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Mons. Francesco Follo - Foto © Servizio Fotografico-L'Osservatore Romano

Mons. Follo: La verità di Dio e la verità sull’uomo trovano la completa rivelazione nella Trinità

Festa della SS.ma Trinità – 16 giugno 2019

La verità di Dio e la verità sull’uomo trovano la completa rivelazione nella Trinità, mistero d’amore e di comunione.

 

Festa della SS.ma Trinità – 16 giugno 2019

Rito romano

Pro 8, 22-31; Sal 8; Rm 5, 1-5; Gv 16, 12-15

 

Rito ambrosiano

Gen 18,1-10a; Sal 104; 1Cor 12,2-6; Gv 14,21-26

 

1) Dio è co-essere

La festa di oggi non sia aggiunge alle precedenti (Natale, Epifania, Pasqua, Ascensione, Pentecoste)  come ricordo di un particolare mistero: la Trinità. Mistero riconosciuto in teoria come fondamentale, ma in pratica rimosso e messo sullo sfondo. Mistero al quale si deve pensare una volta all’anno. Questo Mistero della Trinità  è celebrato come la somma di tutti quelli che abbiamo celebrato da Natale a Pentecoste  per farci vedere unitariamente ciò che avevamo contemplato uno ad uno come i colori rifratti in un prisma.

Il senso di tutte le feste dell’anno liturgico è sempre la celebrazione del “Dio con noi”. Ma come può Dio essere “con noi” se questo “con” non appartenesse da sempre alla sua essenza e alla sua vita intima ? Il mistero Trinitario ci svela che Dio è Padre con il Figlio e con lo Spirito Santo.

Nella festa di oggi, dunque,  contempliamo la Trinità ce l’ha fatta conoscere Gesù, il Dio con noi (= l’Emmanuele). “Lui ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio della Messa di oggi): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica” (Benedetto XVI, 7 giugno 2009).

Nel Mistero Trinitario, di Padre, Figlio e Spirito Santo comprendiamo la natura stessa divina e l’essenza stessa di Dio che è amore, comunione, relazione, collaborazione, donazione, servizio, carità, perdono infinito.

Nel solco del magistero di Papa Francesco ritengo utile mettere in risalto l’aspetto più bello di questo nostro Dio, nel quale abbiamo fede,  sforzandoci di vivere in comunione con Lui, e nel quale abbiamo riposto ogni nostra speranza. Questo aspetto è la misericordia. Misericordiosi come il Padre, ma altrettanto misericordiosi come il Cristo e come lo Spirito Santo.

 

 

2) Dalla Croce alla Trinità.

Nella Croce di Gesù tutta la santissima Trinità è coinvolta: coinvolta nell’Amore e per Amore! Molti antichi dipinti occidentali  raffigurano il Crocifisso sostenuto dalle braccia del Padre, scelgo quello del Masaccio (a Firenze, in Santa Maria Novella, si veda http://catholicteenapologetics.files.wordpress.com/2012/05/masaccio_trinity.jpg oppure foto alla fine di queste riflessioni) dove lo Spirito Santo sotto forma di colomba è tra la testa del Padre ed il capo coronato di spine di Cristo. E’ vero! Tra il Padre e il Figlio c’è una misteriosa, comunione di amore. Per questo Gesù ha potuto dire dalla croce senza esitazione: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Tra il Padre e il Figlio c’è una perfetta, spirituale comunione d’Amore! Per questo, morendo, Gesù ha potuto esclamare con filiale fiducia: “Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito” (Lc 23,46). E da questo momento l’umanità di Gesù, attraversata dall’atto di Amore che unisce il Figlio al Padre dall’eternità, è diventata sorgente di vita filiale per tutti coloro che si aprono a Gesù nell’umiltà della fede: “A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13).

Se Dio è così, se questa è la via attraverso la quale egli ci salva (ed è così!) la Trinità non è un mistero remoto, irrilevante per la nostra vita. Queste tre Persone divine che ci sono più “intime” nella vita: non sono infatti fuori di noi, come la stessa moglie o il marito o i figli o gli amici, ma sono dentro di noi. Esse “dimorano in noi” (Gv 14, 23).

Un esempio grande di come la Croce sia via alla Trinità ci è dato da San Francesco d’Assisi.             Contemplando il Verbo incarnato e crocifisso, questo grande Santo visse l’amore del Dio-Trinità, che si dona a lui e lui, Francesco, rispose a sua volta con piena dedizione.

San Francesco mutato nel cuore divenne simile a Cristo anche nel corpo, con le stigmate. Condotto dallo Spirito tra i lebbrosi, il Santo di Assisi condivise la misericordia che aveva ricevuto da Dio Padre, ricco di misericordia. San Francesco capì e ci fa capire che l’atto del morire del Cristo è il dono che Egli fa del suo Spirito. E se il Cristo ci dona il suo Spirito, noi diveniamo membra del Cristo, viviamo la sua Presenza.

Sulla Croce Gesù donò il suo Spirito e in quel momento lo ricevettero in pochi, perché in pochi (la Madonna, San Giovanni e Santa Maria Maddalena) erano rimasti ai piedi della Croce. Poi, nel giorno della sua Resurrezione, la domenica, quando Egli entrerà nel Cenacolo a porte chiuse lo donò ai dodici: “Ricevete lo Spirito Santo”. Poi ancora lo donò alla Chiesa il giorno di Pentecoste: “Si effonderà su tutti” disse San Pietro. È un crescere continuo di questo dono che oggi è stato fatto anche a noi e che fa di noi “Tempio della Trinità”.

 

 

3) Il Dio vicino.

La liturgia della Messa odierna ci ricorda che Dio non è un Dio impersonale, freddo e lontano da noi. In effetti, Lui “è buono e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 102 [103], 8), “ricco di misericordia, di grazia e di fedeltà” (Ef 4,2 e Es 34, 6). Il Signore non disprezza la polvere di cui siamo plasmati e ci sazia di misericordia e di perdono. 
Affermiamo con grande gioia: Benedetto sia Dio, il Padre e il suo Figlio unigenito e lo Spirito Santo ,perché Dio è il Padre, che ci ha amato così tanto da offrirci suo Figlio e da concederci il suo Spirito cosicché possiamo riconoscere Dio come amore infinito.

Niente è più vero, vivificante e confortante per noi che la presenza della Santa Trinità nella nostra vita. Niente, infatti, può esistere o agire oppure divenire perfetto senza le tre Persone divine, senza Dio, tanto che san Paolo non esita di affermare che “in Lui, infatti, viviamo, ci muoviamo e siamo” (At 17, 28).

Dio è vicino e noi lo pensiamo lontano. E’ nel reale e negli avvenimenti e noi lo cerchiamo nei sogni e nelle utopie impossibili.

Il vero segreto per entrare in rapporto con Dio è la piccolezza, la semplicità del cuore, la povertà di spirito: tutte cose che vengono frustrate in noi dall’orgoglio, dalla ricchezza e dalla furbizia. Gesù lo aveva detto: “Se non sarete come bambini… non entrerete nel mio Regno” (cfr Mt 18, 3): cioè “non mi sarete vicini” e non aveva certo voglia di scherzare o di prenderci in giro. Il vedere o il non vedere Dio dipende dal nostro occhio: se è un occhio semplice e puro Lo vede, se è un occhio maligno e impuro non Lo vede.  Poi, Se per distrazione o superficialità ci si dimentica qualche volta di Lui, ci pensa il dolore o il mistero a richiamarmene la presenza. Certo che il mistero continuava a circondarci, ma è un mistero d’amore.  Come il grembo di nostra mamma che ci contenuti e generati alla vita.

Cosa c’è di più vero e di più semplice del grembo di una madre donna che contiene un figlio? Come cogliere il mistero di Chi ci ama?

Il modo più semplice è di essere semplici, intelligenti e saggi come bambini. In loro, nei bambini, c’è una intuizione di base data da Dio stesso. Ma non basta essere piccoli, occorre anche essere poveri. Attenzione, però, perché essere piccoli nel Vangelo non significa essere piagnucolosi e immaturi. E essere poveri, non vuol dire avere abiti frusti, scarpe consumate e case brutte. Piccolo –cristianamente parlando – è chi non pone la sua sicurezza in quelle che è o ha, ma confida totalmente nella paternità di Dio. Povero è chi non trasforma in idoli le cose che possiede e sente nel profondo che nulla riuscirà a saziarlo se non Dio Amore.

 

4) La Trinità: un mistero che ci rivela Dio e che rivela chi siamo noi.

Nei confronti della Trinità, la cosa più importante non è speculare sul mistero, ma rimanere nella fede della Chiesa che è la “nave” che porta alla Trinità.

Siamo condotti a un Dio che “Amante (Padre), Amato (Figlio) e Amore (Spirito Santo)” (Sant’Agostino), che è amore e dialogo, non solo perché ci ama e dialoga, ma perché in se stesso è un dialogo d’amore. Ma questo non rinnova soltanto la nostra concezione di Dio, bensì anche la verità di noi stessi. Se la Bibbia ripete che dobbiamo vivere nell’amore, nel dialogo e nella comunione, è perché sa che siamo tutti “immagine di Dio”. Incontrare Dio, fare esperienza di Dio, parlare di Dio, dar gloria a Dio, tutto questo significa – per un cristiano che sa che Dio è Padre, Figlio e Spirito – vivere in una costante dimensione di amore, di dialogo e di dono. 
La Trinità è un mistero davvero luminoso: rivelandoci Dio, ha rivelato chi siamo noi.

Nella comprensione di questa rivelazione ci sono di particolare aiuto ed esempio la vergini consacrate. Con la pratica dei consiglio evangelici di castità obbedienza e povertà questa donne che si sono donata completamente a Dio vivono con particolare intensità il carattere trinitario, che contrassegna tutta la vita cristiana. La castità delle vergini, in quanto manifestazione della dedizione a Dio con cuore indiviso (cfr 1 Cor 7, 32-34), costituisce un riflesso dell’amore infinito che lega le tre Persone divine nella profondità misteriosa della vita trinitaria. La povertà, vissuta sull’esempio di Cristo che «da ricco che era, si è fatto povero» (2 Cor 8, 9), diventa espressione del dono totale di sé che le tre Persone divine reciprocamente si fanno. L’ obbedienza, praticata ad imitazione di Cristo, il cui cibo era fare la volontà del Padre (cfr Gv 4, 34), manifesta la bellezza liberante di una dipendenza filiale e non servile, ricca di senso di responsabilità e animata dalla reciproca fiducia, che è riflesso nella storia dell’ amorosa corrispondenza delle tre Persone divine. (Giovanni Paolo II, Esort. Ap. Post-sinodale Vita Consecrata, n. 21)

 

 

Oltre ad una preghiera di Elisabetta della Trinità ed ad una lettura patristica unisco la riproduzione della Trinità dipinta dal Masaccio

 

 

 

ELEVAZIONE ALLA SANTISSIMA TRINITA’ di S. Elisabetta delle Trinità

O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi completamente, per fissarmi in Te, immobile e tranquilla, come se la mia anima fosse già nell’eternità. Nulla possa turbare la mia pace né farmi uscire da Te, o mio Immutabile, ma che ogni istante m’immerga sempre più nella profondità del tuo Mistero.
Pacifica la mia anima, rendila tuo cielo, tua dimora prediletta, luogo del tuo riposo. Che non ti ci lasci mai solo, ma che sia là tutta, interamente desta nella mia fede, tutta in adorazione, pienamente abbandonata alla tua azione creatrice.
O mio Cristo amato, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa per il tuo Cuore, vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti fino a morirne. Ma sento la mia impotenza, e ti chiedo di “rivestirmi di te”, d’identificare la mia anima a tutti i movimenti della tua anima, di sommergermi, d’invadermi, di sostituirti a me, affinché la mia vita non sia che un’irradiazione della tua vita. Vieni in me Adoratore, come Riparatore e come Salvatore.
O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarti, voglio rendermi perfettamente docile per imparare tutto da Te. Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze, voglio sempre fissare Te e restare sotto la tua grande luce. O mio Astro amato, affascinami perché non possa più uscire dalla tua irradiazione.
Fuoco consumante, Spirito d’amore, “discendi in me”, affinché si faccia nella mia anima come una incarnazione del Verbo e io gli sia una umanità aggiunta nella quale Egli rinnovi il suo Mistero.
E tu, o Padre, chinati sulla tua povera piccola creatura, “coprila della tua ombra”, e non vedere in lei che “Il Diletto nel quale hai posto tutte le tue compiacenze”.
O miei Tre, mio tutto, mia beatitudine, solitudine infinita, immensità in cui mi Perdo, mi abbandono a Voi come una preda.
Seppellitevi in me perché io mi seppellisca in Voi, in attesa di venire a contemplare nella vostra luce l’ abisso delle vostre grandezze.

 

 

Lettura (quasi) Patristica

Dal Libro della più alta verità di Giovanni Ruusbroec,

scritto per i monaci della Certosa di Herinnes.

 

Livre de la plus haute verité,811. Oeuvres,BruxellesParis, 1921, t. I1, 211 218.

 

Vi descriverò come l’uomo interiore fa l’esperienza dell’unione con Dio non mediata.

Quando un uomo si eleva verso Dio con tutto se stesso con tutte le sue forze, e vi si consacra con amore vivo operante, sente nel fondo del suo essere un amore dilettevole e senza limiti. Egli prova una gioia estrema in questo fondo donde proviene e ove ritorna questo amore.

Se poi con il suo amore operante egli vuole penetrare più addentro in quell’amore dilettevole, allora tutte le potenze della sua anima devono cedere e accettare di patire la verità e la bontà di Dio, cioè Dio stesso.

Sapete che l’aria è bagnata dalla lucentezza e dal calore del sole; vi è noto che Il ferro, quando è tutto penetrato dal fuoco, scalda e illumina come il fuoco stesso. Anche l’aria, se fosse dotata di ragione, potrebbe dire: “Rischiaro e illumino il mondo intero”. Tuttavia, ogni elemento conserva la propria natura e il fuoco non diventa ferro, cosi come il ferro non diventa fuoco.

L’unione non avviene tramite elementi intermedi, perché il ferro è nel fuoco e il fuoco nel ferro; ugualmente, l’aria è nella luce del sole e la luce del sole nell’aria.

 

2

 

Dio è sempre presente nell’essenza dell’anima. Quando le potenze superiori dell’anima rientrano in se stesse con amore attivo, sono unite a Dio in modo non mediato.

Questa unione è una conoscenza semplice della verità, un sentimento e un gusto essenziale per il bene. Possediamo questa conoscenza e questa esperienza semplici di Dio nell’amore dilettevole ed essenziale, e le esercitiamo mediante l’amore attivo.

Questa conoscenza ed esperienza di Dio, a cui si accede per le potenze dell’anima, supera poi queste potenze, perché il ritorno interiore a Dio esala nell’amore. Eppure le potenze sono necessarie, perché dimorano sempre nella parte essenziale dell’anima.

Ecco perché dobbiamo sempre far ritorno all’amore e rinnovarci in esso, se vogliamo trovare l’amore con l’amore. Ce lo insegna san Giovanni, quando scrive: Chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.

Tuttavia, benché quest’unione tra lo spirito amante e Dio sia senza modi intermedi, i due esseri rimangono perfettamente distinti. La creatura non diventa Dio ne Dio diventa creatura, così come ho spiegato sopra nell’esempio del ferro e del fuoco o dell’aria e del sole.

 

3

 

Abbiamo detto che le cose materiali create da Dio, come il ferro e il fuoco, potevano unirsi senza elementi medianti. A maggior ragione, Dio stesso può unirsi in modo non mediato con i suoi diletti, purché questi si applichino e si preparino a ciò, aiutati dalla grazia.

Per rendere possibile quest’ unione, Dio ha ornato di virtù l’uomo interiore e lo ha innalzato alla vita contemplativa. Nell’atto supremo del ritorno verso Dio, l’uomo non sperimenta nessun’altra funzione intermediaria tra 1 (Gv 4,16) se e Dio, se non la sua ragione illuminata e il suo amore operante. Tramite queste attività, egli aderisce a Dio o, per dirla con san Bernardo, è uno con Dio.

Oltre la ragione e l’amore operante, l’uomo è elevato fino all’amore essenziale in una visione pura e scevra di attività. Egli è un solo spirito e un solo amore con Dio, come vi descrissi. Quest’unione‑ è abituale per i contemplati vi e trascende l’intelligenza.

 

4

 

Finché l’uomo permane in questo stato, è capace di contemplare e di avvertire l’unione non mediata. Sente in se quel tocco di Dio che è un rinnovamento della grazia e di tutte le virtù divine.

Dovete sapere che tale grazia di Dio penetra pure nelle potenze inferiori dell’anima. Essa tocca il cuore dell’uomo, vi produce un amore tenero e provoca un’attrattiva sensibile per Dio.

Il sentimento di questa unione è la nostra beatitudine sovra essenziale. Dio gode allora dei suoi eletti ed essi godono di lui. Questa beatitudine è silenzio nelle tenebre, è quiete. Tale silenzio appartiene all’essenza stessa di Dio, ma è sovra essenziale a ogni creatura.

In quella quiete le persone divine ritornano nell’amore essenziale e vi s’inabissano come in un’unione fruitiva; eppure rimangono sempre distinte, secondo le loro proprietà personali e le loro operazioni.

 

5

 

Secondo il modo delle persone divine, la Trinità è eternamente attiva, mentre secondo la semplicità della sua essenza dimora eternamente nella quiete e senza modo. Ecco perché tutto quello che Dio ha eletto e accolto nel suo amore eterno e personale, lo gode perfettamente nell’unità dell’amore essenziale.

Infatti le persone divine si abbracciano in una reciproca compiacenza eterna. Nella loro unità esse condividono un amore infinito e operoso che si rinnova senza posa nella sorgente viva della Trinità. Infatti, in seno a essa vi è sempre nuova generazione e nuova conoscenza, nuova compiacenza e nuova ispirazione in nuovo amplesso, nuovo torrente d’amore eterno.

Tutti gli eletti, angeli e uomini, dal primo all’ultimo, sono coinvolti in questa compiacenza. Da essa dipendono il cielo e la terra, la vita, l’essere, l’attività e la conservazione di tutte le creature.

Dall’amore divino però è escluso il peccato, che proviene dalla cieca perversità propria alla creatura e che la allontana da Dio.

 

6

 

Dalla compiacenza divina derivano la grazia, la gloria, tutti i doni in cielo e in terra. Questa compiacenza si manifesta in ogni essere con modo differente, secondo la necessità e le capacità che gli sono proprie. Infatti la grazia di Dio si offre ad ogni uomo e aspetta che ogni singolo peccatore faccia ritorno.

Quando, soccorso dalla grazia, il peccatore consente ad avere pietà di se stesso e ad implorare Dio con fiducia, si scopre sempre perdonato da lui. La compiacenza amorosa lo conduce fino all’eterna compiacenza di Dio, per cui egli è afferrato e risucchiato nell’amore infinito che è Dio stesso.

L’uomo così abbracciato da Dio, va rinnovandosi in amore e in virtù, perché esercita l’amore e partecipa alla vita eterna non appena si compiace in Dio e Dio si compiace in lui.

Se capissimo davvero che l’amore di Dio e la sua compiacenza sono eterne, il nostro amore e la nostra compiacenza verso di lui si rinnoverebbero senza posa, ad immagine delle relazioni tra le persone divine. In esse infatti vi è sempre nuova compiacenza nell’unità, e nuova emanazione d’amore in nuovo amplesso.

 

7

 

L’amplesso divino è fuori del tempo, senza prima ne dopo, in un eterno presente. Tutto è consumato nell’unità di questo abbraccio; tutto si attua nell’effusione di questo amore, e tutto riceve l’esistenza nella natura viva e feconda della Trinità.

In questa natura viva e feconda, il Figlio è nel Padre, il Padre nel Figlio e lo Spirito Santo in entrambi, L’unità trinitaria è all’inizio di ogni vita e all’origine di ogni divenire. In Dio tutte le creature sono presenti come nella loro causa eterna, condividendo cosi una medesima essenza e una medesima vita con Dio.

La distinzione delle persone divine proviene dalla loro reciproca emanazione. Il Figlio è generato dal Padre e lo Spirito Santo procede dall’uno e dall’altro.

Grazie all’emanazione del Figlio nello Spirito, il Padre crea e ordina ogni cosa, ciascuna nella sua essenza propria. Là, per quanto dipende da lui, Dio ricrea l’uomo mediante le sue grazie e la sua morte in croce; lo adorna d’amore e di virtù, e lo riconduce con se nell’unità divina.

 

8

 

Nella Trinità, tutti gli eletti sono afferrati e risucchiati nel vincolo dell’amore con il Padre e il Figlio, cioè nell’unità dello Spirito Santo. L’unità trinitaria feconda l’emanazione delle persone divine e nel loro ritorno è legame d’amore eterno e indissolubile.

Tutti coloro che hanno l’esperienza di quel legame d’amore posseggono una beatitudine eterna; sono ricchi in virtù, illuminati nella loro contemplazione e semplici nel loro riposo fruitivo. Quando infatti ritornano nel loro fondo interiore, vedono l’amore di Dio effondersi in essi con tutti i beni e attirarli nell’unità divina. Essi avvertono questo amore come sovra essenziale e senza modo in una quiete eterna.

 

Ecco perché i beati sono uniti a Dio in modo non mediato, mediato e anche senza differenza. I giusti avvertono l’amore di Dio come un bene comune che si espande in cielo e sulla terra, e sentono la santissima Trinità china su di loro e presente in loro con la pienezza di grazie.

 Du premier livre de saint Hilaire de Poitiers sur la Trinité.

Q

ue pourrions-nous penser de Dieu
si la mort de l’homme abolissait en lui tout sentiment
et si elle mettait fin à une vie épuisée ?
La raison m’assurait qu’il serait indigne de Dieu
d’engager l’homme dans une vie capable de réflexion
et de sagesse,
sans lui laisser d’autre issue qu’un déclin inévitable
et une mort éternelle.

Dieu n’aurait-il amené l’homme du néant à l’être
que pour le replonger dans le néant ?
L’acte créateur de Dieu donne naissance
à ce qui n’existait pas,
mais peut-il enlever la vie à ce qui a commencé d’exister ?

Mon esprit s’épuisait dans ces réflexions,
tremblant pour lui-même et pour son corps.
Il proclamait sa foi en Dieu avec ferveur et constance,
mais il était anxieux de son sort
et de celui du corps où il demeurait, et qui périrait avec lui.

Je pris alors connaissance, après la Loi et les Prophètes,
de la doctrine de l’Évangile et des apôtres.
Je compris que ceux qui reçoivent le Verbe incarné avec foi
ont pouvoir de devenir enfants de Dieu.
Ils ne sont pas nés de la chair et du sang,
ni d’une volonté charnelle,
ni d’une volonté d’homme :
ils sont nés de Dieu.

10

Mon esprit troublé et anxieux trouva dans l’Évangile
plus d’espérance qu’il n’attendait.
Je commençai à pénétrer la connaissance du Dieu Père.
Une intuition naturelle m’avait fait pressentir l’éternité,
l’infinitude et la beauté du Créateur.
Maintenant, je sais que ces qualités
sont également l’apanage du Dieu Fils Unique.
Ma foi ne court plus après divers dieux,
car elle a découvert un Dieu né de Dieu.

Mon esprit ne conclut pas à une diversité de nature
en ce Dieu né de Dieu,
car celui-ci est plein de grâce et de vérité.
Mon esprit n’imagine pas davantage une antériorité ou une postériorité
en ce Dieu né de Dieu,
car celui-ci était au commencement auprès de Dieu.

Je compris aussi que la foi en cette connaissance salutaire
était très rare, mais qu’elle incluait la récompense suprême,
car il est venu chez les siens,
et les siens ne l’ont pas reçu.
Mais tous ceux qui l’ont reçu,
ceux qui croient en son nom,
il leur a donné
de pouvoir devenir enfants de Dieu,
non par une naissance charnelle, mais par la foi.

Être fils de Dieu est l’effet non d’une nécessité,
mais de la seule puissance de Dieu.

11

Le don que Dieu nous fait d’être ses fils
est proposé à chacun d’entre nous,
il ne provient pas de la médiation naturelle des parents,
mais de la volonté qui trouve ainsi sa récompense.
Ce pouvoir risquait d’embarrasser une foi faible et vacillante,
car le désir s’exaspère, mais l’espoir s’affaiblit.

Aussi le Verbe s’est-il fait chair,
pour que la chair puisse s’élever vers Dieu.
Pour que le Verbe fait chair soit à la fois Verbe de Dieu,
et chair de notre chair,
il a habité parmi nous.
Pouvoir habiter est le fait de la divinité,
puisque seul Dieu demeure ;
“parmi nous” indique l’humanité,
puisqu’il s’est fait chair de notre chair.

En daignant assumer notre chair,
le Verbe ne s’est pas appauvri de sa nature,
car il est le Fils unique du Père,
plein de grâce et de vérité.
Le Verbe a conservé toute la perfection de sa nature,
en assumant la réalité de la nôtre.

12

Mon âme accueillit dans la joie
la révélation de ce grand mystère,
car la chair me rapprochait de Dieu.
Et la foi m’appelait à une nouvelle naissance.
Je pouvais obtenir la régénération d’en-haut,
et je reconnus alors la sollicitude de mon Père et Créateur.
J’eus la certitude de ne pouvoir retourner au néant
après avoir été tiré du néant à l’être.

Cette connaissance dépasse les limites
de l’intelligence humaine,
car la raison commune est incapable
de sonder les desseins de Dieu :
elle connaît seulement ce qui lui ressemble,
ou ce qu’elle peut saisir par ses propres moyens.
En effet, les merveilles que Dieu accomplit
par sa puissance éternelle
ne peuvent s’apprécier par la raison, mais par une foi infinie.

Mon esprit ne pouvait plus rejeter
le Dieu qui au commencement était avec Dieu,
ni le Verbe fait chair qui a habité parmi nous,
sous prétexte d’une impossibilité de le comprendre,
car je me suis souvenu que mon esprit pouvait comprendre
s’il adhérait par la foi.

 

 

1. Jn 14, 6. 2. Luc 1, 35. 3. Luc 2, 33.
4. Ph 2, 7. 5. Luc 2, 50 (grec) 6. Mt 23, 38.
7. Luc 2, 51. 8. cf. Luc 2, 52. 9. Ep 4, 14.
10. 1 Co 13, 11. 11. Ep 4, 13. 12. Gn 15, 15.

***
Mons. Francesco Follo è Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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