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Mons. Francesco Follo - Foto © Servizio Fotografico-L'Osservatore Romano

Mons. Follo: La Passione per compiere la Missione

Settimana Santa – Domenica delle Palme e della Passione – Anno C – 14 aprile 2019

Rito Romano

Settimana Santa

Domenica delle Palme e della Passione – Anno C – 14 aprile 2019

Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23.56

 

Rito Ambrosiano

Settimana Autentica

Domenica della Palme nella Passione del Signore

Is 52, 13-53,12; Sal 87; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11

 

 

1) Camminare con Cristo condividendo il suo amore appassionato.

Con la Domenica delle Palme la Chiesa ci fa entrare nella Settimana Santa, la settimana nella quale il Signore Gesù si avvia verso il compimento della sua missione della sua vicenda terrena. Il Redentore sale a Gerusalemme per portare a compimento la Santa Scrittura e per essere appeso sulla croce, il trono di legno da cui regnerà per sempre, attirando a sé l’umanità di ogni tempo e offrendo a tutti il dono della redenzione. Il Vangelo ci insegna che Gesù si era incamminato verso Gerusalemme insieme ai Dodici, e che a poco a poco si era associata a loro una schiera crescente di pellegrini.

Che cosa facciamo veramente quando ci inseriamo, pellegrini con Cristo, in tale processione – nella schiera di quello che salivano a Gerusalemme insieme con Gesù e Lo acclamavano come re di Israele? È qualcosa di più di una cerimonia commovente. Ha forse a che fare con la vera realtà della nostra vita, del nostro mondo? Per trovare la risposta a queste domande, dobbiamo innanzitutto chiarire che cosa Gesù stesso abbia in realtà voluto e fatto. Dopo la professione di fede, che Pietro aveva fatto a Cesarea di Filippo, situata nel nord della Terra Santa, il Messia si era messo in cammino come pellegrino verso Gerusalemme per le festività della Pasqua ebraica. È in cammino verso il tempio nella Città Santa, verso quel luogo che per Israele assicurava in modo particolare la vicinanza di Dio al suo popolo. Il Redentore sta camminando verso la celebrazione della Pasqua, memoriale della liberazione dall’Egitto e segno della speranza nella liberazione definitiva. Lui sa che una nuova Pasqua lo aspetta e che prenderà il posto degli agnelli immolati, offrendo se stesso sulla Croce. Sa che, nei doni misteriosi del pane e del vino, si donerà per sempre ai suoi, aprirà loro la porta verso una nuova via di liberazione, verso la comunione con il Dio vivente. È in cammino verso l’altezza della Croce, verso il momento dell’amore che si dona. Il termine ultimo del suo pellegrinaggio è l’altezza di Dio stesso, alla quale Lui vuole sollevare l’essere umano. Per questo verso il suo sangue fino all’ultima goccia.

All’ascolto della Passione sanguinosa di Cristo un guerriero ha detto una delle frasi più forti che siano uscite da una bocca cristiana. Mentre leggevano la storia della Passione, il Re Clodoveo sospirava e piangeva. A un tratto, questo re guerriero non potè più resistere e impugnando la spada gridò: “Fossi stato là io, con i miei Franchi”. Parola di soldato e di violento, che contraddice le parole di Cristo a Pietro, che anche lui aveva preso la spada e tagliato l’orecchio a uno di quelli che erano venuti per far patire Gesù. Parola ingenua, parola di soldato e di violento neo-convertito, ma bella di tutta l’assurda bellezza di un amore candido e vigoroso.

Non basta piangere su chi non ha dato soltanto lacrime, a meno che sia un pianto come quello della Madonna, che ha accettato che la spada del dolore la trafiggesse al punto tale da accettare la morte di suo Figlio e accettare noi come suoi figli; a meno che sia un pianto come quello di Pietro.

Combattiamo la buon battaglia con Cristo e per Cristo, trasformando la spada di Pietro (ed anche quella di Clodoveo) in Croce,

– su di essa Gesù – la Vita – si offerto a morte per amore nostro, perché viviamo in eterno nel Padre nostro che è nei cieli;

– con essa Gesù ci ricorda l’ammonimento di carità: «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me»;

– sotto di essa Gesù cade tre volte perché noi siamo resi capaci di rialzarci in virtù della sua croce, e non ci sgomenti;

– da essa Gesù è temporaneamente liberato dal Cireneo, per aiutarci a scorgere Lui nel nostro prossimo e sollevarlo dal peso della croce; al tempo stesso si lascia asciugare il volto dalla Veronica, perché imparassimo che, asciugando pietosamente le pene altrui, rimane impressa in noi l’immagine del Salvatore;

– in essa confitto Gesù, non potendo far più nulla, fa tutto: sigilla l’Alleanza di misericordia, ci libera dalla colpa e dalla morte, e ci lascia queste sue ultime parole da usare come armi nella lotta della vita: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che si fanno» – «Donna, ecco tuo figlio. Ecco la madre tua». – «In verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso». – «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» – «Ho sete». – «È compiuto». – «Padre, rimetto il mio spirito nelle tue mani».

 

2) Commemorazione di un dramma.

Per essere più precisi questo paragrafo dovrebbe essere intitolato la commemorazione liturgica del dramma di uno che entra nella città di Gerusalemme festeggiato come un re, che pochi giorni dopo ne esce come condannato a morte, ma che vi ritorna vivo, di una vita perenne.

Una commemorazione che è partecipazione del dramma, come accade nella Santa Messa con la liturgia della Parola e quella eucaristica.

La liturgia della Parola oggi ci offre il racconto della passione in san Luca, che la presenta come la tappa conclusiva del cammino di Gesù (cfr Lc 9,51) che dalla Galilea lo ha portato fino a Gerusalemme (cfr. anche Lc 9,31; 13,32) e più profondamente la fine della sua vita terrena e della sua missione e insieme il passaggio verso la gloria, la resurrezione.

Questa strada comporta la sofferenza e la croce, considerate come necessarie (cfr Lc 17,25; 24,26), ed è cammino che Gesù ha percorso per primo, come modello per i cristiani. La passione di Cristo è pure l’ultimo, duro e aspro confronto con il demonio che, apparentemente più forte (cfr Lc 22,53), verrà sconfitto.

Nel Vangelo secondo San Luca il significato salvifico della morte di Gesù è espresso con caratteristiche ellenistiche non semite; non insiste quindi sul carattere espiatorio della croce, ma piuttosto sulla vittoria della resurrezione. Essa è legata alla morte che resta il luogo dell’obbedienza di Gesù Figlio al Padre (cfr Lc 9,22; 13,33; 17,25; 22,37; 24,7.26), e anche dell’effusione dello Spirito.

Luca vuole dirci che con il suo comportamento Gesù ha aperto una via salvifica per ogni uomo, la sua passione costituisce inoltre un invito alla conversione per tutti (Lc 23,47-48), sottolineando la misericordia divina (Sant’Ambrogio di Milano chiama quello di Luca: Vangelo della Misericordia). Infatti questo Evangelista narra alcuni particolari della passione compassionevole di Gesù: nonostante il la sofferenza provocata dalla Croce che sta portando, , Gesù si preoccupa delle donne che lo seguono sulla via al Calvario (Lc 23, 27-31); giustifica presso il Padre i suoi crocifissori e chiede che li perdoni (cfr Lc 23, 34); promette al ladrone pentito di riservargli un posto con sé, in paradiso (cfr Lc 23, 43).

Egli presenta, inoltre, Gesù che consegna al Padre il suo spirito, con piena fiducia nei suoi insondabili disegni: “rese lo spirito”. Contempliamo Gesù morto, dal cui costato trafitto al costato fluirono sangue e acqua, il battesimo con l’eucaristia, i sacramenti della redenzione, guardiamolo deposto dalla croce nel grembo della Madre, perché ella dall’amore del suo dolore riversasse su di noi universalmente tutte le grazie. E’ come una Messa. In effetti fin dai suoi inizi la Chiesa vide in questo scenario la rappresentazione anticipata di ciò che ella fa nella liturgia. Per la Chiesa primitiva la “domenica delle Palme”  non era una cosa del passato. Come il Signore allora era entrato nella Città Santa, montando un asino, così la Chiesa lo vedeva arrivare di nuovo e sempre sotto le umili specie del pane e del vino.

            La Chiesa saluta il Signore nella santa Eucaristia come colui che viene ora, che è entrato in mezzo a lei. E, allo stesso tempo, ella Lo saluta come colui che dimora sempre, colui che viene e ci prepara alla sua venuta. Come pellegrini, andiamo verso di Lui, egli ci viene incontro e ci associa alla sua “salita” verso la Croce e la Risurrezione, verso la Gerusalemme definitiva che, nella comunione al suo Corpo, sta già crescendo in mezzo a questo mondo. (Benedetto XVI – Joseph Ratzinger, Gesù di Nazareth, Vol. II, p 24).

Nella Messa vinciamo ciò che ci divide da Cristo, ci incorporiamo a Lui, uomini nuovi nella santità, ascoltiamo il grido di richiamo alla verità della sua pace e del suo amore. Accogliamo Cristo nel cuore nostro, come la Vergine Madre.

In ciò sono di testimonianza le Vergine Consacrate, che ci danno anche l’esempio di una vita completamente donata a Cristo nell’amore per lui, nella fiducia in lui, nella sua forza.

Nel loro rito di consacrazione inoltre è presentato l’incenso (segno dell’incessante preghiera che il consacrato è chiamato a innalzare, la croce (segno da portare sempre per ricordare a sé e agli altri la passione di Cristo) e la candela (oppure la lampada, segno della fedeltà a Cristo anche quando il Signore chiede di partecipare alla sua passione).

La verginità non è possibile nella nostra vita senza il sacrificio. Occorre che in noi maturi un distacco progressivo da una modalità di possesso istintiva a uno sguardo che ami e rispetti l’altro nel suo essere creatura di Dio. In questo distacco dall’istintività sperimentiamo l’alba di una nuova vita. È l’esperienza del centuplo promessa da Gesù già durante questa esistenza.

È essenziale alla verginità il suo essere testimonianza, “martirio”, termine greco che vuol dire “testimone” e che ha come radice il verbo “mimnesko” che vuo dire “ricodare”, cioè fare memoria di Cristo chi si è fatto  incontro a noi e che con la sua passione ci ha mostrato quanto grande fosse il suo amore appassionato per noi. Passione perché Cristo possa essere conosciuto anche dagli altri e trasformare la loro vita, così che il mondo possa essere più umano. La verginità è una modalità di vita che grida il nome di Cristo, che grida Cristo come unica ragione e unica possibilità di pienezza nell’esistenza. Essa è il vertice dell’amore, è la nostra risposta alla predilezione di Cristo, dentro la quale s’impara ad amare tutto il resto.

Nel De sacra virginitate Sant’Agostino esorta le vergini a contemplare la bellezza di Cristo (De s. virg. 54,55): Contemplate la bellezza del vostro amante, pensate a Cristo uguale al Padre e suddito alla madre, cioè nella sua umanità e nella sua divinità; contemplatelo dominatore dei cieli e servo sulla terra, contemplatelo creatore di tutte le cose e creato egli stesso tra le cose. Quello stesso che i superbi deridono contemplate quanto sia bello. E qui si riferisce a Cristo crocifisso: vuol dire cioè che la Passione di Cristo ha anch’essa una stupenda bellezza, una bellezza certo non esteriore. Con gli occhi interiori dello spirito contemplate le cicatrici di chi pende dalla croce, il sangue di chi muore, il prezzo di chi si dona e lo scambio ineffabile che compie colui che ci redime. Pagina questa stupenda di spiritualità che ha come suo centro il contemplare e Cristo è l’oggetto della nostra contemplazione. Questo è l’atteggiamento proprio di ogni cristiano. Ma nella contemplazione a Cristo c’è un motivo particolare di amore, così come qui c’è un particolare motivo di considerare Cristo come l’unico oggetto, pieno, totale, esclusivo della nostra gioia.

 

  

Lettura Patristica

DALLE “ESPOSIZIONI SUI SALMI” DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 61, 22)

Sui beni che ci ha recati la passione di Cristo.

 

“Sí, fratelli, era necessario il sangue del giusto perché fosse cassata la sentenza che condannava i peccatori. Era a noi necessario un esempio di pazienza e di umiltà; era necessario il segno della croce per sconfiggere il diavolo e i suoi angeli (cf. Col 2, 14. 15). La passione del Signore nostro era a noi necessaria; infatti, attraverso la passione del Signore, è stato riscattato il mondo. Quanti beni ci ha arrecati la passione del Signore! Eppure la passione di questo giusto non si sarebbe compiuta se non ci fossero stati gli iniqui che uccisero il Signore. E allora? Forse che il bene che a noi è derivato dalla passione del Signore lo si deve attribuire agli empi che uccisero il Cristo? Assolutamente no. Essi vollero uccidere, Dio lo permise. Essi sarebbero stati colpevoli anche se ne avessero avuto solo l’intenzione; quanto a Dio, però, egli non avrebbe permesso il delitto se non fosse stato giusto.

Che male fu per il Cristo l’essere messo a morte? Malvagi furono certo quelli che vollero compiere il male; ma niente di male capitò a colui che essi tormentavano. Venne uccisa una carne mortale, ma con la morte venne uccisa la morte, e a noi venne offerta una testimonianza di pazienza e presentata una prova anticipata, come un modello, della nostra resurrezione. Quanti e quali benefici derivarono al giusto attraverso il male compiuto dall’ingiusto! Questa è la grandezza di Dio: essere autore del bene che tu fai e saper ricavare il bene anche dal tuo male. Non stupirti, dunque, se Dio permette il male. Lo permette per un suo giudizio; lo permette entro una certa misura, numero e peso. Presso di lui non c’è ingiustizia. Quanto a te, vedi di appartenere soltanto a lui, riponi in lui la tua speranza; sia lui il tuo soccorso, la tua salvezza; in lui sia il tuo luogo sicuro, la torre della tua fortezza. Sia lui il tuo rifugio, e vedrai che non permetterà che tu venga tentato oltre le tue capacità (cf. 1 Cor 10, 13); anzi, con la tentazione ti darà il mezzo per uscire vittorioso dalla prova. È infatti segno della sua potenza il permettere che tu subisca la tentazione; come è segno della sua misericordia il non consentire che ti sopravvengano prove più grandi di quanto tu possa tollerare. Di Dio infatti è la potenza, e tua, Signore, è la misericordia; tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.”

 

IN BREVE…
Si celebra la passione del Signore: è tempo di gemere, tempo di piangere, tempo di confessare e di pregare. Ma chi di noi è capace di versare lacrime secondo la grandezza di tanto dolore? (En. in Ps. 21, 1)

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Mons. Francesco Follo è Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi. 

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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