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Mons. Francesco Follo - Foto © Servizio Fotografico-L'Osservatore Romano

Mons. Follo: La vera Vite dell’amore

Rito Romano – V Domenica di Pasqua– Anno B – 29 aprile 2018

Rito Romano – V Domenica di Pasqua– Anno B – 29 aprile 2018

At 9,26-31; Sal 21; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8


Rito Ambrosiano

At 7, 2-8. 11-12a. 17. 20-22. 30-34. 36-42a. 44-48a. 51-54; Sal 117; 1Cor 2,6-12; Gv 17,1b-11

V Domenica di Pasqua

1) La vera vite[1].

La Liturgia della Chiesa, che domenica scorsa ci ha presentato Cristo pastore buono e vero, oggi ce Lo presenta come Vite vera.

Nell’Antico Testamento la vite, che fu piantata da Noè sfuggito al diluvio, segnò l’inizio di un’epoca. Con il Cantico dei Cantici divenne il simbolo della sposa. Questo paragone venne usato da Osea, da Geremia , da Isaia e nei Salmi per indicare come sposa del Signore Israele, che spesso si dimostrò infedele.

Nel Nuovo Testamento, l’apostolo San Giovanni introduce un cambio di prospettiva. La vite non è più il popolo, ma Gesù stesso. Quindi gli appartenenti al popolo di Dio sono in intima, stretta relazione con il Figlio di Dio, che dà loro la linfa della vita.

In effetti, nel Vangelo scritto dal discepolo prediletto di Cristo non è più Israele la vigna di Dio, ma il Figlio. Non solo, dice anche che  la vigna è costituita da una sola vite e quella vite è Gesù stesso. Lui è la vera vite del Padre, è Lui il nuovo Israele.

La vera vite è l’unica in grado di produrre finalmente i frutti attesi, che l’Agricoltore cercava in Israele.

La “vera” vite è quella che produce frutto. Questa vite si contrappone alla vigna “falsa”, sterile, che non produce frutto. Cristo è la vite che produce il frutto dell’amore del Padre e dei fratelli. Il Figlio suo diventa Figlio dell’uomo e Cristo è la vite “vera”, che produce il frutto desiderato da Dio, che produce l’uva vera: il frutto dolce che è l’amore.

Il Padre-Agricoltore non si accontenta di un frutto modesto, cerca molto frutto. Il Cristo, vite vera, porta frutto[2] attraverso noi tralci, se rimaniamo nel tronco, diventando capaci di un dono d’amore capace di portare molto frutto.

Per questo il Padre ha cura della vite, tagliando i rami inutili e potando gli altri. Se è la vite che dona la vita al tralcio, è l’Agricoltore che favorisce la vitalità del tralcio e la sua capacità di dono. Bisogna lasciarsi potare, cioè purificare dalle mani sapienti e amorose del Padre. La perfezione di noi stessi non consiste tanto nello sforzarci in impegnativi percorsi dell’anima, ma abbandonarci nelle mani del Padre, che rendere feconda la nostra capacità di amare.

Se pregheremo ogni giorno Dio, amandoLo, e ameremo il prossimo, condividendo con i nostri fratelli il pane vero e vivendo di amore reciproco e di misericordia, il nostro rimanere in Cristo sarà veramente fecondo  di frutti di vita  vera in terra e nel cielo.

 

            2) Rimanere in Cristo.

Come tralci alla vite è indispensabile rimanere in Cristo, dimorare in Lui, lasciarci amare, aggrapparci a Lui, alle sue braccia distese, crocifisse per amore. Ecco il programma della vita cristiano.

Rimanere in Lui non significa inventarsi chissà che cosa, è, semplicemente, essere crocifissi con Lui, prendendo la nostra croce quotidianna.

Rimanere in Lui è restare là dove Lui ci conduce, nella storia concreta della nostra vita di ogni giorno, che siamo chiamati a vivere, coscienti che”senza di Lui non possiamo fare nulla” (cfr Gv 15,5). A un uomo  che gli chiedeva: “Come è possibile tenere insieme la libertà dell’uomo e il non poter far nulla senza Dio?”, Giovanni il Profeta, vissuto nel deserto di Gaza nel V secolo, rispose: “Se l’uomo inclina il suo cuore verso il bene e chiede a Dio l’aiuto, ne riceve la forza necessaria per compiere la propria opera. Perciò la libertà dell’uomo e la potenza di Dio procedono insieme. Questo è possibile perché il bene viene dal Signore, ma esso è compiuto grazie ai suoi fedeli (cfr Ep. 763, SC 468, Paris 2002, 206). Il vero “rimanere” in Cristo garantisce l’efficacia della preghiera, come scrive il beato Guerrico d’Igny: “O Signore Gesù … senza di te non possiamo fare nulla. Tu infatti sei il vero giardiniere, creatore, coltivatore e custode del tuo giardino, che pianti con la tua parola, irrighi con il tuo spirito, fai crescere con la tua potenza” (Sermo ad excitandam devotionem in psalmodia, SC 202, 1973, 522).

Rimanere è un dono da chiedere per non staccarci mai da lui, che è l’Amore che diventa la nostra casa. Se non chiediamo, se non siamo mendicanti dell’Amore, non possiamo riceverlo in dono.

Rimanere in lui, crescendo nella consapevolezza che per vivere in questa casa, impliche che occorre coltivare il sentimento della gratitudine, perché un cuore grato è un cuore fedele, lieto di essere amato da Dio e di amare i fratelli, lieto di essere amico di Cristo, che non vuole servi ma amici.  Ed essere amici di Gesù vuol dire accettare la sua Persona, vuol dire accettare il suo amore per noi, vuol dire amarLo e amare il nostro prossimo.

Un esempio speciale di questa accettazione di Cristo, di questa adesione a Lui è quello delle Vergini consacrate. Queste donne sono chiamate ad essere nel mondo testimoni della fedeltà di Dio che è il custode della loro.

Fedeli alla Parola rivolta a loro da Dio fin dal giorno del battesimo e che nel tempo ha preso la forma di una chiamata a vivere la vocazione cristiana, vivono la loro consacrazione verginale nell’ascolto costante di questa Parola.

Fedeli come spose al loro Sposo, perché la caratteristica delle consacrate dell’Ordo Virginum che è quella di vivere il loro essere spose di Cristo nella vigilante custodia della promessa di Gesù: “Sì, vengo presto!” (Ap 22,20) e nell’essere voce che, nella gratuità, responsabilità e libertà pura delle relazioni, grida alla Chiesa e al mondo: “Ecco lo Sposo! Andategli incontro!” (Mt 25,6).

Fedeli a Cristo, le donne dell’Ordo Virginum sono portatrici della Parola dell’Amato. E’ dall’amore sempre fedele di Dio che esse attingono forza nel perseverare nell’abbraccio la verginità per il Regno dei cieli (Mt 19,12) e si impegnano a vivere ogni giorno con autenticità e concretezza quell’Amore che manifesta il volto di Dio.

E come Cristo rimane nell’amore di Dio Padre, così queste discepole, sapientemente potate dalla parola del Maestro (cfr Gv 15,2-4) amato verginalmente come Sposo, rimangono in Cristo quali tralci fecondi, che producono abbondante raccolto. In effetti il dedicarsi alla meditazione della Sacra Scrittura ed alla preghiera non è da loro vissuto come ripiegamento su se stesse, ma come un allargamento del cuore per abbracciare l’umanità intera, particolarmente quella che soffre (cfr Papa Francesco, Vultum Dei quaerere, n. 16). Rimanendo saldamente unite a Cristo come tralci alla Vite, anche queste donne consacrate sono associate al suo mistero di salvezza, come la Vergine Maria, che presso la Croce rimanette  unita al Figlio nella stessa donazione totale d’amore.

 

Lettura patristica

Sant’Ambrogio di Milano (339/340 – 397)

Exameron III, V, 12, 49-52

Saprai certamente che, come hai in comune con i fiori una sorte caduca, così hai in comune la letizia con le viti da cui si ricava il vino che rallegra il cuore dell’uomo (Ps 103,15). E magari tu imitassi, o uomo, un simile esempio, in modo da procurarti letizia e giocondità. In te si trova la dolcezza della tua amabilità, da te sgorga, in te rimane, è insita in te; in te stesso devi cercare la gioia della tua coscienza. Perciò la Scrittura dice: “Bevi l’acqua dai tuoi vasi e dalla fonte dei tuoi pozzi” (Pr 5,15). Anzitutto nulla è più gradito del profumo della vite in fiore, se è vero che il succo spremuto dal fiore della vite produce una bevanda che nello stesso tempo riesce gradevole e giova alla salute. Inoltre, chi non proverebbe meraviglia al vedere che dal vinacciolo di un acino la vite prorompe fino alla sommità dell’albero che protegge come con un amplesso e avvince tra le sue braccia e circonda in una stretta rigorosa, riveste di pampini e cinge di una corona di grappoli? Essa, ad imitazione della nostra vita, prima affonda la sua radice viva nel terreno; poi, siccome per natura è flessibile e non sta ritta, stringe tutto ciò che riesce ad afferrare con i suoi viticci quasi fossero braccia e, reggendosi per mezzo di questi, sale in alto.

Del tutto simile è il popolo fedele che viene piantato, per così dire, mediante la radice della fede e frenato dalla propaggine dell’umiltà. Di essa dice bene il profeta: “Hai trasportato la vite dall’Egitto e ne hai piantato le radici e la terra ne è stata riempita. La sua ombra ha ricoperto i monti e i suoi viticci i cedri del Signore. Stese i suoi rami fino al mare e fino al fiume le sue propaggini” (Ps 79,9-12). E il Signore stesso parlò per bocca d’Is dicendo: “Il mio diletto acquistò una vigna su un colle, in un luogo fertile, e la circondai d’un muro e vangai tutt’attorno la vigna di Sorec e nel mezzo vi innalzai una torre” (Is 5,1-2). La circondò infatti come con la palizzata dei comandamenti celesti e con la scolta degli angeli. Infatti “l’angelo del Signore si accamperà attorno a quanti lo temono” (Ps 33,8). Pose nella Chiesa come la torre degli apostoli, dei profeti, dei dottori, che sogliono vigilare per la pace della Chiesa. La vangò tutt’intorno, quando la liberò dal peso delle cure terrene; nulla infatti grava la mente più delle preoccupazioni di questo mondo e dell’avidità di denaro o di potere. Ciò ti viene mostrato nel Vangelo quando leggi che quella donna, che uno spirito teneva inferma, era così curva da non poter guardare in alto. Era curva la sua anima che, rivolta ai guadagni, non vedeva la grazia celeste. Gesù la guardò, la chiamò, e subito la donna depose i pesi terreni. Egli mostra che da simili brame erano gravati coloro ai quali dice: “Venite a me tutti voi che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28). L’anima di quella donna, come se le avessero scavato intorno la terra, poté respirare e si raddrizzò.

Ma anche la vite, quando intorno le è stato zappato il terreno, viene legata e tenuta diritta affinché non si pieghi verso terra. Alcuni tralci si tagliano, altri si fanno ramificare: si tagliano quelli che ostentano un’inutile esuberanza, si fanno ramificare quelli che l’esperto agricoltore giudica produttivi. Perché dovrei descrivere l’ordinata disposizione dei pali di sostegno e la bellezza dei pergolati, che insegnano con verità e chiarezza come nella Chiesa debba essere conservata l’uguaglianza, sicché nessuno, se ricco, e ragguardevole, si senta superiore e nessuno, se povero, e di oscuri natali, si abbatta o si disperi? Nella Chiesa ci sia per tutti un’unica e uguale libertà, con tutti si usi pari giustizia e identica cortesia. Perciò nel mezzo si innalza una torre, per mostrare tutt’intorno l’esempio di quei contadini, di quei pescatori che meritano di occupare la rocca della virtù. Sul loro esempio i nostri sentimenti si elevino, non giacciano a terra spregevoli ed abietti; ma ciascuno innalzi l’animo a ciò che sta sopra di noi e abbia il coraggio di dire: “Ma la nostra cittadinanza è nei cieli” (Ph 3,20). Quindi, per non essere piegato dalle burrasche del secolo e travolto dalla tempesta, ognuno, come fa la vite con i suoi viticci e le sue volute, si stringe a tutti quelli che gli sono vicini quasi in un abbraccio di carità e unito ad essi si sente tranquillo. È la carità che ci unisce a ciò che sta sopra di noi e ci introduce in cielo. “Se uno rimane nella carità, Dio rimane in lui” (1Jn 4,16). Perciò anche il Signore dice: “Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non può produrre frutto da solo, se non resta unito alla vite, così anche voi, se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci” (Jn 15,4-5).

Manifestamente il Signore ha indicato che l’esempio della vite deve essere richiamato quale regola per la nostra vita. Sappiamo che quella, riscaldata dal tepore primaverile, dapprima comincia a gemmare, poi manda fuori il frutto dagli stessi nodi dei tralci, dai quali nascendo l’uva prende forma e, a poco a poco sviluppandosi, conserva l’asprezza del prodotto immaturo e non può diventare dolce se non raggiunge la maturazione sotto l’azione del sole. Quale spettacolo è più gradevole, quale frutto più dolce che vedere i festoni pendenti come monili di cui si adorna la campagna in tutto il suo splendore, cogliere i grappoli rilucenti d’un colore dorato o simili alla porpora? Crederesti di veder scintillare le ametiste e le altre gemme, balenare le pietre indiane, risplendere l’attraente eleganza delle perle, e non ti accorgi che tutto ciò ti ammonisce a stare in guardia perché il giorno supremo non trovi immaturi i tuoi frutti, il tempo dell’età nella sua pienezza non produca opere di scarso valore. Il frutto acerbo suole essere senz’altro amaro e non può essere dolce se non ciò che è cresciuto sino alla perfetta maturità. A quest’uomo perfetto solitamente non nuoce né il freddo della morte con il suo brivido né il sole dell’iniquità, perché lo protegge con la sua ombra la grazia divina e spegne ogni incendio di cupidigie mondane e di lussuria carnale e ne tiene lontani gli ardori. Ti lodino tutti coloro che ti vedono e ammirino le schiere dei cristiani come ghirlande di tralci, contempli ciascuno i magnifici ornamenti delle anime fedeli, tragga diletto dalla maturità della loro prudenza, dallo splendore della loro fede, dalla dignità della loro testimonianza, dalla bellezza della loro santa vita, dall’abbondanza della loro misericordia, così che ti possano dire: “La tua sposa è come vite ricca di grappoli nell’interno della tua casa” (Ps 127,3), perché con l’esercizio di una generosa liberalità riproduci l’opulenza d’una vite carica di grappoli.

1] Sette (e sette non è un numero casuale perché indica la pienezza) le immagini che Gesù accosta all’espressione: “Io sono”, rivelando una particolare dimensione di se stesso: io sono il pane della vita (Gv 6,35), io sono la luce del mondo (Gv 8,12), io sono la porta delle pecore (Gv 10,7), io sono il buon pastore (Gv 10,11), io sono la risurrezione e la vita (Gv 11,15), io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6), io sono la vite vera (Gv 15,1).

[2] Per sette volte il Capitolo 15 del Vangelo di Giovanni ripete l’espressione portare frutto: tre volte in 15,2 e poi 4.5.8.16.

About Francesco Follo

Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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