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“Non c’è niente di male a cadere, è sbagliato rimanere a terra”

Storia di Vincenzo Mangiacapre, un ragazzo di “periferia” che ha saputo riscattarsi grazie ai valori del pugilato

Il pugilato è una metafora della vita. Ricevere pugni e cadere sono esperienze ordinarie, saperle incassare trasformandole in slancio da cui ripartire è un esercizio impervio, ma è da qui che si misura la tempra di una persona. Ne sa qualcosa Vincenzo Magiacapre, ventiquattro anni dei quali quindici passati sul ring, tre bronzi conquistati nel 2011 ai Mondiali dei superleggeri a Baku, agli Europei di Ankara e, nel 2012, alle Olimpiadi di Londra.

La sua storia inizia a Marcianise, un paese di 44mila abitanti in provincia di Caserta, laddove – come confida lui stesso a ZENIT – “o prendi a calci un pallone o fai a cazzotti”. Una “periferia” in cui la palestra, come il campo di pallone, possono rappresentare il rifugio dalle tentazioni. Rifugio in cui Vincenzo è finito un po’ per gioco, come si conviene a un bambino di nove anni.

“Ero un po’ cicciottello, così entrai in palestra con l’obiettivo di dimagrire”, spiega. Ma bastò un primo pugno al sacco per far diventare quell’approccio disinvolto al pugilato in un viaggio di sola andata. In pochi mesi smaltì i chili in eccesso, prima ancora aveva già attirato gli sguardi esperti dei maestri. Avevano visto in lui “cose che gli altri ragazzini non erano in grado di fare”, ossia il talento.

Talento che da solo non basta. Sul ring, come in qualsiasi altra ambito sportivo, servono determinazione e testa sulle spalle. Doti che al piccolo Vincenzo non mancavano affatto. La palestra divenne non la sua seconda, bensì la sua prima casa. “Passavo più tempo lì che in qualunque altro posto”. Entrava alle quattro del pomeriggio e talvolta era l’ultimo a uscire prima che il proprietario chiudesse la saracinesca, oltre le nove di sera.

Mantenne questi ritmi quotidiani fino ai quattordici anni di età, passando con i maestri la maggior parte del suo tempo. “Per me loro furono come dei padri – spiega -, i quali mi insegnarono prima di tutto a essere umile e poi mi fecero capire che lo spirito di sacrificio alla fine paga sempre”.

A interrompere questo inflessibile idillio tra Vincenzo e il pugilato fu l’adolescenza. “Come tutti i ragazzi, in quella fase ho fatto un po’ il bullo”, ricorda oggi. E un bullo così bravo a tirare cazzotti si contorna inevitabilmente di un rispetto non disinteressato da parte dei coetanei, soprattutto di coloro che oggi Vincenzo identifica come parte di “amicizie non giuste”.

Fu così che la strada strappò questo pugile in erba alla palestra. Pugni dati e ricevuti, ma non con i guantoni ed entro un apparato di regole, se non quelle ruvide che regnano nei bar e sui muretti diroccati. “Sono caduto e mi sono fatto male”, racconta senza vergogna Vincenzo. Il quale fu costretto per un verdetto emesso da un giudice non di un ring a “passare un periodo a casa da solo”.

Una condizione punitiva che può costituire l’opportunità per riflettere su sé stessi. Da un paio di domande partì infatti la sua catarsi: “Cosa voglio fare nella vita?”. E ancora: “Cosa so fare nelle vita?”. La risposta fu immediata: “Niente mi riesce meglio che fare pugilato”. Decise allora di indossare di nuovo i guantoni, stavolta per tenerseli stretti come una bussola che indica il cammino.

Una riacquisita determinazione che fu subito foriera di nuove soddisfazioni. Il maestro Lello Bergamasco – tutt’oggi c.t. della Nazionale italiana – si spese in prima persona per integrare questo ragazzo tra gli azzurri. “La svolta della mia vita”, la definisce Vincenzo.

Viaggi internazionali: si inizia da Mosca nel 2010, dove arriva fino ai Quarti degli Europei; poi, sempre per gli Europei, la sorpresa di Ankara, dove questo ventunenne ottiene la medaglia di Bronzo e la qualificazione alle Olimpiadi di Londra.

Nel 2012, quindi, il sogno di ogni sportivo: varcare il cancello del Villaggio olimpico per prendere parte al non plus ultra della competizione. “Forse anche per il mio passato nessuno si aspettava niente da me”, dice oggi Vincenzo. Eppure la sua caparbietà lo portò a sconfiggere il kazaco Daniyar Yeleussinov, attuale campione del mondo, e accedere così alle Semifinali. La conquista della medaglia di bronzo e il ritorno in Italia “a testa alta”. Anche gli ultimi scettici si erano dovuti ricredere, perché quei pugni incassati anni prima erano diventati per Vincenzo un formidabile slancio.

Uno slancio avvenuto anche grazie a una famiglia unita che l’ha saputo sostenere. E di cui oggi lui riconosce l’importanza. Come riconosce l’affetto di uno zio malato di Sla, inchiodato su un letto, che segue incessantemente la sua carriera. “Mi dimostra il suo bene non per quello che sono diventato ma per quello che sono e basta”, spiega Vincenzo.

La famiglia e il pugilato, con i loro legami e la loro disciplina, rappresentano una scuola di valori. Vincenzo ne conosce il patrimonio, di qui il suo impegno nel sociale. Da qualche anno è diventato ambasciatore della Steadfast Onlus, nata per la tutela della cultura e la promozione dello sviluppo dei Paesi in difficoltà economica.

Ambasciatore la cui vita racchiude le finalità della Steadfast. Un ragazzo cresciuto in “periferia”, a Marcianise, che riesce a cambiare le sue sorti diventando un simbolo di riscatto per tanti giovani vulnerabili alle tentazioni. Del resto, come diceva un certo Muhammad Alì, “non c’è niente di male a cadere, è sbagliato rimanere a terra”.

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