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Mons. Bruno Forte during the presentation of instrumentum laboris in the vatican press room - 23 June 2015

Mons. Bruno Forte - Foto ©ZENIT

Mons. Forte: Fede e società

La “tenda” di Botta verso Dio (Il Sole 24 Ore, Domenica 22 Aprile 2018, 1 e 3) di Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto

“L’architettura porta con sé l’idea del sacro”. Queste parole di Mario Botta fanno già comprendere come il progettare e costruire un edificio sia sempre un creare ponti fra la terra e il cielo, quasi imitando nel frammento il gesto archetipico creatore del tutto. Tanto più questo avviene quando si fa la scelta di operare un taglio (“tempio” viene dal greco “témno”, tagliare), volto a separare uno spazio per Dio per renderlo abitabile dalla nostra sete di Lui e dal dono della Sua presenza. È in tale consapevolezza che si muove Botta, progettista di straordinari luoghi del sacro: ed è per questo che le Sue architetture sacre risultano connaturali a chi desideri l’incontro con l’Altissimo e voglia dare espressione a questa profonda nostalgia dell’anima. Se “desiderio” è trarre dalle stelle (“de sideribus”) la via, quasi tirando il cielo sulla terra per aprirla all’orizzonte ultimo per cui fu creata, disegnare e realizzare lo spazio del sacro vuol dire contribuire ad accendere negli abitatori del tempo la sete dell’Eterno, offrendo loro la dimora in cui coniugare l’umiltà e il coraggio di misurarsi con l’Altro nella lotta dell’amore più grande, come fu quella di Giacobbe al guado dello Jabbok (Gen 32). È perciò che – come afferma Botta – “in una società fragile, luoghi come questo hanno una carica simbolica molto più forte della loro azione tecnica e funzionale… Essi possono diventare dei nuovi cardini per riorganizzare una parte del tessuto che hanno intorno”. È quanto è avvenuto con la costruzione della nuova Chiesa di San Rocco a Sambuceto (San Giovanni Teatino, Chieti): essa si presenta all’esterno come una volumetria compatta, slanciata nella forma di una tenda tesa verso il cielo, ferita in alto da un’ampia apertura a croce, da cui piove la luce nello spazio interno. In questo modo Botta ha saputo esprimere l’anima religiosa della gente d’Abruzzo, plasmata da secoli di fede cristiana, ben piantata nella terra e insieme protesa nell’umile e decisa tensione verso l’alto, passando attraverso la Croce dell’Amato. Il risultato di quest’intuizione è un’architettura che si offre alla vista come un appello ad alzare lo sguardo, richiamo di quella “nostalgia del Totalmente Altro”, che – secondo Max Horkheimer e Theodor W. Adorno – pervade nel più profondo l’anima del nostro Occidente, ferito dalle immani tragedie del “secolo breve” (Eric Hobsbawm) da poco concluso. La stessa struggente nostalgia, peraltro, che dovette animare il nobile Rocco, il santo cui la Chiesa di Sambuceto è dedicata, che da ricco volle farsi povero e pellegrino per amore dei poveri.

Non meno carico di simbolismi è l’interno di questa singolare “scrittura dello spazio”, che è la Chiesa di Sambuceto:  corrispondente alla forma slanciata della tenda, esso si presenta come un grembo accogliente. In ebraico il termine per indicare la misericordia è “rachamim”, espressione che designa propriamente le “viscere” materne, il grembo in cui ha inizio ogni vita. Sul piano delle relazioni che ci fanno umani l’immagine richiama il sentimento intimo di coappartenenza che lega il concepito alla madre, il legame originario fra chi dà vita e chi la riceve, sentimento di tenerezza profonda (“Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono”: Sal 103,13). La misericordia evoca l’amore viscerale, non condizionato dalla reciprocità, mosso unicamente dalla volontà di bene per l’altro: l’idea è quella di una custodia primordiale che accoglie, nutre e protegge, e di un’oscurità ospitale in cui la creatura concepita vive in simbiosi con la madre e ne riceve alimento, impulso e custodia. Nella Chiesa di Sambuceto Mario Botta ha reso in maniera originale questo messaggio, situando l’assemblea liturgica in una forma spaziale ariosa e insieme avvolgente, grembo di vita che viene dall’alto a pervadere il popolo celebrante. Infine, lo spazio sacro interno all’opera di Botta in terra d’Abruzzo culmina nella triplice abside, più vasta quella centrale, di dimensioni minori, fra loro identiche e corrispondenti, quelle delle due absidi laterali: la simbolica trinitaria è evidente. Al centro il Padre, fonte e principio della vita divina, ai due lati “le mani del Padre” (Sant’Ireneo di Lione), il Figlio e lo Spirito Santo, rappresentati dalle due cavità minori alla destra e alla sinistra della cavità maggiore. Il senso è alto e profondo: la Trinità divina, mistero dell’Amante, dell’Amato e dell’Amore nell’unità essenziale del Dio che è Amore, è la meta di tutto perché di tutto è origine e custodia. È nello spazio absidale che si situa l’altare, il luogo sacro in cui si compie il sacrificio dell’Amato e le relazioni delle Persone divine irrompono ad abbracciare l’umanità pellegrina nel tempo. Un messaggio di vita e di speranza, che la forma spaziale della Chiesa di San Rocco ben rende, e che proprio così educa il popolo fedele a riconoscersi amato, custodito e destinato alla bellezza che non avrà fine. Nella sua architettura, splendida “scrittura della luce”, Mario Botta sa dirci tutto questo, forse al di là della sua stessa consapevolezza, com’è d’ogni artista, la cui opera è tanto più bella e grande quanto più trascende colui che l’ha concepita e realizzata.

In occasione della pubblicazione del catalogo dell’opera di Mario Botta, Spazio sacro. Architetture 1966-2018, Pinacoteca Casa Rusca, Locarno (Edizioni Casagrande, Bellinzona 2018), pubblichiamo l’intervento dell’Arcivescovo Bruno Forte su una delle opere del Maestro (pagine 218-225), la Chiesa di San Rocco a Sambuceto (San Giovanni Teatino, Chieti), sintesi eloquente delle scelte più significative che ne ispirano la creatività.

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Arcivescovo di Chieti-Vasto

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