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PyeongChang 2018; Copyright Mons. Melchor Sánchez de Toca

Mons. Melchor Sánchez de Toca: “Le Olimipiadi sono un momento propizio per l’incontro con Dio”

Intervista al capo-delegazione della Santa Sede alle Olimipiadi invernali 2018 in corso a Pyeongchang, Corea del Sud

Ecco l’intervista fatta da ZENIT con Mons. Melchor Sánchez de Toca, capo delegazione della Santa Sede in Corea del Sud:

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ZENIT:  Ai giochi olimpici invernali di Pyeongchang, in Corea del Sud, il Comitato olimpico internazionale per la prima volta ha formalmente invitato una delegazione dalla Santa Sede prendere parte all’inaugurazione dei giochi, il 9 febbraio scorso. Che significa questo fatto?

La novità consiste nel fatto che il CIO (IOC) ha invitato una delegazione a partecipare ai lavori della Sessione Olimpica e all’apertura, non già a titolo personale, come era accaduto all’apertura dei Giochi di Rio, bensì in veste ufficiale, come osservatori. Si tratta di un passo ulteriore in una ormai lunga storia di rapporti tra il CIO e il PCC, che include, tra le altre, la visita del Cardinal Ravasi alla sede del IOC e la partecipazione del CIO alla Conferenza Internazionale Sport at the Service of Humanity nell’ottobre 2016. Il fatto che questa volta la presenza abbia avuto carattere ufficiale rafforza questa relazione di collaborazione già esistente, e ottima. In futuro forse, si potrebbe pensare a qualche forma di rapporto stabile, mediante un accordo ufficiale tra la Santa Sede e il CIO, ma questo va oltre la competenza del PCC e dipende dalla Segreteria di Stato.

ZENIT:  Ci può dire qualcosa al riguardo di questa delegazione, che ha l’obiettivo di inspirare amicizia e solidarietà nel mondo dello sport? Da chi è composta? Cosa ha fatto in concreto, in Corea del Sud?

Come osservatori, ci siamo limitato a esserci e a osservare, mentre partecipavamo a tutta la vita della famiglia olimpica nei giorni precedenti l’apertura. La delegazione era composta dal sottoscritto, in qualità di Sotto-Segretario del Pontificio Consiglio della Cultura, con delega allo sport, aiutato dal Dott. Calvigioni, che è stato messo gentilmente a disposizione dal Comitato Olimpico Italiano come assistente. L’agenda dei lavori della Sessione Olimpica, che è il massimo organo di governo del Movimento Olimpico, una sorta di parlamento olimpico in seduta plenaria, era molto fitta, e andava dalle sanzioni alla Russia alla celebrazione dei prossimi Giochi Olimpici della Gioventù, passando per le raccomandazioni che cercano una maggiore parità tra uomini e donne nello sport.

ZENIT:  Lei ha presentato al presidente del CIO e agli atleti della Corea del Nord le “Vatican athletics’ t’shirts”… come è andata?

La delegazione vaticana ai Giochi non ha carattere competitivo o sportivo, ma unicamente carattere di osservatore, come alle Nazioni Unite. Il Vaticano non è un paese nel senso abituale del termine, e non cerca di competere con gli altri né sul piano sportivo, né su quello economico. È il supporto della piena sovranità e indipendenza del Papa nell’esercizio del suo ministero, che è di natura pastorale e morale, non politica. Detto ciò, poiché lo sport è importante anche per chi lavora in Vaticano, esistono diverse realtà sportive. La più antica è il Calcio, e quella più recente, il club Athletica Vaticana. Per questo, abbiamo consegnato al Presidente Bach la maglietta del Club, come espressione dello sport praticato in Vaticano.

ZENIT:  Ci sono atleti in gara per i quali la dimensione della fede è importante nel fare sport? C’è qualche atleta o qualche episodio che le viene in mente?

Ci sono stati sempre atleti profondamente credenti, come in tante altre realtà della vita. L’ambiente dei Giochi Olimpici, con la gioia e l’esaltazione dello sport, è anche un momento propizio per l’incontro con Dio, specialmente nei momenti previ alla competizione, quando l’atleta deve misurarsi con i suoi limiti e la sua realtà, e anche, nel momento della sconfitta. I Cappellani della Villa Olimpica o delle Nazionali di alcuni paesi ne sono testimoni.

Alcuni atleti vivono la propria fede senza complessi, e sono consapevoli della loro missione in mezzo ai loro compagni. In altri, la fede è più nascosta, o più intima, ma si traduce anche in gesti e segni religiosi. Ci sono infinite storie, ma forse c’è un film che riesce a spiegarlo meglio, Chariots of Fire, dove il dialogo tra sport e fede e costante. Uno di essi dice semplicemente, “quando corro, sento che Dio sorride”. Ecco in una piccola frase tutta una teologia dello sport, che ricorda sant’Ireneo: “la gloria di Dio è l’uomo vivente. E la vita dell’uomo è Dio”.

ZENIT:  Le Olimpiadi invernali in corso sono ospitate dalla Corea del Sud. Qual è il significato di tenere un’edizione delle olimpiadi nella penisola coreana, con atleti delle due coree che gareggiano per la stessa squadra?

Il Presidente Thomas Bach, nel discrorso di apertura della Sessione Olimpica sottolineò questo fatto, che è un piccolo grande successo della diplomazia olimpica. Aggiunse che “lo sport non può creare la pace. Ma piccoli simboli come questi possono preparare il cammino a una pace duratura”. Gli atleti e lo sport hanno fatto la loro parte. Adesso tocca ai politici sfruttare questa finestra.

ZENIT:  Ma come si vive la fede, la dimensione religiosa durante la vita quotidiana alle olimpiadi? Ci sono momenti di preghiera, celebrazione di messe…?

All’interno del Villaggio Olimpico c’è uno spazio religioso, normalmente uno spazio multiconfessionale: sono sale per la preghiera e la meditazione, che si possono usare anche per dire la messa. Alcune squadre si portano il proprio cappellano. So per certo della presenza di un sacerdote nella nazionale italiana e anche austriaca, oltre a quella della Corea del Sud. Nella squadra coreana vi sono ben 15 atleti cattolici su un totale di circa 120 atleti. I cappellani sono sempre disponibili per ascoltare e accogliere nei momenti di sconforto e di angoscia degli atleti, e anche per celebrare insieme con loro le vittorie. Un momento molto importante è la celebrazione della santa Messa. Gli evangelici sono molto attivi anche organizzando incontri di lettura della Bibbia e di preghiera. Insomma, c’è parecchia attività, anche se poco conosciuta.

ZENIT:  Per i cattolici e i cristiani questo è tempo di Quaresima, iniziato proprio nel corso delle olimpiadi…

In effetti, mercoledì 14 è iniziata la quaresima, nella prima settimana di gara. È vero che nel caso di un atleta si potrebbe pensare a certe dispense o mitigazioni dal digiuno, se così lo richiede il piano di allenamento. Alcuni, mi consta, osservano la giornata di digiuno con molto rigore, anche a scapito di una migliore prestazione. Ogni cristiano, poi, vive il suo cammino penitenziale di quaresima nel luogo che la Provvidenza divina gli ha assegnato. Per gli atleti e gli allenatori cristiani presenti alle olimpiadi, è quello l’ambiente dove devono vivere la fede e l’impegno quaresimale, anche se l’ambiente esterno non aiuta molto. Ma lo stesso si può dire di molti dei nostri paesi. Un tempo, forse l’ambiente esterno aiutava a vivere la quaresima; oggi non è più così, e ogni cristiano deve impegnarsi personalmente, nel mondo dove vive abitualmente.

ZENIT: A questo punto quali sono le aspettative per le prossime olimpiadi, dopo questa esperienza della delegazione guidata da lei in Corea?

Noi ci aspettiamo di poter esserci anche alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Ma prima ancora, ci saranno i Giochi Olimpici della Gioventù a Buenos Aires, nell’ottobre 2018 e poi a Lausanne, nel febbraio 2019.

Speriamo di rivederci fra qualche mese con la famiglia olimpica che ci ha accolto a braccia aperte.

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