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Mons. Francesco Follo - Foto © Servizio Fotografico-L'Osservatore Romano

Mons. Follo: Un incontro che disseta per sempre

Rito Romano – III Domenica di Quaresima – Anno A – 15 marzo 2020

Rito Romano – III Domenica di Quaresima – Anno A – 15 marzo 2020

Es 17,3-7; Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

La sete di Gesù e quella della Samaritana.

 

Rito Ambrosiano – III Domenica di Quaresima

Es 34,1-10; Sal 105; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59

Domenica di Abramo.

 

  • Sete che permette di trovare chi non si cercava.

Nel brano del Vangelo di questa domenica, San Giovanni ci presenta

  • un pozzo, quello che Giacobbe aveva lasciato a Giuseppe, perché ci si potesse abbeverare,
  • una brocca, che verrà abbandonata quale simbolo della vita di prima,
  • una donna samaritana che, dialogando con Gesù, predispone il cuore all’ascolto e crede che lo sconosciuto sia il Messia ed infine
  • Gesù che, dialogando con la samaritana, si manifesta quale si manifesta come Messia.

Va, però, tenuto presente che questa donna andava a pren­dere acqua “materiale” e il vangelo non ci dice che avesse particolari esigenze spirituali. Dal racconto si può dedurre che si tratta di una giovane donna amante, contesa per la sua bellezza, una giovane donna che facilmente si abban­donava al primo venuto e,in fondo, era contenta della sua vita. Aveva aveva già avuto sette “mariti” e viveva con un altro uomo, ma non appare dal Vangelo che in lei ci fosse qual­che rimorso che preparasse il suo incontro con Cristo. Andava, forse cantando, portando sul capo o sulle spalle l’anfora vuo­ta, lieta di vivere e contenta di essere amata. Il fatto poi del suo linguaggio col Signore, a cui risponde portando il discorso su un piano puramente umano, dimostra che era ben lontana dal prevedere quello che sarebbe avvenuto, che era ben lontana anche dal desiderarlo.

Anche a noi può succedere di incontrare Cristo là dove non avremmo mai creduto trovarlo. Forse i nostri incontri più veri, più profondi, più vivi con Dio non si sono realizzati là dove pensavamo che fosse ad aspettarci, che era pronto a riceverci, ma nei luoghi più impensati, nei momenti più imprevedibili.

La cosa importante è di non spegnere la sete, di non soffocare la domanda di senso che anche il corpo manifesta e lasciarci attrarre da Cristo perché noi restiamo in Lui, che genera in noi una vita nuova. E’ grazie a questo processo che implica tempo e libertà che gli eventi della vita irrompono nella nostra vita e diventano incontri che ci trasformano.

L’importante è essere in cammino, come questa donna o come San Paolo che incontrò Gesù che stava perseguitando nei cristiani. Questi due (ma anche noi) s’incontrarono con Cristo in un momento in cui meno pensavano e meno sembravano preparati all’incontro. Ma questo è il bello degli incontri con Dio. Spesso non sono legati ai nostri sforzi. Sono un dono di un amore infinito, che ci riempie di stupore e gratitudine. Sorpresi da questo dono inatteso, siamo nella gioia perché sperimentiamo che siamo amati e che la sete di vita piena e duratura riceve la risposta esauriente in Cristo. Oso dire anche che nell’incontro con Cristo riceviamo il dono di noi stessi da Lui.

           

 

2) Un Povero che chiede per poter donare.

Nel suo esodo Gesù passa per la Samaria e si ferma al pozzo di Giacobbe nei pressi della città di Sicar. Si siede su muretto che cinge il pozzo perché è stanco di camminare, ha sete, ma è povero e non ha mezzi per attingere l’acqua. Aspetta che venga qualcuno che possa attingere l’acqua per lui e dissetarlo, ma la sua umile richiesta è un “pretesto” per poter donare se stesso.

Cristo è così assetato di noi che non esita a chiedere dell’acqua per il suo corpo e così poter offrire se stesso come sorgente di acqua che disseta per sempre, perché sa che quanti vanno al pozzo a prender l’acqua ha sete di un’altra acqua, anche se credono di non averne bisogno.

Cristo ha sete, ma la sua non è solo una sete fisica, è spirituale: ha sete di noi, che oggi siamo rappresentati dalla Samaritana. Gesù si fa buon Samaritano alla samaritana e, proponendo un’acqua che disseta anche il cuore, la invita alla conversione,.

In fondo che cosa significa “conversione”? 
Non è solo un atto della volontà, ma è una risposta all’Amore di Dio che si è fatto strada nel nostro spesso complicato, confuso o disordinato modo di vivere, che ci rende assetati di tutto. Chiediamo a Cristo di versare anche nei nostri cuori il vero amore così da avere un costante desiderio di Lui e il deserto della vita fiorirà, e saremo nelle sue mani amorose e salde, sempre.

Il cammino di conversione, che il cuore della donna di Samaria percorre, non è senza resistenze. La ricerca di Dio da parte dell’essere umano corre sempre il pericolo di rinchiudersi in se stessa, è sempre minacciata, quindi l’evangelista Giovanni mette a nudo le radici di questa chiusura su se stessi, mettendo in evidenza che, all’inizio, la Samaritana non capisce. In effetti quando  si lascia andare al suo istinto e ad allasua reattività, l’uomo non è più capace né di capire la parola di Dio, né di interpretare correttamente le proprie attese. Il cuore ha sete e come una cerva anela all’acqua, ma la cerca in modo sbagliato, con delle pretese e dei pregiudizi. La donna intuisce qualcosa del dono di cui Cristo parla (l’acqua), ma lo interpreta sul metro delle proprie preoccupazioni: “Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua[1]. La tentazione di chi cerca Dio è sempre di rinchiudere il dono di Dio dentro la propria attesa. Ma Dio non si lascia rinchiudere nelle attese dell’uomo: le dilata. La donna cerca di situare Gesù nelle categorie religiose tradizionali, ma Gesù non esita a mostrare la loro inadeguatezza. Per due volte – a proposito del dono dell’acqua e del luogo del culto – la donna evoca la grandezza dei patriarchi [2]), evoca il passato: la sua ricerca è chiusa nel passato. Gesù la costringe a guardare al futuro e a prendere coscienza che nel mondo è arrivata la novità e che questa rinnova il problema dalle fondamenta. La novità non sta in qualcosa che disseta il corpo arido, ma in Qualcuno che disseta il cuore ricolmandolo,

Già san Paolo aveva compreso che Gesù è “l’acqua che disseta”, quando affermò: “E la Roccia era Cristo”[3], in riferimento al testo della prima lettura di oggi. Alle volte possiamo forse sentirci messi alla prova dall’arsura della sete, ma Gesù ci sarà sempre vicino con l’acqua viva del suo amore.       L’acqua che è Cristo stesso non soltanto disseta, ma purifica e dà vita. Infatti, dal costato aperto di Cristo sono sgorgati acqua e sangue, simbolo dei sacramenti del battesimo e dell’eucaristia. Ma non è sufficiente essere dissetati, purificati, vivificati dall’Acqua di Cristo. Quest’acqua non è soltanto per noi, è per tutti.

La Samaritana lo ha capito. Ha lasciato per qualche istante Gesù ed è andata in città, facendosi “missionaria” verso i suoi concittadini. L’umanità intera ha bisogno di essere dissetata e lavata da quest’acqua di Cristo. La prima è che la donna, giunta al punto in cui Gesù intendeva condurla, lascia le sue precedenti preoccupazioni e corre in città (cf. Gv 4,28). Il suo incontro con Cristo si fa comunitario, il suo cammino diventa missionario.

Questo ricerca e questo incontro della donna di Samaria e dei suoi concittandi è, ovviamente, un’immagine del cammino di ogni uomo verso Dio.

 

            3) La sete di Gesù Maestro.

            Il Vagolo ci parla di un ambiente “scolastico” inconsueto, un pozzo, e un maestro inatteso: Dio. Un Maestro che oggi sceglie come cattedra un muretto, per insegnare non dall’alto ma all’altezza del cuore, e come ascoltatore una donna. Di questo fatto se ne stupirono per primi i discepoli sia perché era samaritana[4] e sia perché era donna che non sapevano ancora che la Chiesa di Cristo avrebbe posto una Donna quale mediatrice tra i figli e il Figlio. La Madonna che riunì in sé, unica fra tutte, le due supreme perfezioni della donna: la Vergine e la Madre, che soffrì per noi dalla notte della nascita a quella della morte di Gesù, fratello nostro.

Un Maestro che per fare attingere la verità dal suo cuore, chiede da bere. Nel Vangelo solo due volte è detto che Gesù ha sete: in questo incontro con la samaritana e sulla Croce. E dalla Croce continua a dire “ho sete”, rivolgendosi a ciascuno di noi, perché di ognuno di noi ha sete e ci dice: “Conosco il tuo cuore, la tua solitudine e il tuo dolore, le reazioni, i giudizi e le umiliazioni. lo ho sopportato tutto questo prima dite. Ho portato su di Me tutto questo per te affinché tu possa dividere anche la Mia potenza e vittoria. Conosco specialmente il tuo bisogno di amore e di bere alla fonte dell’amore e della consolazione. Quante volte la tua sete è stata vana; dissetandoti in modo egoistico, riempiendo la tua sete di piaceri illusori, cioè la vacuità ancora più grande del peccato! Hai sete di amore? “Venite a Me o voi assetati…” (Gv. 7,37). Io vi darò da bere fino a pienezza. Hai sete di essere amato? Ti amo più di quanto puoi immaginare, al punto di morire in croce per te.Ho sete del tuo amore. Sì, questo è il solo modo di dirti il Mio amore: HO SETE DI TE. Ho sete di amarti e di essere amato. Per dimostrarti quanto sei prezioso per Me! HO SETE DI TE. Non dubitare mai della Mia Grazia, del mio desiderio di perdonarti, di benedirti e di vivere la mia vita in te. HO SETE DI TE. Aprimi, vieni a me, sii assetato di me, offrimi la tua vita. E io ti dimostrerò quanto conti per il Mio cuore”.[5] Gesù Cristo, Figlio di Dio, ha sete della nostra sete (cfr San Gregorio di Nazianzo), ha desiderio del nostro desiderio. Ha bisogno di noi, ha sete di fratelli.

La nostra domanda è risposta alla sete di Cristo. Non è poi così paradossale affermare che La nostra preghiera di domanda è una risposta. E’ un dato di fatto. Con la forza dell’amore siamo chiamati a rispondere al lamento del Dio vivente: “Essi hanno abbandonato me, sorgente d’acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate[6], risposta di fede alla promessa gratuita di salvezza[7], risposta d’amore alla sete del Figlio unigenito[8].

A tutti si rinnova l’invito di Dio: “O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e senza spesa, vino e latte[9], “Chi ha sete venga, chi vuole prenda in dono dell’acqua della vita[10]. E’ un chiaro invito di Gesù Cristo a tutti gli uomini. E’ un incoraggiamento a “bere” dalla fonte eterna: l’unica che toglie la sete del cuore e della mente, che guarisce l’anima e il corpo, l’unica che dona salvezza, la sola che dà la felicità che dura per sempre.

Ma teniamo ben presente che questa acqua scaturisce anche da coloro che hanno creduto in Lui come Salvatore, i quali, simili a vasi di terra, sono chiamati ad essere ripieni dell’Acqua della Vita[11] e si dispongono umilmente a condividerla.

Le Vergini Consacrate sono chiamate a vivere questa condivisione mediante la consacrazione, la donazione totale a Dio, da loro portato come vasi sacri, fragili come la creta ma forti della grazia, da cui attingere l’amore che dio ha riversato in loro.

Le Vergini consacrate, poi, con la loro dedizione assisua alla preghiera testimoniano che la preghiera e la vita spirituale autentica sono simili alla pulsione primaria, istintiva della sete che è bisogno primario ed elementare. È una necessità quasi “animalesca”, analoga a quella che il profeta Geremia raffigurava nella brama degli asini selvatici, che durante la siccità “si fermano sulle alture e aspirano l’aria come sciacalli” a causa delle fauci riarse, “mentre i loro occhi languiscono, perché non si trova più erba[12].  Ma il vivere la preghiera e la vita come risposta alla sete di Dio permette a loro, ed anche a noi di pregare così: “Il tuo amore è più dolce della vita, le mie labbra ti celebrano[13]. Queste donne testimoniano di aver capito la lezione di Gesù alla Samaritana. Non cercano Dio sulla montagna di Samaria né di Sion, Lo cercano e trovano dentro il loro cuore come pozzo da cui sgorga acqua di vita eterna. Sono assetate di Dio e per questo il loro Rituale per la Consacrazione cita il Salmo 41: “Come un cervo assetato cerca l’acqua viva, così la mia anima cerca te, Dio mio” (v. 2). Poi dissetate da Dio, “sono consacrate al culto divino della lode e del servizio a tutti gli uomini” (cfr aggiunta alla Preghiera eucaristica IV durante la Messa per la loro Consacrazione).

Con la loro vita queste donne dicono, come Abramo[14]: “Mi fido di Te; mi affido a Te, Signore”. Ess ci richiamono che credere in Dio significa fondare su di Lui la mia vita, lasciare che la sua Parola la orienti ogni giorno, nelle scelte concrete, senza paura di perdere qualcosa di se stessi, senza esitare a consacrarsi a Dio, completamente.

 

 

 

Lettura Patristica

Dalle “Catechesi” di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
(Catech. 16, sullo Spirito Santo 1,11-12.16; PG 33,931-935.939-942)
L’acqua viva dello Spirito Santo

“L’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). Nuova specie di acqua che vive e zampilla, ma zampilla solo per chi ne è degno. Per quale motivo la grazia dello Spirito è chiamata acqua? Certamente perché tutto ha bisogno dell’acqua. L’acqua è generatrice delle erbe e degli animali. L’acqua della pioggia discende dal cielo. Scende sempre allo stesso modo e forma, ma produce effetti multiformi. Altro è l’effetto prodotto nella palma, altro nella vite e così in tutte le cose, pur essendo sempre di un’unica natura e non potendo essere diversa da se stessa. La pioggia infatti non discende diversa, non cambia se stessa, ma si adatta alle esigenze degli esseri che la ricevono e diventa per ognuno di essi quel dono provvidenziale di cui abbisognano.
Allo stesso modo anche lo Spirito Santo, può essendo unico e di una sola forma e indivisibile, distribuisce ad ognuno la grazia come vuole. E come un albero inaridito, ricevendo l’acqua, torna a germogliare, così l’anima peccatrice, resa degna del dono dello Spirito Santo attraverso la penitenza, porta grappoli di giustizia. Lo Spirito appartiene ad un’unica sostanza, però, per disposizione divina e per i meriti di Cristo, opera effetti molteplici

.
Infatti si serve della lingua di uno per la sapienza. Illumina la mente di un altro con la profezia. A uno conferisce il potere di scacciare i demoni, a un altro largisce il dono di interpretare le divine Scritture. Rafforza la temperanza di questo, mentre aq uello insegna la misericordia. Ispira a un fedele la pratica del digiuno, ad altri forme ascetiche differenti. C’è chi da lui apprende la saggezza nelle cose temporali e chi perfino riceve da lui la forza di accettare il martirio. Nell’uno lo Spirito produce un effetto, nell’altro ne produce uno diverso, pur rimanendo sempre uguale a se stesso. Si verifica così quanto sta scritto: “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1Cor 12,7).
Mite e lieve il suo avvento, fragrante e soave la sua presenza, leggerissimo il suo giogo. Il suo arrivo è preceduto dai raggi splendenti della luce e della scienza. Giunge come fratello e protettore. Viene infatti a salvare, a sanare, a insegnare, a esortare, a rafforzare e a consolare. Anzitutto illumina la mente di colui che lo riceve e poi, per mezzo di questi, anche degli altri.

E come colui che prima si trovava nelle tenebre, all’apparire improvviso del sole riceve la luce nell’occhio del corpo e ciò che prima non vedeva, vede ora chiaramente, così anche colui che è stato ritenuto degno del dono dello Spirito Santo, viene illuminato nell’anima e, elevato al di sopra dell’uomo, vede cose che prima non conosceva.

 

[1] Gv 4,15.

[2] Gv 4,12.20.

[3] 1 Cor 10,4,

[4] Non dobbiamo dimenticare che tra Ebrei e samaritani non correva buon sangue da quando questi ultimi si erano formati un regno ed un culto autonomo. Erano degli scismatici, e per di più mescolati con coloni stranieri (assiri) praticanti culti pagani. I rapporti erano improntati ad ostilità: condannati quelli personali, evitato persino l’attraversamento della regione, situata tra Giudea e Galilea, seguendo un percorso ben più lungo, pur di evitarli.
I Samaritani al Tempio di Gerusalemme contrapponevano il loro sul monte Garizim. E’ chiaro che per i Giudei questo rappresentava un fatto gravissimo, perché essi consideravano essenziale l’unicità del Tempio, luogo della presenza di Jahvé in mezzo al popolo.

[5] Preghiera della B. Teresa di Calcutta, che ha voluto che accanto al Crocifisso posto dietro l’altare di ogni cappella delle Case delle sue Suore ci sia scritto “I THIRST” = Ho sete. Può essere utile consultare  http://www.motherteresa.org.

[6] Ger 2,13.

[7] Cfr Gv 7,37-39; Is 12,3; 51,1.

[8] Cfr Gv 19,28; Zc 12,10; 13,1.

[9] Is 55,1.

[10]Ap 22,17.

[11]Gv 7,38-39.

[12] Ger  14,6.

[13] Sal 63,4.

[14] A questo Patriarca è “dedicata” la II domenica di quaresima del Rito Ambrosiano. Abramo, il credente, ci insegna la fede; e, da straniero sulla terra, ci indica la vera patria. La fede ci rende pellegrini sulla terra, inseriti nel mondo e nella storia, ma in cammino verso la patria celeste. Credere in Dio ci rende dunque portatori di valori che spesso non coincidono con la moda e l’opinione del momento. In tante nostre società Dio è diventato il ‘grande assente’ e al suo posto vi sono molti idoli, diversissimi idoli e soprattutto il possesso e l’‘io’ autonomo. E anche i notevoli e positivi progressi della scienza e della tecnica hanno indotto nell’uomo un’illusione di onnipotenza e di autosufficienza, e un crescente egocentrismo ha creato non pochi squilibri all’interno dei rapporti interpersonali e dei comportamenti sociali. Eppure la sete di Dio non si è estinta e il messaggio evangelico continua a risuonare attraverso le parole e le opere di tanti uomini e donne di fede.

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Mons. Francesco Follo è Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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