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Cardinal George Pell

Catholic Church England and Wales - Flickr

“Nella Chiesa non c’è spazio per preti pedofili”. Pell dopo le audizioni alla Royal Commission

Intervistato da ‘La Stampa’, il ministro delle finanze vaticane commenta i quattro giorni di deposizioni sui casi di abusi nella Chiesa australiana. Ringrazia il Papa per il suo sostegno

“Le audizioni si sono tenute tardi di notte e nelle prime ore della mattina e dopo quattro nottate io sono un po’ stanco… Sono state difficili e impegnative, ma il procedimento non riguarda me, l’assoluta priorità è assistere, rispettare e aiutare i sopravvissuti. Il modo migliore è dire la verità ed è quello che io ho fatto”.

Così il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria per l’Economia vaticana, commenta i quattro giorni che lo hanno visto protagonista, in video-collegamento notturno dall’Hotel Qurinale di Roma, di un approfondito interrogatorio con la Royal Commission del governo australiano che indaga sulle risposte delle istituzioni agli abusi sui minori commessi da sacerdoti e religiosi, nel periodo anni ’60-’80.

Intervistato dal vaticanista Andrea Tornielli per La Stampa e Vatican Insider, il cardinale ritorna sulla questione del ruolo svolto da arcivescovo di Sidney e di Melbourne al tempo degli abusi, concentratisi soprattutto nella diocesi australiana di Ballarat, oggetto di esame da parte della Commissione e da una speciale inchiesta parlamentare.

“Le conclusioni che sono emerse finora  spiega Pell – rispecchiano la testimonianza che ho dato e io sono contento di questo. Ciò che si sta ancora discutendo in queste audizioni della Royal Commission riguarda il modo in cui la Chiesa ha trattato gli abusi sui minori 30 o 40 anni fa”. “In quel tempo – prosegue – la Chiesa aveva poche procedure e purtroppo, troppe volte, gli autori dei crimini sono stati trasferiti e i loro misfatti sono stati coperti. Naturalmente, a quel tempo, si parlava molto meno di questi temi e c’era una specie di velo di silenzio. Per quanto riguarda il mio contributo, come molti altri nella comunità cattolica, avrei voluto che si fosse fatto molto di più. Sono stato un po’ passivo e un po’ scettico rispetto ad alcune delle accuse”.

Il ministro delle finanze vaticane ribadisce, di fatto, quanto già espresso nell’ultima deposizione, in cui ammetteva di aver avuto una segnalazione da parte di un ragazzo circa abusi compiuti da padre Edward Dowlan, un insegnante di una scuola gestita dai ‘Christian Brothers’. L’allora don George Pell non approfondì la vicenda.

Nell’intervista, il torna quindi sulla vicenda. “Io ero prete da poco in quell’epoca – spiega – e sebbene io fossi vicario episcopale (del vescovo di Ballarat, mons. Ronald Mulkearns ndr), questo era un ruolo consultivo per il vescovo e riguardava l’educazione nella diocesi: non era un ruolo esecutivo. La notizia mi arrivò da un giovane e io riferii la circostanza al cappellano della scuola. Io mi fidavo del suo giudizio, gli credevo e inoltre ritenevo che quando lui l’ha riferito ai Fratelli Cristiani anche loro fossero capaci di affrontare questi casi. In effetti quel ‘fratello’ insegnante venne rimosso”.

“Il mio comportamento – sottolinea il porporato – era del tutto coerente con il mio essere un giovane prete in quel momento. Chiaramente ora, potendo guardare con maggiore chiarezza a quei fatti con le informazioni di cui dispongo, avrei voluto fare di più. È una tragedia terribile e mi dispiace davvero tanto per tutti quelli che hanno subito questi crimini”.

Colpa anche di una mentalità – diffusa non solo in Australia, ma anche negli Stati Uniti e in Europa – che tendeva a tutelare i sacerdoti predatori piuttosto che le vittime. Perché?  “A quel tempo – dice il cardinale – almeno nel mondo anglosassone, noi capivamo con molta meno chiarezza certi aspetti dell’abuso sui minori. Non comprendevamo il danno tremendo alle vittime degli abusi clericali. I vescovi e forse anche i medici specialisti e la polizia, non erano coscienti dei comportamenti nascosti e ripetitivi di molti pedofili…”.

La Royal Commission ora “sta dimostrando che questi errori di valutazione erano ampiamente diffusi in tutta la società australiana del tempo. Forse – sottolinea il prelato – bisogna anche dire che molti vescovi avevano troppa fiducia nella capacità dei loro preti di correggersi e si sottovalutava la probabilità che ricadessero nei loro crimini”.

Oggi, la situazione è diversa: “In Australia i cambiamenti che io e altri vescovi abbiamo introdotto vent’anni fa hanno radicalmente cambiato l’approccio alla prevenzione del fenomeno e il modo in cui la Chiesa risponde alle vittime”, racconta il cardinale prefetto. “Il cambiamento ha avuto un effetto significativo nel ridurre il numero degli abusi sessuali all’interno della Chiesa, assicurando che quando questi crimini accadono, vengono affrontati per ciò che sono, e gestiti con trasparenza e in collaborazione con le autorità civili. Questi cambiamenti includono una più rigorosa valutazione nella selezione e nella formazione dei seminaristi. Noi dobbiamo continuare a fare tutto ciò che possiamo per far sì che questi terribili crimini non riaccadano”.

Secondo il cardinale Pell, “nella Chiesa in generale, sarebbe giusto dire che la cultura, le norme e anche la prassi variano da cultura a cultura e da paese a paese. La Pontificia Commissione per la tutela dei minori prende in considerazione in modo attivo tutte queste questioni e sta già lavorando per diffondere una migliore conoscenza delle procedure richieste e dei bisogni delle vittime in tutto il mondo. La cosa più importante è di avere protocolli chiari, pubblicamente riconosciuti e costantemente applicati. Questo naturalmente crea un cambiamento nel clima in tutta la comunità ed è chiaro che la capacità di governo dei vescovi e dei superiori religiosi è fondamentale”.

Interrogato sull’incontro privato avuto, giovedì scorso, al termine delle audienze, con le circa 14 vittime venute da Ballarat a Roma per ascoltare dal vivo le sue deposizioni, il ministro delle finanze vaticane ribadisce quanto già espresso nella nota letta ai giornalisti fuori dall’Hotel Quirinale. “Ho ascoltato le loro storie e le loro sofferenze. È stata molto dura, un incontro onesto e in certi momenti commovente. Io sono impegnato a lavorare con le vittime di Ballarat e delle zone circostanti. Conoscevo molte delle loro famiglie e conosco la bontà di tante persone della comunità Ballarat, questa bontà non viene cancellata dal male commesso”.

“Io – soggiunge – non posso provare la loro sofferenza, ma sono ben cosciente di ciò che provano. Come il Santo Padre, mi impegno a fare ciò che possiamo per aiutare la guarigione delle vittime della piaga degli abusi sessuali sui minori e per assicurare che ci siano procedure per prevenire la ripetizione di questi crimini”.

A proposito del Papa, il ministro vaticano per l’Economia spiega che Francesco “è stato sempre un sostenitore delle vittime e sa che questa è anche la mia ferma posizione. Il Santo Padre capisce che io condivido il suo impegno a proteggere i giovani e ad aiutare i sopravvissuti. Nella Chiesa non c’è spazio per preti o religiosi pedofili. Ho parlato su questo con il Papa in varie occasioni e ho fatto in modo che lui continui a essere informato. Ogni giorno ho mandato al Papa e alla Segreteria di Stato una sintesi delle audizioni della Royal Commission”.

“Quando il Santo Padre dice che io ho il suo sostegno, si rende conto naturalmente che appoggiandomi lui sostiene il lavoro che ho fatto e continuo a fare con le vittime”, evidenzia il cardinale. “Quando avvenivano le prime sessioni sul caso Ballarat, e riemergevano le accuse che avevano ricevuto regolare risposta durante gli anni, il Papa mi ha telefonato, mentre mi trovavo in Croazia, per comunicarmi il suo appoggio. Gli sono profondamente grato per questo sostegno e per la sua lealtà”.

[A cura di Salvatore Cernuzio]

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