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Moraglia di ritorno dal Kenya: “Ho incontrato povertà e semplicità, e una Chiesa viva”

Sul settimanale Gente Veneta, il patriarca di Venezia racconta la sua intensa visita alla missione di Ol Moran, svolta i primi giorni di luglio

Dall’1 al 6 luglio scorsi, il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, ha svolto una intensissima visita pastorale nella missione veneziana di Ol Moran, in Kenya, guidata dal giovane sacerdote mestrino don Giacomo Basso. A poche ore dal suo ritorno in laguna, il patriarca ha voluto stendere sulle pagine del settimanale diocesano Gente Veneta, oggi in uscita, un primo bilancio di questo suo viaggio in Africa. 

In Africa, racconta il presule, ho visto “una situazione di vita del tutto differente dalla nostra: ciò che per noi è povertà, là rappresenta uno standard di vita perfino auspicabile, un traguardo da raggiungere, una meta che, di fatto, solo pochi conseguiranno. Le cappelle (comunità di base) che ho visitato esprimono, da un lato, tale povertà ma anche una semplicità e gioia di vivere capaci di generare relazioni umane per noi del tutto impensabili. In tale situazione, di radicale povertà, ho avuto la grande gioia di celebrare l’Eucaristia e amministrare, a più persone, l’unzione dei malati”.

“Ho incontrato molti laici a pieno servizio della Chiesa – prosegue Moraglia -, nonostante il loro lavoro quotidiano e la loro famiglia; sono catechisti, leader delle comunità di base e responsabili dei vari ambiti della pastorale. Questo mi ha subito richiamato alla mente quanto cerchiamo di fare a Venezia nel nostro cammino di conversione pastorale, seguendo l’esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco; mi sembra che su tale visione – comunità di base, cenacoli – a Ol Moran siano più avanti di noi e ci precedano. In questo la nostra Chiesa deve guardare alla piccola parrocchia del Kenya che si chiama Ol Moran”.

Esprimendo profonda gratitudine per il grande lavoro compiuto dai sacerdoti don Giovanni Volpato e don Giacomo Basso, senza il cui ‘sì’ “Ol Moran semplicemente non esisterebbe”, il patriarca di Venezia descrive la Chiesa del Kenya come una chiesa “ricca di fede e di entusiasmo, soprattutto nei suoi fedeli laici: questo è il primo messaggio che manda alle Chiese delle nostre latitudini. Una fede viva, gioiosa. Inoltre – racconta – la Chiesa in terra d’Africa ci domanda di far meno teoria missionaria e più fatti. E dar maggiore concretezza al nostro servizio non stando seduti dietro una scrivania d’ufficio a migliaia di chilometri di distanza ma dando o facendo qualcosa che ci coinvolga veramente in termini di dedizione personale, di tempo e di denaro”.

In particolare il vescovo si è detto colpito di “come i cristiani di Ol Moran, nonostante il contesto difficile, siano gioiosi, sereni e aperti alla vita, accoglienti nei confronti del dono della vita che Mungu (Dio in swahili) dona, non a parole ma nei fatti. La gente di Ol Moran sa accontentarsi di poco e guarda al futuro con l’ottimismo di chi si fida di Mungu ed ha un fortissimo senso di appartenenza alla comunità sulla quale sa di poter sempre contare e alla quale sa, alla fine, d’esser sempre debitrice”.  

Alla domanda se qualcuno, tra le persone incontrate, gli avesse manifestato il desiderio di venire a migrare in Europa, il patriarca ha così risposto: “No, nessuno! E, da parte mia, in almeno in un’omelia e in una catechesi ho rimarcato di non guardare all’Europa come a un miraggio o un modello da imitare acriticamente perché noi europei, oltre ad aver fatto cose buone, ne abbiamo anche sbagliate tante. Per esempio, abbiamo smarrito il valore della persona umana nella sua irripetibilità e centralità e, inoltre, tante sofferenze odierne dell’Africa hanno un’origine ben precisa e un nome: la politica dell’Europa, soprattutto nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, e alludo alle scelte politiche colonialiste. Ho anche voluto dir loro in modo forte di mantenere vivo il senso della paternità e della maternità e il conseguente rispetto per la vita umana, dal suo primo manifestarsi nel grembo materno fino alla vecchiaia più avanzata”.

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Testo integrale su www.patriarcatovenezia.it 

 

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