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Niente gender tra i banchi. L’esperienza della scuola parentale

La volontà di dare ai propri figli un’educazione più in sintonia con i propri valori, spinge sempre più famiglie a scegliere una via originale e alternativa all’istituzione scolastica tradizionale

È ufficialmente iniziato oggi, 1 settembre, l’anno scolastico 2015/16. In attesa della riapertura delle scuole (che avverrà in tutta Italia entro il 16 settembre), docenti e dirigenti scolastici si sono radunati per le riunioni preliminari e per la stesura del Pof (Piano dell’offerta formativa), nel quale vengono illustrati i progetti curriculari ed extracurriculari dell’istituto. È attorno a questo documento che ruota l’introduzione di corsi all’educazione “alle differenze”, “alla non discriminazione” o “all’affettività” che celano l’ideologia gender.

Mentre numerosi genitori italiani attendono, dunque, di sapere quale sarà l’offerta formativa dell’istituto in cui hanno iscritto i propri figli, una minoranza di famiglie ha risolto il problema, risparmiandosi patemi, attraverso l’adozione di una scelta scolastica originale e alternativa.

Lezioni solo al mattino, maestra unica, massimo dieci alunni per classe, pochi libri, niente compiti a casa e nessuna traccia (nemmeno sotto mentite spoglie) del gender nei programmi di studio. Si tratta della scuola parentale, iniziativa di auto-organizzazione da parte di genitori desiderosi di dare ai figli un’educazione ritenuta, semplicemente, più adeguata alla sensibilità infantile.

Benché insolita e ad oggi poco diffusa, educare i propri figli al di fuori dell’istituzione scolastica tradizionale è una scelta consentita dalla Costituzione italiana (art. 30 e 33), dal Codice Civile (art. 147) e da diversi decreti e leggi. Sin dagli albori dell’Unità d’Italia se ne trovano riscontri legali: la legge Coppino, risalente al 1877, contempla “l’insegnamento in famiglia” alternativo a quello scolastico.

Del resto, istruire i propri figli è un dovere dei genitori, ma questi hanno la possibilità di scegliere come poterlo assolvere: delegando il compito alla scuola pubblica, tramite la scuola privata (parificata o non) oppure occupandosene direttamente, con l’aiuto di persone scelte da loro stessi, in condivisione con altri genitori, familiari e amici, oppure personalmente. In questi ultimi due casi è necessario, al termine dell’anno scolastico, che gli alunni superino un esame da privatista per ottenere il titolo di studio con valore legale.

Dal sito di Alleanza Parentale</a> (una delle associazioni che si occupa di questa originale realtà) si apprende che al mantenimento della scuola parentale contribuisce ogni famiglia con un quota volontaria mensile secondo le proprie disponibilità economiche. La flessibilità del prezzo non incide negativamente sui servizi offerti, che risultano più efficienti di quelli di tante scuole pubbliche.

Infatti – spiega ancora il sito di Alleanza Parentale – tutti i locali sono messi a disposizione gratuitamente da enti locali (in genere parrocchie), e “sono dotati di aule a norma, bagni separati maschi/femmine, palestra, ampio giardino con giochi per la ricreazione (incluso campo da calcio e pallavolo)”. Un dopo-scuola fino alle 18.00 è inoltre offerto a quanti lo desiderano.

Staggia Senese, Brescia, Monza, Bergamo, Verona e Padova sono le località in cui è già possibile trovare scuole parentali. Ma gli organizzatori assicurano che, alla luce dell’interesse concreto suscitato in tanti genitori di tutta Italia, cammini analoghi stanno per iniziare anche altrove. Indice del fatto che sempre più persone hanno preso coscienza di quella che Benedetto XVI chiamava già nel 2008, in una Lettera alla diocesi e alla città di Roma, “emergenza educativa”.

Emergenza cui la scuola pubblica, evidentemente, è diretta responsabile e che è confermata – come sottolineava l’attuale Papa emerito – “dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita”.

Ma com’è possibile che si formino persone “capaci di collaborare con gli altri” al di fuori delle aule scolastiche, che sono da sempre luoghi di socializzazione? A questa obiezione risponde Samantha, che svolge volontariamente il ruolo di insegnante presso l’Alleanza Parentale. Lei spiega che la realtà di cui fa parte, offrendo “più amore, più attenzione educativa e più cura del singolo bambino”, permette di “formare gli uomini e le donne di domani più pronti ad affrontare i rapporti con gli altri e le sfide della vita”. La sfida nei confronti dell’educazione al gender, intanto, è già stata lanciata dai loro genitori.

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