Dona Adesso

Mons. Francesco Follo - Foto © Servizio Fotografico-L'Osservatore Romano

Mons. Follo: Parola che libera dal male e crea l’uomo nuovo

Rito Romano – IV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B – 28 gennaio 2018

Rito Romano – IV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B – 28 gennaio 2018

Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28

Rito Ambrosiano

Is 45,14-17; Sal 83; Eb 2,11-17; Lc 2,41-52

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – festa del Signore

1) Parola autorevole, nuova e liberante.

Domenica scorsa siamo stati invitati a riflettere sulla vocazione di Pietro e di Andrea, di Giacomo e di Giovanni. In compagnia di questi quattro pescatori che Gesù ha chiamati per diventare pescatori di uomini, proseguiamo il cammino iniziato con la lettura del Vangelo di San Marco. Nel brano che oggi leggiamo, questo Evangelista ci racconta del Messia che va a Cafarnao. E’ sabato ed anche Gesù, come ogni ebreo, si reca alla sinagoga per la preghiera e la lettura della Bibbia. Poiché, dopo gli scribi e gli anziani, ogni israelita poteva chiedere la parola e intervenire, ecco che Gesù prende la parola e insegna con un’autorità che stupisce i presenti. Questa autorità d’insegnamento è, poi, immediatamente accompagnata dall’autorità d’azione, che libera un indemoniato. Il diavolo è un intruso nell’uomo, che è figlio di Dio. La parola del Figlio di Dio scaccia il maligno e mette fine ad una convivenza devastante e rovinosa.

Quelli che assistono alla scena nella sinagoga “Sono stupiti del insegnamento di Gesù, perché insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi”.

Gesù insegna come uno che ha autorità. Ha autorità chi non sol­tanto annuncia la buona notizia, ma la fa accadere. Lo vediamo dal seguito del racconto: “C’era là un uomo posseduto da uno spirito im­puro  e cominciò a gridare, dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!. E Gesù gli ordinò severamente: ‘Taci! Esci da lui. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.” (Mc 1, 23 – 26). La buona notizia è Dio che sta in mezzo agli uomini e li libera ridonando loro la vita sana e santa.

Il vangelo (=buona notizia) che Cristo è e porta, è un insegnamento nuovo, il che  non significa semplicemente qualcosa di mai detto prima o di n mai sentito altrove. Non si tratta semplicemente di una novità cronologica. Nella parola di Gesù si avverte la presenza della novità di Dio, una novità qualitativa: qualcosa che rigenera e rinnova.

La novità di Gesù ha fatto irruzione nel mondo: il suo insegnamento non è riducibile ad una dottrina, ad una sublime lezione di teologia o di etica da imporre sulle spalle deboli dell’uomo. La novità è Lui stesso, che chiede solo di essere accolto come forza liberante. Cristo che “porta ogni novità portando se stesso” (Sant’Ireneo di Lione) con la sua parola pronunciata con autorità, manifesta l’amore di Dio. La Sua è una parola  che opera, che libera chi è vittima del male, che lo strappa dal potere del Maligno per restituirlo alla sua dignità, alla sua libertà di figlio di Dio.

Questo vangelo è rivolto a noi oggi perché lo accogliamo domandando di essere purificati dai nostri peccati e fare nostre le parole di San Bernardo di Chiaravalle: “Ho commesso un grave peccato, la coscienza si turberà ma non ne sarà scossa, perché mi ricorderò delle ferite del Signore. Se dunque mi verrà alla memoria un rimedio tanto potente ed efficace, non posso più essere turbato da nessuna malattia, per quanto maligna … mio merito perciò è la misericordia di Dio, finché Lui sarà ricco di misericordia” (Discorso n.61 sul Cantico dei Cantici).

Quella di Cristo è una autorevolezza di una persona ricca di misericordia divina e di umanità. Mentre gli scribi “insegnano” con l’affannano di interpretare la Legge e di  elaborare una dottrina, Gesù “insegna” mostrando la novità della sua vita come il “compimento” della Legge. Da ciò emerge un’ “autorevolezza” che genera stupore. Non si tratta solo di una “dottrina” migliore, più profonda o meglio costruita, rivolta all’intelligenza, ma di una forza che mentre mostra, trasforma misericordiosamente le persone che si aprono ad accoglierla. Quella di Cristo è parola forte e, al tempo stesso, dolce che guarisce e libera dal peccato, che è fuga da Dio e da noi stessi.

2) Incontro con l’amore autorevole.

Il succedersi ripetitivo del tempo a Cafarnao è rotto – nella sinagoga allora, nella chiesa oggi- dall’incontro di Gesù Nazareno  con la gente del posto fra cui vi è un uomo posseduto da uno spirito impuro. Tutti rimasero sorpresi e dentro di sé cominciarono a chiedersi: “Ma che cos’è mai questo? Un insegnamento nuovo, pieno di autorità. Comanda agli spiriti impuri e gli obbediscono”.

Anche oggi siamo invitati a incontrare, nella Liturgia, il Signore che viene con la sua parola, detta con autorità, per liberarci dal potere del Maligno che si insinua dentro di noi per strapparci quanto il battesimo ci ha donato facendoci figli di Dio.

Per rubare i figli a Dio, il diavolo insinua il dubbio negli uomini inducendoli a pensare che Dio non sia un Padre ma un nemico della nostra umanità.

Il demonio è uno “spirito impuro” perché mira a sporcare lo sguardo inquinandolo alla fonte; e uno sguardo macchiato non vede più l’amore di Dio, smarrisce le ragioni per lodarlo e quindi se ne separa.

Fortunatamente anche oggi Cristo entra nel “luogo dove siamo riuniti”[1] in preghiera e si fa incontro a noi, “insegna con autorità” durante le celebrazioni liturgiche, attraverso la predicazione e la proclamazione della Parola.

Abbiamo bisogno dell’“autorità” di Gesù, così diversa da quella degli “scribi”. Lui non parla con presunzione, la sua cattedra non è in alto, ma accanto ai poveri e ai peccatori. Cristo è autorevole perché ha portato sulla terra il volto di Dio, ha dato carne al suo amore del Padre, ha “rinchiuso” la sua onnipotenza nella misericordia.

Gesù non parla in nome di Dio, come facevano gli scribi. Lui è Dio. Lui scende con autorità sino al cuore e lo guarisce. Solamente Lui può guarirci dal male purificando la fonte dei nostri atteggiamenti malvagi.

L’importante è che la nostra mente ed il nostro cuore siano rivolti verso Cristo, convertiti cioè rivolti verso di Lui insieme con i nostri fratelli e sorelle. Il cammino che inizia in questa domenica si concluderà sulla Croce. Camminiamo guardando a Cristo, che, passo dopo passo, ci introduce nella conoscenza della sua identità.

Stupiamoci dell’incontro impensabile con un Dio che non schiaccia l’uomo, ma gli dona se stesso, lo ama, lo libera perché viva.

Facciamo in modo che lo stupore degli ascoltatori di allora perché diventi anche nostro.

Nel Vangelo di oggi. San Marco scrive: “Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi”. Tutti erano stupiti, quasi increduli, ma percepivano, nelle parole di lui, la forza superiore della grazia, come scriverà pure San Luca: “erano stupiti, per le parole di grazia che pronunciava” (Lc 4,22).

Incontrando Cristo, profeta “definitivo”, l’atteggiamento da avere è quello dell’ascolto pieno stupore. Ascolto che esige un clima di silenzio interiore e di stupita tensione, segno del desiderio di conoscenza, nel quale nasce e cresce un atteggiamento di accoglienza e di dedizione.

Un esempio di questa accoglienza e dedizione ci viene dalle Vergini consacrate che testimoniano che è davvero praticabile quanto dice San Paolo nella seconda lettura della Messa di oggi.

L’Apostolo delle Genti  scrive: “Fratelli, vorrei che voi foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!

Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni” (1 Cor 7, 32-35).

Sono tante le occasioni e le distrazioni oggi che ci portano a trascurare il nostro rapporto con Dio e a soddisfare solo le nostre esigenze materiali. L’insegnamento di San Paolo e la testimonianza delle Vergini consacrate mostrano un percorso alternativo a quanti concepiscono l’amore nel solo orizzonte del tempo presente e della corporeità. Lo stesso abuso del termine amore e la sua varia accezione ci fa comprendere come sia problematico scegliere la strada giusta per vivere nell’amore di Dio e in questo amore divino amare verginalmente ogni nostro fratello, nonostante i limiti ed i difetti.

 

Lettura patristica

San Girolamo

Comment. in Marc., 2

Ed entrarono a Cafarnao” (Mc 1,21). Significativo e felice è questo cambiamento: abbandonano il mare, abbandonano la barca, abbandonano i lacci delle reti ed entrano a Cafarnao. Il primo cambiamento consiste nel lasciare il mare, la barca, il vecchio padre, nel lasciare i vecchi vizi. Infatti nelle reti, e nei lacci delle reti, sono lasciati i vizi. Osservate il cambiamento. Hanno abbandonato tutto questo: e perché lo hanno fatto, per trovare che cosa? «Entrarono – dice Marco – a Cafarnao»: cioè entrarono nel campo della consolazione. “Cafar” significa campo “Naum” significa consolazione. Oppure (dato che le parole ebraiche hanno vari significati, e, a seconda della pronunzia, hanno un senso diverso), “Naum” vuol dire non solo consolazione, ma anche bellezza. Cafarnao, quindi, può essere tradotto come campo della consolazione o campo bellissimo…

Entrarono in Cafarnao, e subito, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava loro” (Mc 1,21), insegnava affinché abbandonassero gli ozi del sabato e cominciassero le opere del Vangelo. “Egli li ammaestrava come uno che ha autorità, non come gli scribi” (Mc 1,22). Egli non diceva, cioè «questo dice il Signore», oppure «chi mi ha mandato così parla»: ma era egli stesso che parlava, come già prima aveva parlato per bocca dei profeti. Altro è dire «sta scritto», altro dire «questo dice il Signore», e altro dire «in verità vi dico». Guardate altrove. «Sta scritto -egli dice – nella legge: Non uccidere, non ripudiare la sposa». Sta scritto: da chi è stato scritto? Da Mosè, su comandamento di Dio. Se è scritto col dito di Dio, in qual modo tu osi dire «in verità vi dico», se non perché tu sei lo stesso che un tempo ci dette la legge? Nessuno osa mutare la legge, se non lo stesso re. Ma la legge l’ha data il Padre o il Figlio? Rispondi, eretico. Qualunque cosa tu risponda, l’accetterò volentieri: per me, infatti, l’hanno data ambedue. Se è il Padre che l’ha data, è lui che la cambia: dunque il Figlio è uguale al Padre, poiché la muta insieme a colui che l’ha data. Se l’uno l’ha data e l’altro la muta è con uguale autorità che essa è stata data e che viene ora mutata: infatti nessuno che non sia il re può mutare la legge.

Si stupivano della sua dottrina ()“. Perché, mi chiedo, insegnava qualcosa di nuovo, diceva cose mai udite? Egli diceva con la sua bocca le stesse cose che aveva già detto per bocca dei profeti. Ecco, per questo si stupivano, perché esponeva la sua dottrina con autorità, e non come gli scribi. Non parlava come un maestro ma come il Signore: non parlava per l’autorità di qualcuno più grande di lui, ma parlava con la sua propria autorità. Insomma egli parlava e diceva oggi quello che già aveva detto per mezzo dei profeti. “Io che parlavo, ecco, sono qui” (Is 52,6).

[1] Sinagoga (σύν “con, insieme” e ἄγω “conduco”) è parola greca che vuole dire “luogo di riunione”.

About Francesco Follo

Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

Share this Entry

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione