esempio di quanto sto dicendo.

La Corte di Cassazione italiana, il 22 dicembre 2015 e la Corte Europea dei diritti dell’uomo il 27 agosto 2015, hanno detto che “l’embrione non è una cosa”. Al giurista si chiede: se non è una cosa, cos’è?

Se l’embrione non è una “cosa”, non può ovviamente che essere una “persona”, perché tra le cose e le persone non esistono realtà intermedie. Secondo le insuperabili espressioni del filosofo Immanuel Kant, alle cose possiamo dare un “prezzo”, possiamo cioè valutarle da un punto di vista utilitaristico e commerciale; le persone, invece, non possono mai avere un valore “monetario”, perché hanno una dignità e la dignità non ammette calcoli di alcun tipo. Posso utilizzare le cose, ma non posso utilizzare le persone: le devo semplicemente rispettare. E’ incredibile come questa limpida dottrina, elaborata da Kant duecento anni fa e giustamente venerata da tutti coloro che condividono una visione “laica” dell’etica, ancora non riesca ad essere unanimemente condivisa in ambito bioetico e venga in particolare messa frettolosamente tra parentesi quando si parla della vita dei nascituri.

Quale rapporto vi è tra il concetto di giustizia e il riconoscimento dell’embrione come individuo vivente appartenente alla specie umana?

Giustizia significa” dare a ciascuno il suo”, riconoscere cioè spettanze assolute a chi ne abbia diritto. E l’embrione umano –per chi sia convinto che non è una “cosa”, ma una “persona”- ha due diritti fondamentali: quello di nascere e quello di non essere manipolato geneticamente (se non nel suo stesso interesse, cioè per finalità terapeutiche). Negare questi diritti agli embrioni è il presupposto per negarli a qualsiasi altro essere umano, in ogni fase della sua vita: e purtroppo dobbiamo convincerci che questo può ben succedere, perché, storicamente, è già successo.

Secondo lei, il principio di precauzione, sempre evocato nel campo ecologico, deve essere applicato nel contesto di diverse opinioni riguardo alla identità umana dell’embrione?

Certamente sì, a condizione che non si usi il principio di precauzione (un principio “pragmatico” e quindi, all’occasione, derogabile) come “surrogato” del principio dell’assoluta dignità della persona umana: solo quest’ultimo è un principio assolutamente inderogabile.

Madre Teresa di Calcutta, sia nel ricevere il premio Nobel per la pace nel 1979, sia nel discorso pronunciato nell’Assemblea Generale dell’ONU nel 1985 ha detto: “L’aborto è il principio che mette in pericolo la pace nel mondo”: come giudica il giurista questa affermazione?

L’affermazione di M. Teresa possiede a mio avviso una rilevanza mistica e antropologica, non certo “politica”. Accettare la legalizzazione dell’aborto volontario significa accettare che la vita umana sia “disponibile”: e questo comporta inevitabilmente una corruzione (la parola, lo so, è forte, ma non riesco a trovarne un’altra) dell’animo umano. Naturalmente, dobbiamo fare eccezione per le situazioni abortive caratterizzate dalle tante possibili forme di tragicità, di cui è intessuta l’esperienza umana e in cui può trovarsi la donna che si decide ad abortire: qui l’insegnamento di Papa Francesco sulla misericordia è imprescindibile.

Giovanni Paolo II nel 1985, parlando ai Vescovi di Europa ha detto che l’aborto è la sconfitta dell’Europa. Come valuta il giurista una così forte affermazione?

L’aborto è una sconfitta per l’Europa sotto un duplice punto di vista: perché l’Europa è stata, per secoli, il “luogo” della cristianità e perché la battaglia per il riconoscimento dei diritti umani sembrava aver ottenuto in Europa –dopo le esperienze totalitarie- una compiuta vittoria. E così non è stato.

Più di due milioni di cittadini Europei nel 2014 hanno presentato alla Commissione Europea la richiesta di riconoscere come “uno di noi” il figlio dell’uomo e della donna fin dal concepimento. Come giudica il giurista questa espressione “uno di noi” riferita al concepito?

Si tratta chiaramente di un’espressione priva di rilievo tecnico-giuridico, ma, a mio avviso, carica di una forte carica comunicativa. Purtroppo dobbiamo prendere atto che solo una minoranza di giuristi ha operato e continua lodevolmente ad operare per costruire un’adeguata teoria giuridica della protezione della vita nascente.

Secondo lei, qual è il fondamento giuridico della obiezione di coscienza nel campo sanitario? La coscienza deve essere giuridicamente tutelata anche quando sull’esistenza del valore riconosciuto dall’obiettore vi sono dubbi scientifici oppure quando molti ne negano l’esistenza per ragioni ideologiche?

L’obiezione di coscienza è pienamente se stessa quando tocca i confini del martirio, cioè quando l’obiettore “paga” la sua decisione di disubbidire alla legge, Ciò non di meno le attuali norme che tutelano gli obiettori (tra le quali, non dimentichiamolo, ci sono anche le norme “animaliste”, che riconoscono il diritto all’obiezione contro la sperimentazione scientifica sugli animali) sono preziose, perché mantengono attiva nella coscienza civile diffusa la consapevolezza della problematicità di leggi di carattere “etico”. Si osservi inoltre che il sogno dei primi obiettori (quelli che si rifiutavano di adempiere agli obblighi di leva e comunque di usare armi) era quello di poter far dilatare l’obiezione fino a tali limiti da rendere impossibile l’uso sociale, poliziesco e militare della forza: si trattava certamente di un sogno, ma dotato di una sua nobiltà. Se oggi, tutti i medici (o la loro stragrande maggioranza) si rifiutasse di praticare aborti volontari, ne trarremmo tutti un profondo insegnamento e cioè che il radicale sì ippocratico alla vita (e il contestuale no all’aborto e all’eutanasia) non è ancora stato dimenticato da coloro che esercitano la più nobile delle professioni, cioè la medicina.

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