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Mons. Francesco Follo - Foto © Servizio Fotografico-L'Osservatore Romano

Mons. Follo: Imparare le logica dell’amore

VII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 24 febbraio 2019

Rito Romano:

1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; 1Cor 15,45-49; Lc 6, 27-38

 

Rito Ambrosiano

Dn 9,15-19; Sal 106; 1Tm 1,12-17; Mc 2,13-17

Penultima Domenica dopo l’Epifania  detta “della divina clemenza”

 

 

1) La felicità di amare il nemico.

Le esigenze dell’amore, il comandamento nuovo, che Gesù ha portato nel mondo, “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi…” (Gv 19,12) sono la trama del brano del Vangelo di oggi, che è come il coronamento delle beatitudini, sulle quali abbiamo meditato domenica scorsa. Oggi Cristo ci dice:  “A voi, che ascoltate, io dico: amate…”.  Sul motivo conduttore dell’amore si articola tutto il discorso del Redentore, un discorso che manifesta la logica di Cristo e che non sempre è facile fare nostra, nelle concrete situazioni della vita.

“Amate” dice Gesù, ma l’amore, di cui Lui parla, non ha i confini della famiglia, né della cerchia degli amici o delle persone gradevoli. L’amore di cui il Signore parla ha il sapore di una sfida: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano”, un amore, che non è solo sentimento, ma si realizza nella concretezza dei gesti: “Fate del bene a chi vi odia….pregate per chi vi maltratta…a chi vi percuote sulla guancia, porgete l’altra…date a chiunque chiede….e a chi prende del vostro, non richiedetelo”. Un amore senza limiti, dunque, ma non un assurdo, perché questo modo di amare è il modo di amare di Dio, che si è reso visibile nel suo Figlio Gesù.  Se, infatti, contempliamo la  passione di Cristo vediamo come Lui intravediamo la passione di Cristo, nella quale Lui mette in pratica le parole che oggi ci dice: parole di offerta, di amore e di perdono nei confronti del mondo che lo sta condannando a morte. Come Gesù preghiamo per i carnefici, offriamo la nostra a guancia, apriamo la porta del perdono come Lui ha aperto la porta del paradiso ad un ladrone.

Gesù è sempre colui che dà e che si dà. Così è chiamato ad essere anche il cristiano, guidato dalla regola d’oro: “Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fatelo a loro”.

E teniamo presente che l’amore al nemico è il vertice dell’amore del prossimo. L’amore al nemico, infatti, evidenzia – come non accade in nessuna altra forma di amore – le due note profonde di ogni autentico amore evangelico. Anzitutto la tensione all’universalità: nell’amore al nemico la figura del «vicino» si dilata sino a rinchiudere anche il “più lontano”: chi è più lontano del nostro nemico? E poi la nota della gratuità, che è l’anima di ogni vero amore.

Dobbiamo tenere presente che la figura del nemico di cui Luca parla è, possiamo dire, quotidiana, normale: non si tratta del persecutore, ma più semplicemente di chi sparla di noi, ci odia e ci maltratta. Le esemplificazioni concrete sono numerose, e vanno al di là dello stretto ambito del nemico: si parla infatti non solo di chi odia, percuote, ruba, ma anche di chi chiede un prestito senza avere poi la possibilità di ridare. Luca è particolarmente interessato a sottolineare la gratuità dell’amore.

Le motivazioni che giustificano l’amore al nemico sono due: distinguersi dai peccatori ed essere figli dell’Altissimo. Si tratta di comportarsi come il proprio Dio, “benevolo verso gli ingrati e i cattivi”. L’aggettivo “benevolo” in greco “χρηστός (chrestòs)” dice l’amore attento, accogliente, mite, che non fa pesare ciò che dona. E “ingrato” in greco ἀχαρίστos (acharìstos) sottolinea una volta di più l’assenza di ogni pretesa di reciprocità. Non si ama il lontano perché si avvicini. Lo si ama perché si vuole prolungare fino a lui la benevolenza di Dio. Anche se ci sembra paradossale, educhiamo in noi la capacità di amare l’altro senza suo merito, richiamando alla mente che Dio ci ha amati dall’eternità, e quindi ancor prima che nascessimo. Quindi Dio ci ha amato d’un amore eterno e continua ad amarci d’un amore fedele non per nostro merito, ma per purissimo e disinteressato suo amore. Non aveva bisogno di noi, ma ci ha creato per puro suo amore, allo scopo di farci felici come lo è Lui.

 

2) Imparare la logica di Dio.

La logica di Cristo sconvolge totalmente la nostra logica. Il comando dell’amore dei nemici e del perdono è il più scandaloso, incomprensibile, illogico per i discepoli di Gesù di duemila anni fa come per noi oggi. Ci viene chiesto infatti di agire non secondo il nostro istinto e la nostra umanità, ma secondo Dio, come Dio. E “come Dio” significa: essere misericordiosi. Chi si vendica vuole una vittoria per se stesso. Chi perdona dà la possibilità all’altro di vincere, ossia di aprirsi alla vita di Dio.

La logica di Dio è sempre “altra” rispetto alla nostra, come  Dio stesso rivela per bocca del profeta Isaia: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri,  le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8). Per questo, seguire il Signore richiede sempre all’uomo una profonda conversione, un cambiamento nel modo di pensare e di vivere, richiede di aprire il cuore all’ascolto per lasciarsi illuminare e trasformare interiormente. Un punto-chiave in cui Dio e l’uomo si differenziano è l’orgoglio: in Dio non c’è orgoglio, perché Egli è totale pienezza ed è tutto proteso ad amare e donare vita; in noi uomini, invece, l’orgoglio è intimamente radicato e richiede costante vigilanza e purificazione. Noi, che siamo piccoli, aspiriamo ad apparire grandi, ad essere i primi, mentre Dio non teme di abbassarsi e di farsi ultimo. La Vergine Maria è perfettamente “sintonizzata” con Dio: invochiamola con fiducia e imitiamola con generosità, seguendo con lei fedelmente Gesù sulla via dell’amore e dell’umiltà.

La logica di Dio non è disumana, anzi fa fiorire la nostra umanità. Non dobbiamo, quindi, avere paura di assumere la logica di Dio, anche se è la logica della Croce,  che non è prima di tutto quella del dolore e della morte, ma quella dell’amore e del dono di sé che porta vita” (Papa Francesco).

La logica di Dio è diversa dalla nostra. Anche la sua onnipotenza è diversa: non si esprime come forza automatica o arbitraria, ma è segnata da una libertà amorosa e paterna. In realtà, Dio, creando creature libere, dando libertà, ha rinunciato a una parte del suo potere, lasciando il potere della nostra libertà,. Se assumiamo la logica di Dio useremo il nostro potere non con la violenza, né con la distruzione, ma con l’amore, nella misericordia, nel perdono. Questo modo di agire è solo apparentemente debole, perché in realtà “solo chi è davvero potente può sopportare il male e mostrarsi compassionevole; solo chi è davvero potente può esercitare pienamente la forza dell’amore. E Dio, a cui appartengono tutte le cose perché tutto è stato fatto da Lui, rivela la sua forza amando tutto e tutti, in una paziente attesa della conversione di noi uomini, che desidera avere come figli” (Benedetto XV).

“La logica di Dio è condivisione e misericordia., che non ragiona secondo premi o castighi, ma in base all’accogliere a tutti coloro che richiedono misericordia e perdono, e che tutti tornino a essere fratelli” (Papa Francesco).

Se impariamo la logica di Dio capiamo anche la verginità, che è imitazione di Cristo, Logos di Dio. Essa è la forma più alta d’immedesimazione con l’umanità del Redentore. Gesù ha vissuto una completa dipendenza amorosa dal Padre. Il Figlio e il Padre sono una cosa sola, egli fa quello che il Padre gli dice, quello che piace al Padre (cfr.  Gv , 8, 28-29; 10, 30; 14, 31). Questo è innanzitutto la verginità: vivere interamente per Dio, partecipare della sua volontà, dedicare tutte le proprie energie al suo regno nel mondo.

Un esempio di vita vissuta nella logica della verginità  è quella delle vergini consacrate. In un tempo come il nostro, così denso di erotismo e di permissività sessuale, potrebbe risultare incomprensibile riflettere sulla verginità consacrata. Nei confronti della verginità, oggi, forse più che contestazione, c’è tanta confusione, accompagnata da poca fede e scarso coraggio di proporre la bellezza e la fecondità di questa scelta di vita cristiana. La verginità consacrata è un dono, un carisma, un evento di grazia per chi, in vista del Regno, instaura un rapporto personale ed esclusivo con Cristo, decidendo radicalmente di non possedere nulla, neanche il proprio corpo. La verginità consacrata, vissuta nella Chiesa locale, si nutre dell’innamoramento, non c’è altra spiegazione logica o razionale.

L’unica gioia della vergine è e sarà Cristo. Dunque le vergini consacrate sono chiamate a vivere questa vocazione testimoniando che La verginità cristiana si pone così nel mondo come segno manifesto del Regno futuro perché la sua presenza rivela la relatività dei beni materiali e la transitorietà del mondo stesso. In questo senso, come il celibato del profeta Geremia, essa è profezia della fine imminente, ma al tempo stesso, in forza del legame sponsale con Cristo, annuncia anche l’inizio della vita del mondo futuro, il mondo nuovo secondo lo Spirito. Il segno, così, come accade nella visione biblica, non è un riferimento puramente convenzionale o la pallida immagine di una realtà lontana, ma la realtà stessa nella sua manifestazione incipiente. Nel segno è contenuta, anche se ancora nascosta, la realtà futura.

La verginità consacrata si colloca perciò nell’orizzonte di una sponsalità, che non è teogamica (vale a dire di matrimonio con la divinità) ma teologale, cioè battesimale, perché riguarda l’amore sponsale di Cristo per la Chiesa (cf. Ef 5, 25-26). Si tratta di una realtà salvifica soprannaturale e non solo umana, che non può essere spiegata con la logica della ragione ma con la fede, perché – come ricorda la Scrittura – Tuo sposo è il tuo creatore (Is 54, 5). Essa è una delle grandi opere dell’ordine nuovo inaugurato con la Pasqua di Cristo e l’effusione dello Spirito, esperienza difficile da comprendere per l’uomo carnale e comprensibile solo a chi si lascia istruire dallo Spirito di Dio (cf. 1 Cor 2, 12-13) (Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, Istruzione sull’Ordo Virginum, Ecclesiae Sponsae Imago, n. 17).

 

 

Lettura patristica

Ambrogio

In Luc., 6, 73-77

 

 

 

 Amare i nemici

La carità ci viene ordinata, quando ci viene detto: “Amate i vostri nemici” (Lc 6,27), e così si realizza quella parola della Chiesa di cui abbiamo parlato prima: “Ordinate in me la carità” (Ct 2,4), poiché la carità viene ordinata quando sono formulati i precetti della carità stessa. Osserva come si cominci dalle cose più elevate, e si volga le spalle alla legge dopo le beatitudini.

La legge comanda il ricorso alla vendetta (cf. Ex 21,23-26); il Vangelo richiede per i nemici carità, bontà per l’odio, benedizioni per le maledizioni, invita a dare soccorso a chi ci perseguita, diffonde la pazienza tra gli affamati e la grazia della rimunerazione. Quanto è più perfetto di un atleta colui che non si risente per l’offesa.

E, per non apparire come il distruttore della legge, il Signore ordina per le buone azioni la reciprocità che invece proibisce per le offese. Tuttavia, dicendo: “E come volete che gli uomini facciano a voi, cosi fate voi a loro” (Lc 6,31), mostra che il bene reso è maggiore, in quanto il valore dell’altro è adeguato alle intenzioni .

Il cristiano si è formato a questa buona scuola e, non soddisfatto del diritto della natura, ne cerca anche la grazia. Se tutti anche i peccatori, sono d’accordo nel ricambiare l’affetto, colui che ha convinzioni più elevate deve applicarsi con maggiore generosità all’esercizio della carità, al punto da amare anche coloro che non lo amano. Infatti, benché l’assenza di ogni titolo a essere amati escluda l’esercizio dell’amore, non tuttavia esclude l’esercizio della virtù. E come tu ti vergogneresti di non ricambiare l’amore a uno che ti ama, e per ricambiare il bene ricevuto ti metti ad amare, così per virtù devi amare chi non ama, affinché, amando, per virtù, tu incominci ad amare chi non amavi. Poiché, mentre è futile e vuota la ricompensa dell’affetto, duratura è la ricompensa della virtù.

Cosa c’è di più ammirevole che porgere l’altra guancia a chi ti colpisce? Questo, non significa spezzare l’impeto dell’uomo adirato e calmare la sua collera? Non puoi tu giungere forse, per mezzo della pazienza, a colpire più forte colui che ha colpito te, suscitando in lui il rimorso? Così tu respingerai l’offesa e otterrai l’affetto. Spesso grandi amicizie nascono per la dimenticanza d’una insolenza, o per un favore fatto in risposta ad una ingiuria.

Ed ecco che le parole dell’Apostolo: “La carità è paziente, benigna, non è invidiosa, non si gonfia d’orgoglio” (1Co 13,4), appaiono perfette in questi precetti. Se essa è paziente, deve sopportare chi offende; se è benigna, non deve rispondere a chi maledice; se non cerca il bene per sé, non deve resistere a chi toglie; se non è invidiosa, non deve odiare il nemico. E tuttavia i precetti della carità divina vanno oltre quelli dell’Apostolo; dare è più che cedere, amare i nemici è ben più che non essere invidiosi. Tutto questo il Signore lo ha detto e fatto, egli che, oltraggiato, non ha restituito l’oltraggio; schiaffeggiato, non ha restituito gli schiaffi; spogliato, non ha opposto resistenza; crocifisso, ha chiesto perdono per gli stessi suoi persecutori, dicendo: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34), scusava del loro crimine i suoi accusatori: quelli preparavano la croce, ed egli diffondeva grazia e salvezza.

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Mons. Francesco Follo è Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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