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Mons. Follo: Meditazione – XXXII Domenica del Tempo Ordinario

Anno B- 11 novembre 2018

Rito Romano

1 Re 17, 10-16; Sal.145; Eb 9, 24-28; Mc 12, 38-44

Lietamente diamo tutto e riceveremo di più nella gioia.

 

Rito Ambrosiano

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo

Is 49,1-7; Sal 21; Fil 2,5-11; Lc 23,36-43

Dal legno della Croce regna il Signore.

 

 

1) Il Regno di Dio non ha prezzo, però esso vale tutto ciò che uno possiede (S. Leone Magno, Sermone 32,2)

Delle due donne, di cui si parla nella prima lettura e nel vangelo, sappiamo che sono vedove e quindi senza un sicuro sostentamento né umano né economico, ma che hanno due caratteristiche, che ogni credente dovrebbe avere: abbandono totale a Dio, come ben si vede nella disponibilità piena che la prima ha di accogliere e fare quello che il profeta le chiede, e amorosa fiducia in Dio, per il quale rinunciano a ciò che serve per vivere.

Ma prima di continuare la riflessione, credo sia utile ricordare che nel cortile del Tempio di Gerusalemme, al quale avevano accesso anche le donne, erano allineate tredici ceste, in cui venivano gettate le offerte. C’erano molti ricchi che facevano sostanziose offerte, di cui il sacerdote ripeteva ad alta voce l’entità, suscitando l’ammirazione dei presenti.

Nel vangelo di oggi vediamo che c’è anche una povera vedova che offre poche monete, tutto quanto possiede. Nessun mormorio di ammirazione. Ma Gesù la scorge e richiama l’attenzione dei discepoli con parole che Lui riserva per gli insegnamenti più importanti: «In verità vi dico». Gesù ha finalmente trovato ciò che cercava: un gesto autentico. Un’autenticità garantita da due qualità: la totalità e la fede.

Quella povera, evangelica vedova non ha dato qualcosa del suo superfluo, ma tutto ciò che aveva. Donare del proprio superfluo non è ancora amare. E neppure fede. Donare, invece, fino al punto da mettere allo sbaraglio la propria vita, questa è fede. Questa vedova non solo getta nel tesoro del Tempio tutto quello che ha, ma getta in Dio tutto quello che è. Quel tutto ciò che questa vedova ha ed è e che lei offre totalmente, ci richiama alla mente quella misura dell’amore di Cristo, che è dare la propria vita. L’amore vero è dare tutto, senza calcoli, senza tornaconti, senza misure, come in questo caso, come sempre fa il Signore con noi.

Nella sua semplicità la vedova nel Tempio sapeva, credeva che “il Regno di Dio, invero, non ha prezzo; però esso vale tutto ciò che uno possiede. Nel caso di Zaccheo, esso valse la metà dei suoi beni, perché l’altra metà egli se la riservò per restituire il quadruplo a coloro che aveva defraudato (Lc 19,8); nel caso di Pietro e Andrea, valse le reti e la barca (Mt 4,20); per la vedova, valse solo due spiccioli (Lc 21,2); per un altro, sarà valso magari un semplice bicchiere d’acqua fresca (Mt 10,42)” (Leone Magno, Sermone 32, 2)). Quindi, il Regno di Dio vale tutto quello che uno possiede.

E se non abbiamo niente? “Supponiamo però di non avere neppure un bicchiere d’acqua fresca da dare al povero Cristo; ebbene, anche in questo caso ci aiuta la Parola di Dio. Alla nascita del Redentore, si mostrarono gli Angeli, cittadini del cielo, cantando: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buon volere” (Lc 2,14). Davanti a Dio, la nostra mano non è sprovvista di doni, se l’arca del cuore è piena di buona volontà. Ecco perché il Salmista dice: ‘In me sono, o Dio, i voti che ti rendo, a te si levano le mie lodi’ (Ps 55,12)” (Ibid.).

A parte il fatto che Dio non ha bisogno di niente e che pure le ricchezze, che eventualmente abbiamo, è Lui che le ha create e donate, dobbiamo essere certi che Dio non si “alimenta” con i nostri doni, ma è commosso dall’offerta del nostro cuore.

 

 

            2) Dio non pesa la quantità, ma il cuore.

A questo riguardo Paolino da Nola scrisse: “Il Signor nostro, il solo buono, come il solo Dio, non vuol ricevere per un calcolo di avarizia, ma per generosità di affetto. Che cosa manca, infatti, a colui che dà tutte le cose? O che cosa non possiede, colui che è padrone dei possidenti? Tutti i ricchi sono nelle sue mani, ma la sua immensa giustizia e bontà vuole che gli si faccia dono dei suoi stessi doni, per avere ancora un titolo di misericordia verso di te, perché è buono. E davvero ti prepari lui un merito di cui tu sia degno, perché egli è giusto!” (Epist., 34, 2).

Chi riesce ad esercitare veramente e continuamente la virtù della povertà evangelica crea in se stesso un “vuoto”, cioè quella disposizione spirituale necessaria ed indispensabile per rendersi idoneo e capace di amare Dio veramente come Lui vuole essere amato e si incammina così sulla via della santità.

In tale situazione l’anima pone tutta la sua fiducia e la sua speranza in Dio; si rende padrona di se stessa; si libera dalle angustie di questo mondo, ottenendo quel grado di pace e di serenità più alto che si può ottenere in terra. Ecco perché Gesù ci ha detto: «Beati i poveri in spirito, poiché di essi è il regno dei cieli» (Mt. 5,3). Ecco perché S. Francesco d’Assisi, che aveva capito bene il richiamo di Gesù, si è distaccato da tutto e da tutti e ha sposato: «Madonna Povertà».

Povertà di spirito è un “vuoto” che solo l’Infinito può colmare. I poveri di spirito più che una categoria di uomini è un modo di essere uomini o, meglio ancora, il modo di essere figli di Dio.

Mi spiego con un esempio, che prendo dalla vita di San Francesco d’Assisi. Questo santo, prima di convertirsi, spendeva in feste con gli amici i soldi del padre, Bernardone, che era un ricco mercante. Quando comincio a vivere con altri amici, che con lui seguivano il Vangelo come regola, viveva poveramente. Suo padre Bernardone, preoccupato di questo cambiamento del figlio ed anche preoccupato che “usasse male” , per i poveri, i soldi di famiglia, fa ricorso all’autorità della Chiesa. Così davanti al Vescovo chiede a Francesco di scegliere tra la famiglia “vecchia” e quella “nuova”, evangelica. Se non fosse tornato a caso, Francesco avrebbe dovuto ridare a papà Bernardone le sue ricchezze. Francesco senza esitazione restituì al padre anche il vestito. Il Vescovo allora coprì con il suo mantello il nudo Francesco. Secondo me, il Santo di Assisi non fece una pura e semplice rinuncia di beni materiali: con quel gesto scelse Dio come Padre e la Chiesa come madre, e sposando “Madonna Povertà” divenne il santo della letizia.

A questo riguardo per le Vergini consacrate il Rituale di consacrazione fa pregare così: “Dio sempre fedele, sii la loro fierezza, la loro gioia e il loro amore; sii per loro consolazione, luce e soccorso, nella povertà, la loro ricchezza, nella privazione il loro nutrimento, nella malattia, la loro guarigione… In te, esse possiedono tutto, perché è te che loro preferiscono a tutto” (n. 24).

E San Giovanni Paolo II sempre riguardo alla povertà delle persone consacrate scrisse:  “In realtà, prima ancora di essere un servizio per i poveri, la povertà evangelica è un valore in se stessa, in quanto richiama la prima delle Beatitudini nell’imitazione di Cristo povero. Il suo primo senso, infatti, è testimoniare Dio come vera ricchezza del cuore umano. Ma proprio per questo essa contesta con forza l’idolatria di mammona, proponendosi come appello profetico nei confronti di una società che, in tante parti del mondo benestante, rischia di perdere il senso della misura e il significato stesso delle cose. Per questo, oggi più che in altre epoche, il suo richiamo trova attenzione anche tra coloro che, consci della limitatezza delle risorse del pianeta, invocano il rispetto e la salvaguardia del creato mediante la riduzione dei consumi, la sobrietà, l’imposizione di un doveroso freno ai propri desideri. Alle persone consacrate è chiesta dunque una rinnovata e vigorosa testimonianza evangelica di abnegazione e di sobrietà, in uno stile di vita fraterna ispirata a criteri di semplicità e di ospitalità, anche come esempio per quanti rimangono indifferenti di fronte alle necessità del prossimo.” (Vita consecrata, 25 marzo 1996, n. 90).

Inoltre, le vergini consacrate nel mondo devono dunque ispirarsi all’esempio di questa donna per vivere la loro vocazione sponsale. Anche loro come questa donna sono chiamate a testimoniare che ormai nessun’altra presenza può trovare posto in loro e che come questa donna mettono tutto a disposizione di Dio e del suo Regno. La loro vita diventa così risposta concretissima a Cristo che dice loro: “Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo” (Ct 4,9) e sempre con la loro vita chiedono come la sposa del Cantico dei cantici al suo Diletto: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore!” (Ct 8,6). Infatti: “Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me” (Ct 6,3). La verginità, che rivela l’integrità, la santità e la verità di una persona, permette di vivere per il Signore, di testimoniare che il cuore umano è fatto da Dio e per Dio, di servire Dio con cuore indiviso in una dedizione totale, partendo dal dono di due monetine.

 

 

            3) Dio ama chi dona con gioia.

Un altro esempio di persona che ha dato tutto è Madre Teresa di Calcutta, una donna il cui volto aveva la freschezza e la pace di quelli a cui la povertà ha insegnato che non hanno niente da difendere. Lei amava ripetere: “La povertà è amore prima di essere rinuncia. Per amare occorre donare. Per donare è necessario essere liberi dall’egoismo”. Ogni volta che ho avuto la fortuna di incontrare Madre Teresa l’ho vista lieta, perché libera. Viveva la libertà della povertà, non tanto perché non aveva beni materiali, ma perché mendicava l’amore di Cristo nella preghiera e nella condivisione. Stare accanto a lei era come essere davanti ad una finestra aperta sul cielo, vederla in attività si intuiva che prestava le sue mani a Dio per soccorrere i più poveri dei poveri.

Il Beato Giovanni Paolo II scrisse: “La povertà confessa che Dio è l’unica vera ricchezza dell’uomo. Vissuta sull’esempio di Cristo che «da ricco che era, si è fatto povero» (2 Cor 8, 9), diventa espressione del dono totale di sé che le tre Persone divine reciprocamente si fanno. È dono che trabocca nella creazione e si manifesta pienamente nell’Incarnazione del Verbo e nella sua morte redentrice” (Esortazione Ap. Post-Sinodale Vita Consacrata, n 21).

Si possiede veramente la povertà evangelica quando si considerano i beni di questo mondo «un nulla, una spazzatura», come dice S. Paolo, oppure si valutano solo in quanto possono diventare strumenti utili per conseguire i beni celesti: si ritengono mezzo per raggiungere il Signore: “Ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo” (Fil. 3,8).

Comunque, noi saremo come le vedove di cui parlano le letture bibliche di oggi, se doneremo con gioia quello che siamo capaci di dare, poco o tanto che sia. “Dio ama chi dona con gioia, dona di più colui che dona con gioia” (Madre Teresa di Calcutta).

Per fare così, basterà recitare spesso il Magnificat, ricordandoci che quando doniamo qualcosa ai poveri “prestiamo” a Dio quello che abbiamo ricevuto da Lui: “Che cos’hai che non abbia ricevuto?” (1 Cor 4,7).

 

4) Cristo Re sul povero trono della Croce.

La liturgia ambrosiana ha sei domeniche di Avvento, quindi oggi essa celebra l’ultima festa dell’anno liturgico che è dedicata a Cristo Re.

Ecco due brevi pensieri per legare questa festa alla meditazione domenicale “romana”: Cristo è Re non perché domina con un potere che fa paura, ma perché regge l’universo sulla Croce, segno “povero” del suo immenso amore per noi.

Portiamo la nostra croce quotidiana, coscienti che essa è un frammento di quella di Cristo. Facciamo spesso il segno di Croce, consapevoli che ogni benedizione è sempre legata a questo segno che i sacerdoti fanno sul popolo di Dio e poi devotamente preghiamo come faceva Madre Teresa di Calcutta:

Gloria

al Padre – Preghiera

e al

Figlio – Povertà

e allo

Spirito Santo – Amore per le Anime

Amen – Maria.

 

 

Lettura Patristica

Gregorio Magno

Hom. in Ev., 5, 1-3

 

Il Regno di Dio vale tutto ciò che uno possiede

Avete udito, fratelli carissimi, che Pietro e Andrea non appena furono chiamati, al primo suono del comando, lasciarono le reti e seguirono il Redentore. Non l’avevano ancora visto operare alcun prodigio; ancora non l’avevano ascoltato in tema di premio eterno; e nondimeno, al primo cenno del Signore, dimenticarono tutto quello che poteva costituire il loro possesso…

Mi sembra, peraltro, di sentire qualcuno che dice tra sé: Pietro e Andrea erano pescatori, non possedevano nulla o quasi. Cosa mai lasciarono al comando del Signore? Ma, in questo caso, fratelli carissimi, dobbiamo guardare più all’affetto che al valore del censo. Certamente, molto lascia chi non trattiene nulla per sé; molto lascia chi abbandona completamente tutto quel che possiede. Noi, invece, siamo aggrappati gelosamente a quanto possediamo e desideriamo avidamente quel che non abbiamo. Pietro e Andrea lasciarono davvero molto, dal momento che rinunciarono persino al desiderio di possedere. Sì, questi apostoli lasciarono molto, rinunciando non solo alle cose ma altresì al desiderio di esse. Tanto lasciarono, ponendosi al seguito di Cristo, quanto avrebbero potuto desiderare, se non avessero intrapreso la sua sequela.

Nessuno dica, quindi, allorché vede che altri han lasciato tutto: imiterei volentieri questi spregiatori del mondo, però non ho nulla da lasciare. Infatti, fratelli, anche voi rinunciate a molto, se rinunciate ai desideri terreni. Lasciando il poco che possedete, è quanto basta per far contento il Signore: egli guarda il vostro cuore, non il vostro patrimonio. Non guarda quanto gli offriamo in sacrificio, bensì l’amore con cui glielo offriamo. Se guardiamo al patrimonio terreno, dobbiamo dire che quei due santi mercanti acquistarono la vita eterna degli angeli, in cambio delle reti e della barca.

Il Regno di Dio, invero, non ha prezzo; però esso vale tutto ciò che uno possiede. Nel caso di Zaccheo, esso valse la metà dei suoi beni, perché l’altra metà egli se la riservò per restituire il quadruplo a coloro che aveva defraudato (Lc 19,8); nel caso di Pietro e Andrea, valse le reti e la barca (Mt 4,20); per la vedova, valse solo due spiccioli (Lc 21,2 Mc 12,42); per un altro, sarà valso magari un semplice bicchiere d’acqua fresca (Mt 10,42). Quindi, il Regno di Dio, come ho già detto, vale tutto quello che uno possiede.

Riflettete, dunque, fratelli, sul valore del regno dei cieli: niente vi è di meno costoso nell’acquisto e niente di più prezioso nel possesso. Supponiamo però di non avere neppure un bicchiere d’acqua fresca da dare al povero; ebbene, anche in questo caso ci soccorre la parola divina. Alla nascita del Redentore, si mostrarono i cittadini del cielo, cantando: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buon volere” (Lc 2,14). Davanti a Dio, la nostra mano non è sprovvista di doni, se l’arca del cuore è piena di buona volontà. Ecco perché il Salmista dice: “In me sono, o Dio, i voti che ti rendo, a te si levano le mie lodi” (Ps 55,12). È come se dicesse: «Anche se non trovo fuori di me doni da offrire, nondimeno trovo nel mio intimo qualcosa da porre sull’altare della tua lode, poiché tu non ti pasci del nostro dono, ma ti lasci placare dall’offerta del cuore.

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Mons. Francesco Follo è Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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