Dona Adesso

Mons. Romero, vita e tempi, diaconia e martirio

Il futuro beato fu profeta di una Chiesa sempre chiamata ad essere esperto in umanità

La beatificazione di Mons. Oscar Arnulfo Romero è un’utile occasione per guardare alla sua diaconia e al suo martirio ricercando nella sua esperienza biografica il passaggio di Dio, la lenta e graduale opera della grazia divina e la risposta dell’uomo. Vita e tempi di un discepolo di Cristo che si presenta come paradigma profetico di una Chiesa sempre chiamata ad essere esperta in umanità.

Cercando di scrutare il cammino della grazia divina nell’esistenza del sacerdote e vescovo salvadoregno, osserviamo che essa procede gradualmente, possiamo dire di luce in luce, avvalendosi anche dei rallentamenti, delle brusche frenate, dei cambiamenti di rotta rispetto a un’idea o una volontà di partenza che poi invece diviene altro. Quando accade tutto ciò è sempre buon segno, perché significa che si sta facendo la volontà di Dio e non la propria. E anche quando gli ostacoli provengono dal male, sono come riconvertiti in bene, nel senso che alla fine concorrono all’opera della grazia, operando purificazioni in chi ne è destinatario. Se ne incontrano diverse di queste situazioni nella biografia di Mons. Romero. In primis il suo amore per lo studio ma già a  dodici anni l’interruzione a causa di una grave malattia; poi la percezione della chiamata al sacerdozio, ingresso al seminario minore ma anche qui si registrano rallentamenti e diverse interruzioni degli studi, per andare a lavorare e aiutare la numerosa famiglia (otto fratelli) che ha problemi economici. Una maggiore continuità si registra dopo i vent’anni: seminario maggiore a San Miguel e poi Pontificia Università Gregoriana a Roma. Cinque anni (1937-1942) nei quali è anche ordinato sacerdote (4 aprile 1942) ma poi una nuova interruzione. La guerra impone il ritorno in patria e non può completare gli studi dottorali.

Un primo bilancio ci dice che se è evidente che la presenza di un dono divino sia sempre attaccato, è altresì vero che la grazia divina per opera dello Spirito, anche attraverso queste situazioni lo guida al dono di sé, a saper rinunciare ai suoi progetti e alle sue idee per accogliere quelli di Dio.

Si apre quindi un nuovo tempo di vent’anni, dal 1942 al 1962 nel quale padre Oscar Romero sarà parroco prima ad Anamores e poi a San Miguel. Saranno anni di un servizio pastorale silenzioso e inevidente. Romero appare come un uomo mite, un uomo di preghiera. Si dedica alla sua gente, senza mostrare alcun impegno sociale, nessun attivismo, preferisce non sbilanciarsi e non imitare l’interventismo di altri suo confratelli nel sacerdozio, sebbene il suo paese fosse in preda ad una dittatura oligarchica che si professava cattolica ma calpestava i diritti dei poveri e degli ultimi. In questo ventennio il Vangelo e l’Eucarestia risultano essere i punti fermi della sua vita spirituale e poi risulteranno decisivi anche per orientare il suo servizio.

La storia di Mons. Romero, come anche tante altre, ci mostra che tra Parola, Eucarestia e servizio c’è una circolarità costante e anche una sorta di “alleanza”, nella quale ogni elemento presente illumina l’altro e aiuta a ricomprenderlo in modo sempre più profondo, innescando processi di continua conversione. Se è vero che si parte sempre dalla Parola per poi giungere all’Eucarestia e poi al servizio, è vero anche che, con queste basi, la prossimità con i poveri consenta di tornare di nuovo alla Parola e poi all’Eucarestia con rinnovata consapevolezza, cioè con una più approfondita esperienza di Dio. E ancora il suo vivere e celebrare l’Eucarestia fra i poveri, come sorgente di consolazione, speranza e riscatto dalla loro oppressione sarà altresì motivo per un’ulteriore conversione. 

La mitezza di padre Romero e il suo tenersi fuori dai dibattiti sono attitudini ben viste da chi detiene il potere e considera il sacerdote come un tipo non pericoloso. Un profilo che evidentemente non dispiace anche alla chiesa salvadoregna che lo nomina nel 1966 come segretario della Conferenza episcopale del Salvador suscitando dissensi e proteste di una parte del clero che avrebbe voluto una persona diversa. Mons. Romero è considerato un conservatore ed esprime quel tipo di presenza ecclesiale, anche nel dibattito pubblico, che potremmo definire politically correct. Questo nuovo incarico tuttavia aumenta la sua esposizione pubblica, sempre molto discreta e limitata. La grazia agisce, ma rispetta i tempi dell’uomo, gli spazi della libertà personale di ognuno. Quattro anni dopo, nel 1970 viene nominato vescovo ausiliare e poi nel 1974 vescovo di Santiago de Maria. Da qui in avanti c’è un nuovo impulso, il contatto con i poveri, con gli ultimi, con gli oppressi, la conoscenza della realtà dei campesinos, contadini vessati e perseguitati dal governo, che tentavano di organizzarsi per reclamare condizioni di vita più umane e dignitose, getta nuova luce sulla Parola e  sull’Eucarestia. Ma la persecuzione si fa più drammatica e nel giugno del 1975 a Tres Calles cinque di questi contadini vengono assassinati dalla guardia nazionale. Mons. Romero va subito ad incontrare la sua gente, entra nei poveri villaggi dei contadini, portando la consolazione della Parola e celebrando insieme a loro l’Eucarestia. Parola ed Eucarestia insieme ai poveri e agli oppressi mentre sul piano pubblico, scriverà una dura lettera al Presidente Molina. Trova diverse ferite da sanare e anche una collera da orientare e contenere. Ascolta la sua gente, apprende fatti drammatici.  Molti di questi campesinos le notti dormono nei boschi, per timore di cadere nelle retate della guardia nazionale. Da dove iniziare se non dalla centralità della Parola di Dio? Una Parola per molti versi ancora inaccessibile alla gente, messa era in latino e la gente non capiva. Romero non offre un vangelo contemplativo e la gente inizia a comprendere che il regno di Dio inizia qui su questa terra, che si può fare esperienza di Cristo a partire dalla sua Parola. Non però un Vangelo inteso come strumento per far politica, non sulla scia di una certa teologia della liberazione, ma più semplicemente come luogo e sorgente di consolazione, speranza e futuro. Nascono dei gruppi biblici o comunità di base.

Nel 1977 è nominato arcivescovo di San Salvador. Ma accade un fatto che determinerà un’inversione di rotta: il 12 marzo del 1977 viene ucciso in un agguato padre Rutilio Grande, amico sincero di Romero. Sacerdote gesuita impegnato nel promuovere gruppi di auto aiuto per i contadini vessati e oppressi, uno che condivideva la vita dei poveri incarnando il Vangelo. Un profilo che suscitava fascino anche per Romero che però fino a quel momento era apparso un po “frenato”. Dopo la morte dell’amico sacerdote, Mons. Romero avrebbe dichiarato: “Se non cambiamo ora non cambieremo mai”. Sta di fatto che il comportamento di Mons. Romero da adesso in poi cambia. Egli diviene voce di chi non ha voce, e inizia a denunciare in modo più visibile e socialmente più incisivo gli abusi dei potenti. Il funerale di padre Rutilio Grande è celebrato con una “misa unica” (messa unica) alla quale partecipano tutti i sacerdoti della diocesi. altri sacerdoti moriranno nel giro di pochi mesi. Romero incarica un pool di avvocati di fare delle ricerche per indagare su diversi contadini scomparsi: “Donde estan?” (Dove sono?) non ha timore di gridare ai capi militari.

Si può parlare di un ulteriore passaggio della sua conversione. Chi conosce Romero lo descrive come una persona timida e mite, ma adesso le sue omelie sono dirette, sono fuoco, espressione di una “giusta collera”, quella verso le perpetrate ingiustizie. I suoi interventi sono inoltre trasmessi Le ogni domenica dalla radio panamericana e divengono un punto di riferimento per la gente che le attende con ansia. Papa Francesco nella Evangelii Gaudium ha giustamente ricordato che l’omelia dev’essere la continuazione della Parola di Dio appena proclamata. Qualcosa del genere accade in quelle di Mons. Romero. Egli comprende che il cambiamento nasce dal primato della Parola, accolta nel cuore essa genera conversione e cambia i comportamenti dell’uomo anche a livello sociale. La custodia della Parola e un’ermeneutica sempre più realistica gli fanno concludere che «la persecuzione è qualcosa di necessario nella chiesa … perché la verità è sempre perseguitata» e poi aggiunge «come disse Gesù Cristo lo disse: “Se perseguitarono me, perseguiteranno anche voi”. La chiesa che compie il suo dovere non può vivere senza essere perseguitata». (Omelia 29.5.77)

Questa consapevolezza dona consolazione e secondo Romero aiuta a delineare la vera identità della Chiesa, che egli vorrebbe “sempre più slegata dalle cose terrene, umane, per poterle giudicare con maggior libertà dalla sua prospettiva che è quella del Vangelo, dalla sua povertà”. (Omelia 28.8.77)

La Parola aiuta a dare un senso a quanto sta avvenendo al popolo. Alla scuola della Parola la Chiesa stessa potrà vivere il Vangelo non come “strumento di potere”, poiché, ricorda Mons. Romero, «lamentiamo che in qualche periodo anche la nostra chiesa sia caduta in questo peccato», ma, aggiunge «vogliamo essere la chiesa che porta il Vangelo autentico, coraggioso, di nostro Signore Gesù Cristo, anche quando fosse necessario morire come Lui sulla croce» (Omelia 27.11.77).

Parole che lasciano intravedere come la grazia divina lo stia preparando al dono di sé. Un’esperienza che nasce quando ci si lascia inquietare e scandalizzare dal Vangelo. Romero ne parla con parole che  richiamano non poco quanto dirà qualche anno dopo un altro martire, padre Pino Puglisi.    

«Una chiesa che non provoca crisi, un Vangelo che non inquieta, una parola di Dio che non solleva malumori – come diciamo volgarmente -; una parola di Dio che non tocca il peccato concreto della società in cui si sta annunciando, che Vangelo è? Considerazioni pietose, così buone che non infastidiscono nessuno… così molti vorrebbero che fosse la predicazione. E quei predicatori che per non molestare, per non avere conflitti e difficoltà evitano ogni cosa spinosa, non illuminano la realtà in cui si vive … il Vangelo che vale è la buona notizia che venne a togliere i peccati del mondo. (Omelia 16.4.78)

Nei suoi interventi insiste sempre più sulla “Chiesa dei poveri” che non cerca il compromesso o il soccorso dei potenti. Agli inizi del 1979 riceve le prime minacce, tant’è che il Presidente in persona gli offre una scorta, ma Romero così risponde in più occasioni: «Prima della mia sicurezza personale, vorrei sicurezza e tranquillità per le 108 famiglie degli scomparsi, per tutti quelli che soffrono» (14.1.79) e poi «il pastore non vuole sicurezza, finché non darete sicurezza al suo gregge» (22.7.79). Un altro significativo passaggio:  «A cosa servono belle strade e aeroporti, belli edifici di tanti piani, se vengono costruiti con il sangue dei poveri, che non ne beneficeranno?» (29.7.79).

Un clima che si fa ancor più minaccioso nei primi mesi del 1980. Romero viene a conoscenza di essere in pericolo di morte, di essere fra coloro che potranno essere uccisi, ma sente altresì una forza ancor maggiore per la quale, proprio la vigilia del suo martirio, il 23 marzo del 1980, potrà affermare: «quello che faccio è uno sforzo perché tutto ciò che hanno voluto proporci il Concilio Vaticano II e le riunioni di Medellín e di Puebla, non resti sulle pagine e non ci limitiamo a studiarlo teoricamente, ma piuttosto lo viviamo e lo traduciamo in questa realtà conflittuale, predicando come si deve il Vangelo».

Predicare il Vangelo “come si deve” significa allora credere che è possibile il cambiamento, che la Parola accolta nelle coscienze possa generare una vita nuova. Mons. Romero continua a far sentire la sua parola a partire dalla Parola di Dio e sempre in stretta connessione con l’Eucarestia, predicando all’interno della messa. Queste parole accelereranno la sua dipartita perché saranno interpretate come un tentativo di destabilizzazione. Parole che ricordano l’omelia in cui padre Puglisi si rivolge a quanti erano stati autori delle intimidazioni, chiedendo di poterli incontrare e di poter parlare con loro, sperando sempre nella possibile conversione.

«Vorrei rivolgere un appello speciale, agli uomini dell’esercito e in particolare alle basi della Guardia Nazionale, della Polizia, delle Caserme. Fratelli, appartenete al nostro stesso popolo; uccidete i vostri fratelli contadini. E di fronte ad un ordine di uccidere, che dà un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice: NON UCCIDERE!… Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine contro la legge di Dio… Nessuno è obbligato ad adempiere una legge immorale… Ormai è tempo che recuperiate la vostra coscienza e che obbediate alla vostra coscienza piuttosto che all’ordine del peccato. La Chiesa, difensora dei diritti di Dio, della legge di Dio della dignità umana, della persona, non può restare in silenzio di fronte a tanta abominazione. Vogliamo che il governo consideri seriamente che a niente servono le riforme se vengono ottenute con tanto sangue. In nome di Dio, quindi, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono fino al cielo, ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!».

Dopo di ciò, l’indomani, il 24 marzo 1980, all’interno della celebrazione eucaristica, svolta, come sempre nella cappella dell’Ospedale della “Divina Provvidenza” di El Salvador, dove Romero viveva, rinunciando alla canonica della Cattedrale, per stare con i poveri, con gli ammalati terminali di cancro, dopo l’omelia, lo sparo di un cecchino mette fine alla sua vita terrena, fa della sua diaconia un martirio.

Nelle parole della sua omelia, c’è la mistagogia del suo imminente martirio che non ha bisogno di alcun commento: «Abbiamo appena ascoltato nel Vangelo di Cristo che è necessario amare non tanto se stessi, che uno non deve preoccuparsi di non correre i pericoli della vita che la storia esige da noi e che colui che vuole allontanare da se il pericolo, perderà la sua vita. Al contrario, colui che si offre per amore di Cristo al servizio dei poveri costui vivrà come il grano di frumento che muore, ma muore solo apparentemente. Se non morisse resterebbe solo. Se c’è raccolto, perché muore, perché si lascia immolare in questa terra, decomponendosi e solo decomponendosi, produce il raccolto. […] Questa santa messa quindi, questa Eucarestia, è precisamente un atto di fede. Con fede cristiana sappiamo che in questo momento l’ostia di frumento si trasforma nel corpo del Signore che si offrì per la salvezza del mondo e che in questo calice il vino si trasforma nel sangue che fu il prezzo della salvezza. Che questo corpo immolato e questo sangue sacrificato per gli uomini alimentino anche noi per dare il nostro corpo e in nostro sangue alla sofferenza e al dolore, come Cristo, non per sé, ma per offrire concetti di giustizia e di pace al nostro popolo».

Finite queste parole si udì lo sparo. Parola, Eucarestia e poveri: diaconia e martirio di un uomo e una chiesa esperti in umanità.

***

Fonte: Il diaconato in Italia, n° 192, aprile-maggio 2015

About Giovanni Chifari

Share this Entry

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione