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Nella vita non c’è Gioia senza Tristezza

Il film d’animazione Inside Out incanta il pubblico insegnando a riconoscere e ad accettare i propri sentimenti, abbattendo gli stereotipi della società contemporanea

La Pixar e la sua punta di diamante, il regista Pete Docter, ci avevano abituato a capolavori d’animazione fondati sul linguaggio delle emozioni. Tra questi, Up (2009) sembrava aver toccato una vetta impossibile da superare: la profonda riflessione sulla solitudine e sulla capacità di provare gioia in tutte le situazioni che la vita ci riserva, anche le più inaspettate ed indesiderate, aveva incantato grandi e piccini, lasciando nei cuori l’amara sensazione che non si sarebbe potuto assistere ad un film d’animazione migliore.

Ancora una volta però, il binomio Pixar-Docter ha saputo superare i propri limiti, regalando allo spettatore un’opera di immenso impatto emotivo e visivo: Inside Out.

Nel film, Riley è una ragazza di undici anni con una vita felice e praticamente perfetta: amica del cuore, sport, passatempi e due genitori che la riempiono di amore e allegria. La sua crescita è accompagnata da cinque curiosi personaggi: Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto.

All’interno del suo cervello infatti, in un tecnologico quartier generale, sono presenti le cinque emozioni che aiutano la ragazza a crescere, formarsi, organizzare e creare ricordi, gestire gli eventi principali della propria vita. Soprattutto, la aiutano a vivere a pieno le emozioni, ognuno di loro a seconda delle proprie attitudini.

In particolare Gioia, eterna ottimista, fa di tutto affinché Riley viva una vita nel segno del sorriso e della felicità perenne. Le cinque emozioni però, non sanno che per la famiglia di Riley è alle porte un trasferimento dal Minnesota a San Francisco, e con esso il dover salutare la propria amica, l’arrivo in una nuova casa, l’esordio in una nuova scuola… Insomma tutto quello che può sconvolgere la vita di un’adolescente. La diatriba tra Gioia e Tristezza su come affrontare questi cambiamenti porta a conseguenze disastrose: ritrovatesi per errore nel subconscio della ragazza, dovranno correre contro il tempo per tornare al quartier generale e impedire che Riley perda definitivamente quei ricordi che fino ad oggi l’avevano formata.

Docter crea un legame forte con il precedente film Up: al centro sempre l’indagine delle emozioni, ma con un radicale cambio di prospettiva. Dagli anziani agli adolescenti, da un’indagine svolta verso l’esterno e verso un mondo da scoprire, ad una verso l’interno, verso la natura intima dell’inconscio.

La crescita, il passaggio dal noto all’ignoto, la paura del cambiamento… Si potrebbe dire che Inside Out voglia rappresentare tutto questo, ma sarebbe riduttivo. L’ultima creazione della Pixar è invece la descrizione dell’intero processo di formazione dell’uomo, prendendo spunto da quello che forse rappresenta il passaggio più delicato e spaventoso della vita: l’adolescenza.

Riley ha vissuto i suoi primi undici anni di vita con spensieratezza, com’è giusto che sia. L’adolescenza tuttavia è alle porte, quella sottile linea che separa l’essere bambino dall’essere qualcosa di diverso, dall’essere quasi adulto, deve essere percorsa. Nessuno però ci prepara a farlo, nessuno ci dà un libretto di istruzioni o una mappa.

L’impreparazione rappresenta il più grosso ostacolo tanto per Riley quanto per le sue emozioni. In particolare Gioia, leder indiscusso della testa della ragazza, prosegue il suo lavoro forte della propria filosofia di vita: la vita deve essere perfetta, sempre gioiosa, sempre felice. Per attuarla, cerca di prendere il controllo totale del quartier generale, rinchiude Tristezza in un cerchio immaginario per far sì che non contamini Riley.

Il suo comportamento però, che simboleggia l’autoimposizione di una condizione di felicità assoluta che in realtà non esiste, porta a conseguenze disastrose. Ed è da qui che ha inizio il racconto di formazione, da qui inizia il viaggio di Gioia che, come un Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento, prosegue il suo cammino accecata dalle proprie convinzioni. Convinzioni che non le permettono di vedere ed apprezzare la sua eterna compagna di viaggio, Tristezza. Allo stesso tempo, Riley inizia il suo viaggio nella vita reale: il trasloco, la perdita degli amici e l’abbandono della squadra di hockey sono parte di quel cambiamento che rifiuta incondizionatamente, arrivando a mettere in discussione persino i propri genitori.

I due viaggi non sono messi quindi in contrapposizione, bensì in parallelo: il percorso di crescita che Riley compie nel mondo esterno è legato indissolubilmente al percorso che le sue emozioni, e dunque lei stessa, compiono nel subconscio, alla scoperta di sé.

L’esito positivo di questo doppio viaggio, passa inevitabilmente per l’accettazione: accettazione di Riley del cambiamento, e quindi della crescita, e accettazione di Gioia e Tristezza del loro vero ruolo.

In questo passaggio sta la straordinaria morale del film: la consapevolezza che il cambiamento non solo è inevitabile ma è soprattutto necessario e deve portare con sé la consapevolezza che le emozioni non sono assolute e pure, ma sono sfumate, mescolate e complesse, e solo accettandole in questa forma si è in grado di governarle e di non diventarne vittime.

Riley è stata pronta ad accettare il cambiamento, pur nella sofferenza e nella difficoltà, solo quando Gioia ha compreso la vitale importanza di Tristezza: il passaggio dall’infanzia all’adolescenza è rappresentato dal passaggio da emozioni semplici ad altre sempre più articolate, in cui i sentimenti non sono più sconnessi dai loro opposti.

Con un crescendo continuo di pathos e divertimento il film abbatte un intoccabile stereotipo hollywoodiano e della società contemporanea, quello della vita perfetta all’insegna del sorriso sempre gioioso e della riuscita di qualsivoglia intento, chiudendo con un messaggio dalla forza disarmante: crescere significa comprendere che nella vita i piani e le relazioni muteranno e si complicheranno, crescere significa comprendere che nella vita non c’è Gioia senza Tristezza. 

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