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Nibali trionfa al Tour de France

Il racconto di un’impresa che sa di leggenda

È una gioia immensa, una gioia senza fine, ho i brividi in tutto il corpo“: con queste parole Salvatore Nibali, il papà di Vincenzo, lo squalo dello Stretto, ha salutato l’exploit del figlio al Tour de France.

Oggi sulla Tour Eiffel sventola il tricolore e l’italiano Vincenzo Nibali, sedici anni dopo Marco Pantani. È il settimo italiano a vincere la Grande Boucle, entrando nel club dei grandissimi, avendo in bacheca anche il Giro d’Italia e la Vuelta di Spagna.

La vittoria di Nibali, ora imperatore del ciclismo, è stata preparata e guidata, da quando aveva 14 anni, dalla sua prima gara a Solarino, in provincia di Siracusa.

Mio padre – dice la sorella Carmen – lo segue da quando era piccolo, perché anche lui è appassionato di bici, quando a tredici anni Vincenzo voleva smettere di correre, gli diede uno schiaffo. Egli reagì ed è salì di nuovo sulle due ruote. Questa è la vittoria più bella il meritato premio per un vero campione, formatosi in Toscana, a Mastromarco (Pistoia), dove è attivo il club “CanNibali”.

L’accertata “manifesta superiorità” che la stampa e la critica francese gli ha tributato gli hanno fatto meritare il titolo di “imperatore”, ribattezzato, nel commento di Antoine Vayer, ex direttore della Festina, come l’“ultimo sovrumano” del Tour.

Non sono mancate le note polemiche come “l’emigrato siciliano” che abbandonò l’isola per non essere soffocato dalla piovra con le sue ombre mafiose.

La città di Messina è oggi in festa per questo suo figlio glorioso, che fa onore alla Sicilia e all’Italia. Nibali, che si è rilevato un vero padrone della corsa, ha conquistato tutti, soprattutto i francesi: ha pedalato da esperto sul pavè, ha dominato le montagne con una vittoria sui Volschi, una sulle Alpi e sui Pirenei. È andato forte anche a cronometro ed il trionfo agli Champs Elysees, segna il meritato riconoscimento al suo impegno di ciclista.

Salvatore Famulari titolare della rosticceria in via Cesare Battisti a Messina, accanto al negozio dei genitori di Nibali, per l’occasione ha anche creato l’arancino Nibali di colore giallo, come la maglia del tour, con salmone, rucola e formaggio e, quando il ciclista messinese vinse il giro d’Italia, ne aveva creato uno di colore rosa come la maglia.

I sacrifici compiuti con il sostegno della famiglia della moglie Rachele, della piccola Emma Vittoria e dei genitori, Salvatore e Giovanna, testimoniano un’esemplarità umana e professionale, che merita attenzione e rispetto.

La sua famiglia, radicata nella terra di Sicilia, ricca di tradizioni religiose e di fede popolare ha trasmesso ad Enzino, com’è chiamato in famiglia, e dagli amici, un patrimonio di valori che l’hanno reso non solo bravo nel ciclismo, ma onesto nella vita.

Il ricordo del nonno Vincenzo, che gli regalò il primo triciclo a tre anni, è ancora vivo nella sua memoria di bambino, che cominciò a correre controvento nei pressi di Villafranca Tirrena, con lo sguardo verso le Isole Eolie.

Le sue espressioni di attaccamento alla famiglia, agli amici, alla madre di Pantani, alla quale consegnerà la maglia gialla, ricambiando il dono ricevuto, in occasione del decennale della morte di Marco, quando mamma Tonina regalò a Nibali la maglia gialla del figlio, sono tutti segni e testimonianza di radicati valori umani e cristiani.

Voleva diventare invincibile, inattaccabile, e c’è riuscito, acquisendo tattica e strategie per superare gli avversari, ricalcando le orme di Felice Gimondi. Non ha il fuoco interiore di Pantani ma la capacità di trasformare le corse impossibili fra Alpi e Pirenei quasi in una kermesse cicloturistica.

Nibali, orgoglio dei Messinesi, soprannominato lo “Squalo dello Stretto”, anche se in quel tratto di mare ci sono principalmente pescespada, si qualifica un campione vero, misurato, come il bergamasco Gimondi. Ha stravinto il Giro d’Italia 2013, ha dominato il Tour de France, ora è re del ciclismo e “imperatore” a Parigi.

Gli auguri del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, del premier Matteo Renzi e del presidente del Coni, Giovanni Malagò, coronano un’impresa, che ha tutto il fascino di una leggenda. Il suo nome e la sua vittoria sono oggi una bandiera di tutta l’Italia.

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