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Nicolò d'Alfonso

Nicolò d'Alfonso's family

Nicolò d’Alfonso: la “microstoria” di un intellettuale dell’Ottocento

In un libro del pronipote Francesco d’Alfonso, il caso emblematico di un grande pensatore che rivela una sconcertante attualità

Se c’è un fattore subdolo e invasivo che minaccia, oggi, la tenuta della società, è l’assenza di memoria storica. Sembra che tutti gli “ismi” che si ritenevano, almeno in parte, debellati – autoritarismo, fascismo, schiavismo, antisemitismo, terrorismo, razzismo – si siano dati appuntamento in questo scorcio di inizio millennio, manifestando una nuova virulenza. Più volte si è levata alta la voce del Santo Padre per esortare l’umanità al rispetto delle norme etiche che modellano la convivenza. La stessa Laudato Si’ è un appello in tal senso. Le parole di Francesco sono un monito ai potenti della terra ma anche un richiamo alle nostre coscienze individuali.

Perché la storia non è fatta solo di grandi personaggi e grandi eventi ma anche di “microstorie” che richiamano la responsabilità di ciascuno.

Appunto una “microstoria” è la protagonista di un pregevole volume, pubblicato recentemente dalle Edizioni Città del Sole, di cui è autore il giovane saggista Francesco d’Alfonso, già segnalatosi per un’intensa attività culturale: dal festival di musica classica “Musica d’estate al Laterano” alla rubrica “Arte e Cultura in Città” del programma Ecclesia in Urbe, trasmesso da Radio Vaticana. Il libro s’intitola L’onesto solitario (sottotitolo: Vita e opere del filosofo Nicolò d’Alfonso) ed è dedicato ad un “intellettuale difficilmente classificabile in una categoria precisa e che, forse per questo motivo, la storia ha frettolosamente messo da parte”. 

Francesco d’Alfonso è impegnato da anni nella riscoperta del suo avo Nicolò: filosofo, pedagogista, medico e scrittore, a cui aveva già dedicato, nel 2013, il saggio Nicolò d’Alfonso. Ritratto di un intellettuale indipendente (Apollo Edizioni). La definizione di “microstoria”, riferita al suo avo, si deve appunto a lui, laddove (nella premessa) illustra questa categoria nella quale deve calarsi chiunque voglia comprendere appieno il significato del suo ultimo libro. 

“Esiste una sorta di curiosa omologia tra lo studio della microstoria e quello delle cellule di un organismo”, scrive il prefatore Francesco D’Agostino, ordinario dell’Università di Roma Tor Vergata. “Come in queste è presente la totalità del patrimonio genetico di un individuo, così negli eventi e nelle personalità della microstoria si presenta la straordinaria complessità di un’epoca, in tutte le sue varianti”.

Ecco allora il ritratto di un uomo che assurge “a esempio paradigmatico di come l’onestà non possa che essere solitaria, ma anche di come, nel contempo, l’onestà, pur nella sua fragilità, faccia scuola, in forma lieve, mite, sommessa, ma nello stesso tempo moralmente limpida e in quanto tale capace di operare nell’intimo delle coscienze e di formarle”.

Ultimo di quattro fratelli, Nicolò d’Alfonso (1853-1933) nacque a Santa Severina (Crotone). La sua fanciullezza trascorse serena tra la lettura e lo studio, per il quale mostrò presto una spiccata propensione. Si iscrisse contemporaneamente alla facoltà di medicina e a quella di lettere e filosofia presso la Regia Università di Napoli, laureandosi in entrambe le materie. Dopo la laurea, esercitò per sei anni la professione di medico condotto nel suo paese d’origine, dedicandosi nel contempo ad una rilettura critica della Sacra Scrittura, “pur rimanendo rigorosamente fedele al magistero della Chiesa”.

Il libro riporta alcuni estratti delle sue opere di quel periodo: “l’educazione morale è la principale condizione che rende possibile la vera società; anzi la vera vita morale è la vita sociale”. E ancora: “nella scuola si compie in maniera completa lo sviluppo psichico morale pratico dei bambini; la scuola deve combattere l’egoismo insito nella natura dell’uomo, ispirare amore per gli altri e, di conseguenza, l’abnegazione dell’io per il raggiungimento di uno scopo comune”.

“Studiare e scrivere: era quella la strada che intendeva seguire. L’esercizio della professione medica aveva fatto maturare in lui la consapevolezza che lo studio della medicina era stato funzionale a quello filosofico, sostenendo e compiendo la formazione del suo pensiero. La sua vera vocazione era ormai chiara: la dedizione totale all’insegnamento”.

A questo punto, la biografia personale si fonde in un complesso scenario di eventi: le pubblicazioni scientifiche, le collaborazioni letterarie, l’amore per il teatro shakespeariano… Appunto l’ammirazione per il genio di Stratford-upon-Avon denota la concezione della cultura che caratterizzava il pensiero del prof. d’Alfonso. Nel drammaturgo inglese ammirava la “compenetrazione tra il fisiologo, il patologo, lo psicologo, il moralista, il giurista, il politico, lo storico, il filosofo, il grande artista e il grande scrittore”.

Il punto d’approdo della sua carriera di docente, sarà il Magistero di Roma, dove insegnerà pedagogia e filosofia per 34 anni avendo come colleghi Luigi Pirandello, Luigi Capuana e Maria Montessori. E al tempo stesso svolse un’intensa attività di scrittore, con ben 67 titoli pubblicati. Tra le sue frequentazione letterarie è da ricordare quella con Benedetto Croce, al quale fu legato da reciproca stima.

Ma nonostante il prestigio intellettuale e l’impegno profuso nell’insegnamento, il prof. d’Alfonso rimase sempre un “onesto solitario”, estraneo ai gruppi culturali (e politici) dominanti che “si intrecciavano alle sorti dell’Italietta in continua trasformazione”. Fino a restare vittima della “scure” del ministro Giovanni Gentile che, con una spregiudicata manovra di potere, lo estromise dalla cattedra del Magistero per fare posto ad un docente suo protetto.

Possiamo dire, in conclusione, che L’onesto solitario è un libro che affascina. Per più motivi. Per l’andamento narrativo che, pur rispettando i dettami di una documentata biografia critica, non perde mai di mordente e non rischia mai di annoiare il lettore; per la scrittura fluida ed elegante e per la capacità di miscelare il dato biografico con la temperie culturale del tempo, tratteggiandone esiti e contraddizioni. 

L’autore del libro, Francesco d’Alfonso, riesce in un’impresa letteraria né facile né scontata: quella di sottrarsi ad un (pur comprensibile e legittimo) rischio di autoreferenzialità legato al ricordo del suo avo, per restituirci una storia di vita vissuta che ci obbliga a confrontarci con i problemi del nostro tempo e con le sorti della classe intellettuale del Paese. 

Il “caso ottocentesco” che ci viene raccontato rivela una sconcertante attualità: quella di un brillante docente universitario che viene estromesso dal suo ruolo, in assenza d’ogni regola e tutela, semplicemente per essersi trovato, senza sua volontà né colpa, ad essere d’intralcio agli interessi del potere. Incertezza del diritto, gestione nepotista, burocrazia kafkiana… sembra cronaca d’oggi. Ed è trascorso un secolo.

Ma nonostante questo – conclude l’autore, rivolgendo un commosso ricordo al suo avo – “lontana dal clamore della celebrità, la sua anima continua a vivere nelle pagine dei suoi libri, perpetuando l’esempio di una vita etica e intellettuale lasciata in eredità alle generazioni future”.

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