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Mons. Follo: Il miracolo nasce dalla fedeltà di Dio all’uomo

Domenica XVII del Tempo Ordinario – Anno B – 29 luglio 2018

Rito Romano

2 Re 4,42-44; Sal 144; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

 

Rito Ambrosiano

Gdc 2, 6-17; Tes2, 1-2. 4-12; Mc 10, 35-45

9 Domenica dopo Pentecoste

 

 

1) Pane da condividere.

Con questa domenica la liturgia interrompe la lettura continuata del Vangelo di San Marco e per cinque domeniche consecutive (da oggi,17ª Domenica del Tempo Ordinario, fino alla 21ª) ci propone tutto il capitolo sesto di san Giovanni. La ragione di tale inserzione risiede nella volontà di approfondire il tema del “pane”. Questo sesto capitolo di Giovanni si apre appunto con la narrazione della moltiplicazione dei pani, offrendoci un bellissimo esempio della compassione che Gesù aveva per chi lo seguiva e che aveva “dimenticato” di mangiare tanto era la voglia di vedere i suoi miracoli e di nutrirsi della Sua parola.

Per capire bene il brano del Vangelo di oggi, anche questa volta ricostruiamo il contesto: Gesù viene seguito da “una grande folla, vedendo i segni che faceva sugli infermi”. La gente è attratta dalla potenza misericordiosa di Gesù che si preoccupa dei malati e li guarisce. Gesù, però, non è solo un guaritore; è il maestro: per questo sale sul monte, come Mosè che era salito sul Sinai per accogliere la legge del Signore per Israele. Tuttavia, Gesù non va sul monte per ricevere la parola di Dio, ma per donarla: è per questo che si mette sedere (nel testo originale in greco: si mette in cattedra), non tanto perché sia particolarmente stanco, ma perché questo è l’atteggiamento del maestro, che, quando insegna, sale, per così dire, in cattedra. Del resto Gesù aveva già fatto così, quando aveva proclamato la “nuova legge” delle beatitudini: “Salì sul monte e si mise a sedere; poi prendendo la parola, cominciò a insegnare” (Mt 5,1). Sempre per quanto riguarda il brano evangelico di oggi, è utile mettere il  risalto l’annotazione temporale: era vicina la Pasqua. Quindi, siamo in primavera. Questa indicazione temporale ci riporta all’indietro, alla grande storia dell’esodo, iniziata con il primo plenilunio di primavera di millenni fa, e ai tanti segni che Dio aveva operato con Mosè per la liberazione degli Ebrei e durante il loro cammino verso la Terra promessa. Ma il riferimento alla Pasqua ci spinge anche in avanti e anticipa simbolicamente il dono che Gesù farà del suo Corpo e del suo Sangue nell’ultima Cena.

Questo dono del Pane di Vita è da condividere come fu condiviso il pane moltiplicato da Gesù per dar da mangiare a quanti lo avevano seguito.

Il pane condiviso insegna l’attenzione all’altro e l’umiltà a non scartare nessuno, e a fidarsi di un Dio che si fida di noi e ci fa capaci di distribuire il pane a una folla numerosa.

Oltre  a prendere il Pane a noi donato e da noi condiviso mediante una vita caritatevole, rivolgiamo a Cristo questa preghiera: “Se desidero medicare le mie ferite, tu sei medico. Se brucio di febbre, tu sei la sorgente ristoratrice. Se sono oppresso dalla colpa, tu sei il perdono. Se ho bisogno di aiuto, tu sei la forza. Se temo la morte, tu sei la vita eterna. Se desidero il cielo, tu sei la vita. Se fuggo le tenebre, tu sei la luce. Se cerco il cibo, tu sei il nutrimento” (Sant’Ambrogio da Milano). Insomma, preghiamo Dio, “Padre nostro”, perché “ci dia il nostro pane quotidiano” del corpo e dello spirito.

Se è un miracolo dare da mangiare a migliaia di persone con un po’ di pane, è un miracolo ancora più grande dare il pane di verità, di gioia. Si tratta del Pane vero, del Pane della Verità da condividere con gli affamati di giustizia.

Il pane moltiplicato dal Chi nell’ultima Cena si farà Pane di Vita. Il grande miracolo non è quello di sfamare una folla, ma quello di mostrare la gloria di Dio rivelata in Gesù, Parola fatta carne, Verbo fatto cibo eucaristico per i cristiani. In effetti, il brano del vangelo di oggi racconta che Gesù prese i pani, rese grazie e li distri­buì: tre verbi che ci ricollegano a ogni Messa.

E mentre i discepoli lo distribuivano, il pane non veniva a mancare, e mentre passava di ma­no in mano, questo pane condiviso restava in ogni mano.

 

2) Pane di misericordia.

In quel giorno, Gesù sentì compassione perché è fatto dello stesso amore del Padre e manifestò la misericordia di Dio parlando alla folla e saziandone la sua fame.

Oggi, amandoci oltre ogni misura, Cristo moltiplica il Pane di Vita per noi. Nel sacramento dell’eucaristia Gesù si fa cibo di vita vera, lieta per la misericordia ricevuta.

In questa Domenica, il segno della misericordia, della compassione di Gesù Cristo è il racconto dei pani moltiplicati e condivisi che ci aiuta a capire che Cristo ci dona se stesso e la sua vita offrendosi a noi come pane eucaristico. Lui, che ringraziò il Padre, benedisse e spezzò il pane materiale donatogli da un bambino, si lascia spezzare per noi quale pane spirituale. Mangiando di questo Pane, Corpo eucaristico di Cristo, che è “la misericordia di Dio incarnata” (Papa Francesco), anche noi diventiamo misericordia.

La Cena eucaristica, dunque, non è un’azione da guardare, è un gesto da vivere. Fare la comunione non è solamente ricevere e lasciarsi santificare dalla presenza di Cristo, è aprire il nostro cuore per portare all’altare il “sì” del nostro amore a Dio; è aprire le nostre mani ai fratelli e sorelle, che hanno fame e che dobbiamo soccorrere con le opere di misericordia materiale e spirituale. Ma non dimentichiamo che la prima e più grande misericordia è di insegnare la verità e di dare cose vere, perché “il bene è la verità e la proposta della verità nasce dall’amore” (Card Giacomo Biffi).

Un esempio significativo di come vivere la misericordia è quello offerto dalla Vergini consacrate che sono “i fiori dell’albero che è la Chiesa” (Sant’Ambrogio di Milano).

In effetti, le vergini consacrate nel mondo sono chiamate a essere annuncio e attuazione di questa misericordia, a esserne immagine e a saperla offrire, con una vita fatta di paziente vigilanza nella preghiera, di attenzione, di discrezione e riserbo. E ciò perché la vocazione verginale è in relazione profonda con il mistero dell’Eucaristia. “Infatti, nell’Eucaristia la verginità consacrata trova ispirazione ed alimento per la sua dedizione totale a Cristo. Dall’Eucaristia inoltre essa trae conforto e spinta per essere, anche nel nostro tempo, segno dell’amore gratuito e fecondo che Dio ha verso l’umanità. Infine, mediante la sua specifica testimonianza, la vita consacrata diviene oggettivamente richiamo e anticipazione di quelle « nozze dell’Agnello » (Ap 19,7.9), in cui è posta la meta di tutta la storia della salvezza. In tal senso essa costituisce un efficace rimando a quell’orizzonte escatologico di cui ogni uomo ha bisogno per poter orientare le proprie scelte e decisioni di vita”.(Sacramentum caritatis, 81).

Imitando la Sempre Vergine Maria, queste donne vergini testimoniano la verità del Magnificat: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo é il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia  si stende su quelli che lo temono”, che può essere così parafrasato: “Mi ha fatta grande Colui che è potente ed il cui nome è santo, perché la Divina potenza operò il miracolo della verginità e la Sua infinita santità la riempì di grazie”. E il coro verginale risponde magnificando la misericordia di Dio che, per Maria Vergine e Madre, passò di generazione in generazione, facendo spuntare nel fango del mondo i fiori di santa verginità  che profumano la terra e il Cielo. La verginità è seguire Gesù; non è quindi rinuncia ad amare, ma lasciarsi afferrare e possedere completamente dall’Amore, come insegna Sant’Ambrogio di Milano: “Vergine consacrata cerca il Cristo nella tua luce, cioè nei buoni pensieri, nelle buone azioni, nelle tue notti, cercalo nella tua stanza, perché anche di notte viene e bussa alla tua porta. Vuole trovarti vigile in ogni momento, vuole trovare aperta la porta dell’anima tua. La bocca e canti la lode e la professione di fede nella croce, mentre nella tua stanzetta ripeti il Credo e canti i salmi. Quando egli verrà, ti trovi desta e preparata. Dorma il tuo corpo, ma vigili la tua fede; dormano le lusinghe del senso, ma vigili la prudenza del cuore. Le tue membra profumino della croce di Cristo e della fragranza della sua sepoltura. E c’è pure un’altra porta che vuole trovare aperta: vuole che si schiuda la tua bocca e canti la lode e la professione di fede nella croce, mentre nella tua stanzetta ripeti il Credo e canti i salmi. Quando egli verrà, ti trovi desta e preparata. Dorma il tuo corpo, ma vigili la tua fede; dormano le lusinghe del senso, ma vigili la prudenza del cuore. Le tue membra profumino della croce di Cristo e della fragranza della sua sepoltura” (La Verginità, 46-47).

 

 

Lettura Patristica

Efrem,

Diatessaron, 12, 1-4

 

 

L’Eucaristia, dono grande e gratuito

 

Nel deserto, Nostro Signore moltiplicò il pane (Mt 14,13-21 Mt 15,32-38 Jn 6,1-13), e a Cana mutò l’acqua in vino (Jn 2,1-11). Abituò così la loro bocca al suo pane e al suo vino per il tempo in cui avrebbe dato loro il suo corpo e il suo sangue. Fece loro gustare un pane e un vino caduchi per suscitare in loro il desiderio del suo corpo e sangue che danno la vita. Diede loro con liberalità queste piccole cose perché sapessero che il suo dono supremo sarebbe stato gratuito. Le diede loro gratuitamente, sebbene avessero potuto acquistarle da lui, affinché sapessero che non sarebbe stato loro richiesto il pagamento di una cosa inestimabile; infatti, se potevano pagare il prezzo del pane e del vino, non avrebbero certamente potuto pagare il suo corpo e il suo sangue.

 

Non soltanto ci ha colmato gratuitamente dei suoi doni, ma ancor più ci ha vezzeggiati affettuosamente. Infatti, ci ha donato queste piccole cose gratuitamente per attirarci, affinché andassimo e ricevessimo gratuitamente quella cosa sì grande che è l’Eucaristia. Quegli acconti di pane e di vino che ci ha dato erano dolci alla bocca, ma il dono del suo corpo e del suo sangue è utile allo spirito. Egli ci ha attirati con quelle cose gradevoli al palato per trascinarci verso colui che dà la vita alle anime. Ha nascosto la dolcezza nel vino da lui fatto, per indicare ai convitati quale tesoro magnifico è nascosto nel suo sangue vivificante.

 

Come primo segno, fece un vino che dà allegria ai convitati per mostrare che il suo sangue avrebbe dato allegria a tutte le genti. Il vino è parte in tutte le gioie immaginabili e parimenti ogni liberazione si riconnette al mistero del suo sangue. Diede ai convitati un vino eccellente che trasformò il loro spirito per far sapere loro che la dottrina con cui li abbeverava avrebbe trasformato i loro cuori. Ciò che all’inizio non era che acqua fu mutato in vino nelle anfore; era il simbolo del primo comandamento portato a perfezione; l’acqua trasformata era la legge perfezionata. I convitati bevevano ciò che era stato acqua, ma senza gustare l’acqua. Parimenti, quando udiamo gli antichi comandamenti, li gustiamo nel loro sapore nuovo. Al precetto: Schiaffo per schiaffo (cf. Ex 21,24 Lv 24,20 Dt 19,21) è stata sostituita la perfezione: “Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt 5,39).

 

L’opera del Signore ottiene tutto; in un baleno, egli ha moltiplicato un po’ di pane. Ciò che gli uomini fanno e trasformano in dieci mesi di lavoro, le sue dieci dita l’hanno compiuto in un istante. Le sue mani furono come una terra sotto il pane; e la sua parola come il tuono al di sopra di lui; il sussurro delle sue labbra si sparse su di lui come una rugiada e l’alito della sua bocca fu come il sole; in un brevissimo istante egli ha portato a termine quanto richiede di norma un lungo lasso di tempo. Dalla piccola quantità di pane è sorta una moltitudine di pani; come all’epoca della prima benedizione: “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gn 1,28). I pezzi di pane, prima sterili e insignificanti, grazie alla benedizione di Gesù – quasi seno fecondo di donna – hanno dato frutto da cui sono sopravanzati molteplici frammenti.

 

Il Signore ha mostrato il vigore penetrante della sua parola a quelli che l’ascoltavano, e ha mostrato la rapidità con la quale egli elargiva i suoi doni a quelli che ne beneficiavano. Non ha moltiplicato il pane al punto che avrebbe potuto, ma fino alla quantità sufficiente per i convitati. Il miracolo non fu su misura della sua potenza, bensì della fame degli affamati. Se, infatti, il miracolo fosse stato misurato sulla sua potenza, riuscirebbe impossibile valutare la vittoria di quella. Commisurato alla fame di migliaia di persone, il miracolo ha superato le dodici ceste (Mt 14,20). In tutti gli artigiani, la potenza è inferiore alla richiesta dei clienti; essi non possono fare tutto quanto gli domandano i clienti. Le realizzazioni di Dio, invece, superano i desideri. E: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto” (Jn 6,12) e non si pensi che il Signore abbia agito solo per fantasia. Ma, quando i resti saranno stati conservati un giorno o due, crederanno che il Signore ha agito in verità, e che non si trattò di un fantasma inconsistente.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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