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Mons. Santo Marcianò

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Mons. Marcianò ai militari dell’Aeronautica: “Le vostre missioni aiutano a superare la paura”

L’Ordinario Militare celebra la festa della Madonna di Loreto, patrona delle forze d’aria

Riportiamo di seguito l’omelia tenuta dall’Ordinario Militare per l’Italia, monsignor Santo Marcianò, in occasione della Festa della Madonna di Loreto, Patrona dell’Aeronautica Militare, celebrata stamattina nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.

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Carissimi fratelli e sorelle, se ogni anno è un dono celebrare la Festa della Madonna di Loreto, Patrona dell’Aereonautica Militare, quest’anno il senso del dono si coglie ancora di più. Siamo nel cuore dell’Avvento, vicini al Santo Natale e siamo all’inizio di un tempo di Grazia, il Giubileo della Misericordia. Solo l’altro ieri Papa Francesco ha aperto la Porta Santa, invitando tutti ad aprire le porte del cuore alla Misericordia di Dio, che vuole entrare per trasformare le nostre vite e, così, trasformare il mondo.

Al centro di tutti questi eventi, silenziosa e sempre presente, c’è la Madre, c’è il «sì» di Maria, la quale ha aperto le porte del cuore e della vita, lasciando che la Misericordia di Dio si facesse Carne in Gesù. Lo abbiamo ascoltato nel Vangelo (Lc 1,26-38), che ricorda proprio quanto avvenuto tra le mura della Santa Casa di Loreto. E Maria ci prende per mano, per entrare in questo Giubileo attraversando la porta della speranza, della riconciliazione, di una conversione che può cambiare la vita e la storia.

Che tra la Vergine Maria e la Misericordia ci sia un intenso legame si coglie immediatamente dalla Parola di Dio, in particolare dal Magnificat, oggi cantato nel Salmo (Lc 1,46-55). E, se è vero che «magnificare il Signore» significa “fare grande Dio”, è altrettanto vero che il motivo principale della grandezza di Dio Maria lo vede proprio nella Sua «Misericordia», filo conduttore che avvolge la storia umana, dal passato al futuro.

La Misericordia è oggetto della «promessa» del Signore, cioè si riferisce a un passato che Egli «ricorda», invitandoci a custodire sempre la memoria, vero patrimonio personale, culturale e sociale.

Allo stesso tempo, la Misericordia è dono che si trasmette «di generazione in generazione», cioè nel futuro. Così, raggiunge la nostra generazione, noi che, come dice San Paolo nella seconda Lettura (Gal 4,4-7), viviamo nella «pienezza del tempo». È proprio vero: il tempo giunge alla «pienezza» nella misura in cui la Misericordia costituisce la risposta ai mali e problemi della storia umana.

Lo aveva intuito con forza San Giovanni Paolo II, avvolto dall’esperienza spirituale di S. Faustina Kowalska. Crescendo tra le atrocità della Seconda Guerra Mondiale e dei totalitarismi da cui la Polonia era oppressa, comprese che Dio aveva rivelato a quella Santa una verità tanto semplice quanto sconvolgente: «L’unica verità capace di controbilanciare il male di quelle ideologie era che Dio è misericordia – era la verità di Cristo misericordioso»[1].

Sì, la Misericordia è davvero il «limite» imposto al male!

Tale certezza ha risvolti concreti anche ai nostri tempi, soprattutto per noi che, dal di dentro del mondo militare, sentiamo l’accorata responsabilità di porre un «limite» a una cultura di violenza, di odio, di vendetta e morte che è poi il terreno su cui si diffonde quella «Terza Guerra Mondiale a pezzi» di cui Papa Francesco non smette di parlare.

Sappiamo come persino l’inizio di questo Anno Santo sia stato condizionato da gravissimi episodi di violenza – in particolare l’attentato terroristico di Parigi nel mese scorso – che non di rado hanno fatto spazio alla paura.

«Abbandoniamo la paura che non si addice a chi è amato»[2], ha esortato Papa Francesco nell’Omelia di inizio Giubileo, invitando ad accogliere sempre l’Amore misericordioso del Padre.

Ascoltandolo, pregavo affinché ciascuno, nella nostra Chiesa dell’Ordinariato Militare, possa fare esperienza di questa Misericordia, nella propria vita ma anche nel proprio lavoro: pensavo a voi militari, a voi militari dell’Aeronautica, la cui missione per la sicurezza dei cittadini contribuisce a vincere alcune paure dell’uomo.

C’eravate anche voi quel giorno a Piazza San Pietro, per controllare lo spazio aereo. Ci siete sempre per esercitare compiti e mansioni diverse, a difesa e a servizio del Paese.

Il clima di terrore sta pervadendo la vita quotidiana di molti cittadini, sta condizionando importanti scelte socio-politiche, sta chiedendo riflessioni più profonde alla cultura, affinché essa sappia essere veicolo di messaggi inequivocabili di apertura all’altro, di promozione della vera libertà, di rispetto e collaborazione tra coloro che lavorano al servizio della vita e della dignità umana.

In questo contesto, emerge sempre più l’ampiezza del vostro ruolo, che non è difesa di spazi o di confini ma è “difesa dell’umano”; è una cultura, un vero e proprio “stile” che impregna la vostra competenza, abilità e disponibilità, anche in compiti particolarmente delicati.

Penso a tutte le volte che i vostri aerei intervengono per prestare importanti operazioni di soccorso. Ma penso anche alla cura e attenzione con cui sapete accompagnare il Santo Padre nei suoi Viaggi Apostolici, così importanti non solo per la vita della Chiesa ma per la crescita del dialogo e della pacifica convivenza in diverse zone del mondo.

Come vostro Vescovo sento di darvi una forte parola di gratitudine e incoraggiamento: quanto delicato e importante è il vostro ruolo nel momento che il nostro Paese e il mondo intero stanno vivendo!

Se, tuttavia, guardiamo il nostro Paese e il mondo con gli occhi della fede, ci accorgiamo che, secondo la profezia di Isaia nella prima Lettura (Is 11,1-5.10), pur nei problemi di violenza, disordine, corruzione, c’è sempre un «germoglio», un segno piccolo ma destinato, con la sapienza dello Spirito Santo, a fiorire, cioè a essere strumento di «giustizia» e di «equità». Lottare per questo, come voi fate, significa lottare contro la logica della guerra e del terrore; significa imporre un limite al male con la costanza e la gratuità del servizio all’uomo, ad ogni uomo. E questa è la via che intravede Maria nel Magnificat, cantando la Misericordia come quella giustizia di Dio che spiazza i superbi e innalza gli umili, arricchisce gli affamati e svuota le mani dei ricchi.

Misericordia e giustizia, scrive Papa Francesco, «non sono due aspetti in contrasto tra loro, ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore. La giustizia è un concetto fondamentale per la società civile quando, normalmente, si fa riferimento a un ordine giuridico attraverso il quale si applica la legge. Per giustizia si intende anche che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto»[3].

Carissimi fratelli e sorelle, all’inizio di questo Giubileo, vorrei dirvi grazie perché vi vedo come un «germoglio», destinato a fiorire in quella vera e propria «opera di misericordia» che svolgete: a servizio di varie categorie di «poveri», nel nostro Paese e nei Paesi in cui siete inviati; a servizio dell’equità, che caratterizza il vostro impegno ed è condizione della giustizia e della pace; a servizio della carità, sfumatura del vostro stile di lavoro, che apre la strada alla misericordia.

Siatene certi: è anche attraverso la vostra opera – come attraverso Maria -, che Dio tende la Mano al mondo, affinché la storia dei nostri giorni possa essere trasformata; possa, per così dire, varcare la Porta della Misericordia, trovando un “limite” al male, a ogni male.

Sembra impossibile ma con la fede – Maria ce lo insegni e ci aiuti a crederlo – «Nulla è impossibile a Dio»!

 


[1] Giovanni Paolo II, Memoria e Identità, Rizzoli 2005, p. 16

[2] Francesco, Omelia nella Celebrazione di apertura del Giubileo della Misericordia, Piazza San Pietro, 8 dicembre 2015

[3] Francesco, Misericordiae Vultus, Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia, 20

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