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Motherhood

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Nepal e India: primi segnali di rifiuto della maternità in affitto

I due Paesi asiatici, che vivono sotto la soglia minima di povertà, offrono una grande lezione ai paesi occidentali: rinunziare al denaro e scegliere la libertà 

Mentre in Europa e negli Stati Uniti si cerca in tutti i modi di diffondere l’ideologia dei gender, puntando ad estendere alla coppie omosessuali gli stessi diritti della famiglia naturale formata da un uomo ed una donna, nei paesi asiatici, come Nepal ed India, si iniziano a mettere in discussione le pratiche della maternità surrogata. Le Corti Supreme dei due paesi stanno intervenendo sulla delicata questione della maternità in affitto, una pratica che coinvolge molte donne dei lori paesi.

Il Nepal ha dichiarato un blocco momentaneo della pratica dell’utero in affitto per coppie straniere, additando una duplice ragione: accertarsi della destinazione dei bambini nati dalla mamma surrogata e salvaguardare la salute psicofisica di queste donne. Molti dei bambini nati in Nepal da donne locali sono destinati a coppie omosessuali da Francia, Stati Uniti e Israele. Quel liberalismo iniziale, condito da un finto buonismo e da forti guadagni economici da parte di strutture sanitarie e mediatori, sembra aprire gli occhi verso la condizione di schiavitù di queste donne, distrutte nell’animo e nel corpo da strutture mediche che cercano di raggiungere il massimo guadagno con una minina spesa. 

Anche l’India, che registra un introito di 2 miiliardi di dollari l’anno per la pratica dell’utero in affitto, sta discutendo di limitare o di abolire definitivamente questa pratica disumana che toglie la dignità alle madri surrogate. Questo principio di cambiamento costituisce un segnale di speranza per tante donne del mondo ridotte in questa nuova e crudele forma di schiavitù. La testimonianza di tante mamme surrogate, la tenacia di associazioni e di movimenti che tutelano la dignità di queste donne, sono state la spinta per dar voce ad un dramma umano che coinvolge le madri in affitto ed i loro figli. 

È davvero un segno sorprendente la reazione di coraggio avuto da parte di questi paesi, i quali stanno offrendo una grande testimonianza al mondo intero: la dignità umana è superiore agli interessi economici, la maternità non è un realtà da svendere, i figli non possono essere considerati merce di scambio. Paesi come l’India e il Nepal, che vedono una grande fetta della loro popolazione vivere al di sotto della soglia minima di povertà, offrono una grande lezione ai paesi cosiddetti occidentali: rinunziare al denaro e scegliere la libertà è un atto di grande dignità e coraggio.

Considerato l’iniziale rifiuto da parte di questi paesi asiatici, non è difficile pensare che le coppie richiedenti si sposteranno verso altre nazioni, dove si continua a perpetrare questo traffico di essere umani, come si può definire senza usare troppi giri di parole. La causa di questo commercio è l’indigenza della popolazione, che crea drammatiche condizioni di contorno, le quali contribuiscono a far attecchire queste pratiche disumane con l’appoggio silenzioso e complice dei governi locali. 

I mediatori probabilmente saranno gli stessi, forse se ne aggiungeranno di nuovi, ma una cosa è certa: la risposta di questi due paesi asiatici, che sicuramente non sono a maggioranza cristiana, ci lasciano il grande insegnamento che le questioni etiche e morali sul concepimento della vita umana non sono un fatto che riguarda esclusivamente la dottrina cristiana, ma sono il frutto della decisione di una coscienza critica consona con le regole fondamentali della natura umana. 

Sfruttare le disgrazie altrui per arrivare ad avere un figlio, comprare il corpo di una donna surrogata per diventare madre o padre, essere complici di un giro di affari che sfrutta le donne ed arricchisce medici e mediatori, sono gesti di egoismo di chi vuol costruire la propria felicità a danno del più povero di lui, dove la povertà morale delle coppie richiedenti è più miserabile della povertà economica delle mamme surrogate.

Dal momento che il mercato dell’utero in affitto è internazionale, sarebbe auspicabile che se ne occupassero enti internazionali che operino trasversalmente nei vari paesi del mondo, in modo da dialogare unitariamente sia verso le istituzioni dei paesi che sfruttano le mamme surrogate sia verso i governi delle coppie dei paesi richiedenti, affinchè possano legiferare contro la possibilità di fare entrare nel loro territorio bambini nati dalla pratica dell’utero in affitto. 

Questa lotta combattuta su entrambi i fronti contiene la forza intrinseca di debellare questa piaga planetaria, che si spera possa esaurirsi attraverso l’adozione di una regolamentazione internazionale, capace di verificare la sua applicazione, e laddove si renda necessario, di sanzionare le eventuali trasgressioni con la dovuta severità.

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