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Mons. Francesco Follo - Foto © Servizio Fotografico-L'Osservatore Romano

Mons. Follo: Il Corpo di Cristo: Pane di Vita, Pane angelico per gli uomini

Festa del Corpo e Sangue di Cristo – Anno C – 23 giugno 2019

Il Corpo di Cristo: Pane di Vita, Pane angelico per gli uomini.

 

Festa del Corpo e Sangue di Cristo – Anno C – 23 giugno 2019

 

Rito romano

Gn 14, 18-20; Sal 109; 1 Cor 11, 23-26; Lc 9, 11-17

 

Rito ambrosiano

II Domenica di Pentecoste

Sir 18,1-12; Sal 135; Rm 8,18-25; Mt 6,25-33

 

1) Il corpo di Cristo, offerto per noi

A Natale il Verbo si è fatto carne, oggi celebriamo il fatto che la “carne diventa Verbo” (H.U. von Balthasar).

Non servirebbe a nulla che il Verbo si faccia spirito. Donarsi veramente a noi Lui lo può fare solamente come carne. Ciò che Dio ha da dirci, ce lo dice corporalmente, con sua carne e con il suo sangue. Questa carne e questo sangue sono davvero una comunicazione, una parola, un regalo, una consegna di qualità del tutto speciale perché divina. Quando riceviamo l’Eucaristia, spenso non pensiamo che alla carne e al sangue e dimentichiamo che “il Verbo si è fatto carne”. Dimentichiamo che ciò che riceviamo è la Parola di Dio indirizzata a noi. Parola carica di signficato, carica di una presenza, Parola fatta carne per donarsi a noi completamente

Dire “ti amo” è facile a dirsi, ma difficile a dimostrarsi.  Poiché sono i che fatti dimostrano le parole, questi fatti devono essere corporei.  E questo vale anche nell’amore tra persone umane, dove la la parola deve diventare carne per compiere la sua verità: “Non c’è amore più grande che dare la vita per l’amico”. E il Verbo si è fatto carne per donare la vita perché noi avessimo la Vita. “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.  Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6, 53-58).

La sua incarnazione ha reso possibile l’offerta completa della sua vita, per la salvezza di noi, che mangiano il suo corpo,  beviamo il suo sangue,  diventando Colui che mangiamo e dimorando in Lui.

Mi si permetta, dunque, di parlare di due Natali di Cristo. Nel primo, a Betlemme (che vuol dire Casa del Pane) Gesù nacque alla vita terrena, fu avvolto in fasce e fu messo in una mangiatoia, come per indicare che anche lui sarà mangiato. Nel secondo Natale, a Gerusalemme (che vuol dire Città di Pace), Gesù con il sacrificio della Croce nacque alla vita celeste. Il suo Corpo nudo fu “totalmente rivestito di Spirito Santo” (S. Giovanni Crisostomo, Omelia VI, PG 46, 753) e donato come pane di vita eterna per tutti. Il Cenacolo con il primo, santo convito e la Croce con il divino sacrifico sono offerti come luogo di misericordia per trovare grazia, perdono e aiuto.

Nell’anno C, le letture della Messa della Festa del Corpo e Sangue del Signore mettono in evidenza il dono, l’offerta.

Infatti, nel brano della Genesi (prima lettura) ci propone il re di pace, Melchisedek, che non fa cose strampalate o appariscenti, ma che offre semplicemente pane e vino, con una benedizione (rendimento di grazie, lode).
San
Paolo, nella seconda lettura presa dalla sua prima lettera ai Corinti,  trasmette ciò che a sua volta ha ricevuto in dono. L’Evangelista San Luca nel presentare la moltiplicazione dei pani (cfr terza lettura) mette sulla bocca di Gesù le seguenti parole: “Date voi stessi da mangiare”. I discepoli risposero “non abbiamo che cinque pani…”, poi obbedendo (=dando ascolto) al Messia fanno sedere per gruppi la gente e così offrono a Gesù l’occasione di fare il miracolo della moltiplicazione dei pani. Il Vangelo di questa domenica, sembra, a prima vista, discostarsi dal tema dell’eucaristia. Esso ci rimanda, infatti, al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, episodio notissimo ma che, sembra esser lontano da quell’ultima cena di Pasqua, consumata da Gesù a Gerusalemme. In realtà, anche il racconto di Luca parla, a suo modo, di una cena, un banchetto improvvisato, in una zona deserta, per commensali abbastanza inusuali. Gli oltre cinquemila presenti, grazie al gesto di obbediente carità degli apostoli ricevettero del pane per continuare a vivere una vita che finisce. Con l’Eucaristia, il Pane di Vita, noi riceviamo in dono un alimento miracoloso per la vita eterna.

Con questo stupendo dono dell’Eucaristia, che è frutto della passione e morte di Cristo, il nostro cuore, affamato di eterno, è saziato da Gesù, che per noi si è “fatto” pane vivo e manna celeste. In effetti il frumento seminato nella terra serve per produrre pane di terra, che permette di vivere ma non impedisce di morire. Con l’essere innalzato sulla Croce, il Salvatore è seminato nel cielo, si “fa” pane di cielo, eterno, “Pane angelico fatto Pane per gli uomini”, pellegrini dell’eterno che questo Pane ritempra nelle forze di bene e nella fedeltà di Dio. Con la Comunione non siamo veramente in Dio e Dio è veramente in noi.

 

2) La partecipazione all’offerta eucaristica.

L’offerta di Gesù immolato si è trasformata in vita per noi. Come possiamo parteciparvi?

  1. Giovanni Crisostomo fece una domanda simile e una volta durante la predica chiese: “Come potremmo fare noi dei nostri corpi un’ostia?”. E lui stesso rispose: “I vostri occhi non guardino nulla di cattivo, e avrete offerto un sacrificio; la vostra lingua non preferisca parole sconvenienti, e avrete fatto un’offerta; la vostra mano non commetta peccato, e avrete compiuto un olocausto”. All’offerta del corpo e del sangue del Signore che facciamo sull’altare, si accompagni il sacrificio della nostra esistenza. Ogni giorno, attingiamo dal Corpo e Sangue del Signore quell’amore libero e puro che ci rende degni ministri (dalla parola latina minister = minus quam alter = inferiore = servitore) del Cristo e testimoni della sua gioia.

Nell’Eucaristia il Salvatore viene a noi non tanto per premiare la nostra virtù, quanto per comunicarci la forza di diventare santi, cioè persone guidate dal suo amore sapiente e che hanno Lui come Ospite costante nel nostro cuore. Siamo santi non se compiamo gesta straordinarie, ma se siamo uniti a Cristo, se facciamo nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, se modelliamo la nostra vita sulla sua. Più faremo la Comunione, più saremo in comunione con Dio e con i nostri fratelli e sorelle. Lasciamoci guidare da questo amore divino, in modo tale che l’ “Amen”, che diciamo quando riceviamo l’Ostia consacrata, sia non solo affermato con la bocca, ma sentito con il cuore.

Il pane eucaristico è frutto del dono di sé di Cristo, frutto della sua passione e morte, frutto del suo amore “eccessivo”. Non ci resta che adorarLo e ringraziarLo di averci ancorato all’eternità come fratelli suoi, di averci messo nelle mani del Padre come figli nel Figlio, di aver fatto “rivivere” la nostra carne nella sua carne. “La partecipazione all’Eucaristia, sacramento della Nuova Alleanza, è il vertice dell’assimilazione a Cristo, fonte di vita eterna e forza del dono totale di sé” (B. Giovanii Paolo II, Veritatis splendor, .21).

 

3) Processione e adorazione.

Se nel Giovedì Santo viene messo in evidenza lo stretto rapporto che esiste tra l’Ultima Cena e il mistero della morte di Gesù in croce. Oggi, festa del Corpus Domini, con la processione e l’adorazione comunitaria dell’Eucaristia si attira l’attenzione sul fatto che Cristo si è immolato per l’intera umanità.

Lui è il Dio con noi, l’Emmanuele, e noi siamo invitati a portarlo nel mondo: oggi con la processione, ogni giorno con la testimonianza dei passi del cuore, che ha stabilità nel suo amore.

Il suo passaggio con noi e per (par – by) noi fra le case e per le strade del nostro mondo sia per  (pour – for) noi un’offerta di gioia, di vita immortale, di pace e di amore.

Il fatto di mostrare per le strade del mondo Gesù sotto il segno sacramentale del Pane consacrato diventa anche educazione a scorgerlo sotto il segno di ogni nostro fratello, sotto il segno di tutti gli avvenimenti della nostra vita. Il portare questo Vangelo eucaristico nel mondo, fa in modo che portiamo questa divina Presenza agli uomini ed alle donne di tutti tempi, portando loro la benedizione grande e divina: Gesù Cristo in persona.

E’ l’Amore che ci raduna, ci invita a camminare seguendo Cristo con i passi del cuore, ci chiama ad adorarlo. Dall’abisso del nostro essere fragile creature non possiamo che adorare. “Di fatto l’adorazione non è che il sentimento del nostro nulla, ma non un sentimento che avvilisce, non un sentimento che ci umilia: è un sentimento di umiltà, ma non di umiliazione, perché l’anima esperimenta il suo nulla nella misura che si fa presente dinanzi all’assoluta grandezza” (Divo Barsotti). Dall’adorazione nascono la familiarità e la fiducia, perché l’adorazione eucaristica è l’adorazione di Dio di amore immenso, di grazia infinita e di misericordia senza limiti.

E’ un’adorazione che fa vivere una vera e completa adesione a Cristo, quale è espressa dalle Vergini consacrate che con il dono totale di sé sono entrate  entrare in rapporto di particolare intimità e di unione con Cristo, fino a fare di Lui il centro dell’esistenza, come la Madonna che fu la prima Vergine Consacrata cristiana e che fu la personificazione stessa di questa adorazione di Gesù.

C’è un profondo rapporto tra la verginità e l’adorazione: entrambe sono pervase dall’unica, appassionata brama di vedere l’Amato faccia a faccia, poterlo finalmente stringere tra le braccia, raggiungere l’unione a lungo sospirata. Come la verginità anche l’adorazione sembra che non abbia uno scopo “pratico”, ma “almeno” è un modo per manifestare che il Signore è tutto e vale la pena dare se stessi e spendere il tempo solamente per lui. Il proprio corpo e cuore consacrati a Dio nella verginità, il tempo trascorso in adorazione davanti a Gesù non toglie nulla alla nostra vita ed al nostro lavoro. Ci radica intimamente in Dio e ci avvicina profondamente gli uni gli altri, intensifica il nostro amore reciproco, rende la presenza di Cristo più viva, più reale: qualcosa o, meglio, qualcuno che veramente ci unisce.

 

 

LETTURA PATRISTICA

San Giovanni Crisostomo,

Sull’Eucarestia

 

“Vuoi onorare il corpo di Cristo?

Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi.

Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo tra- scuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: “Questo è il mio corpo”, confermando il fatto con la parola, ha detto anche: “Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare” e “ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli fra questi, non l’avete fatto neppure a me”.

Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura.

Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l’onore più gradito, che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare, è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi.

Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero?

Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane.

Gli offrirai un calice d’oro e non gli darai in bicchiere d’acqua? che bisogno c’è di adornare con veli d’oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? che guadagno ne ricava egli?

Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d’oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe, o piuttosto non s’infurierebbe contro di te? e se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, e, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe for- se di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?

Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bi- sognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell’edificio sacro.

Attacchi catene d’argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere.

Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello.

Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò, mentre adorni l’ambiente per il culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre.

Questo è il tempio vivo più prezioso di quello.

San Giovanni Crisostomo

 

 

 

 

 

 

Come Lettura (quasi) patristica da meditare propongo la Sequenza scritta da san Tommaso d’Aquino e che si legge oggi nella liturgia della Santa Messa. E’ un magnifico componimento che ci immette nei contenuti teologici dell’Eucaristia in modo chiaro e profondo. Ne presento quelli che sono, secondo me da sottolineare, più sotto propongo il testo latino integrale con la traduzione letterale.

Questa è la festa solenne nella quale celebriamo la prima sacra cena. È il banchetto del nuovo Re, nuova Pasqua, nuova legge; e l’antico è giunto a termine. Cede al nuovo il rito antico, la realtà disperde l’ombra: luce, non più tenebra. Cristo lascia in sua memoria ciò che ha fatto nella cena: noi lo rinnoviamo. Obbedienti al suo comando, consacriamo il pane e il vino, ostia di salvezza. È certezza a noi cristiani: si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino. Tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. È un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi. Mangi carne, bevi sangue; ma rimane Cristo intero in ciascuna specie. Chi ne mangia non lo spezza, né separa, né divide: intatto lo riceve. Siano uno, siano mille, ugualmente lo ricevono: mai è consumato. Vanno i buoni, vanno gli empi; ma diversa ne è la sorte: vita o morte provoca. Vita ai buoni, morte agli empi: nella stessa comunione ben diverso è l’esito! Quando spezzi il sacramento non temere, ma ricorda: Cristo è tanto in ogni parte, quanto nell’intero. È diviso solo il segno non si tocca la sostanza; nulla è diminuito della sua persona“.

 

 

 

Etimologia di eucaristia e brevissima storia dell’origine della festa del Corpo e del Sangue di Cristo.

 

– Eὖ” “èu” è un avverbio, e significa “bene”, in tutte le sue accezioni, mentre “χάρις” “chàris” significa “grazia, dono”.

Il verbo greco “εὐχαριστέω” “eucharistèo” significa “ringraziare”, ma di fatto l’espressione “εὐχάριστια” può essere intesa sia come “ringraziamento” nei confronti di Gesù per il suo sacrificio e la salvezza del genere umano, sia come “buona carità”, nel senso dell’atto vero e proprio del Cristo nel subire la morte per la salvezza del genere umano.

 

– La festa del Corpus Domini ha le sue origini dal miracolo di Bolsena (cittadina sul lago omonimo in provincia di Viterbo – Italia). Un sacerdote boemo, di passaggio, nel 1263, andò a celebrare la Messa nella Chiesa di Santa Cristina, tormentato dai dubbi intorno alla reale presenza del Corpo del Signore, nell’ostia consacrata. Al momento della frazione dell’ostia, sotto il suo sguardo esterrefatto, caddero dal calice gocce di sangue sul corporale e sul pavimento. Fu subito informato il Papa, Urbano IV, che risiedeva ad Orvieto, il quale fece esaminare il prodigio da illustri teologi del tempo quali S. Tommaso d’Aquino e S. Bonaventura da Bagnoregio. Accertato il miracolo, il Papa istituì la festa del Corpus Domini, da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo cristiano.

 

 

Sequentia

Lauda, Sion Salvatórem,

lauda ducem et pastórem

in hymnis et cánticis.

Quantum potes, tantum aude:

quia maior omni laude,

nec laudáre súfficis.

Laudis thema speciális,

panis vivus et vitális

hódie propónitur.

Quem in sacræ mensa cenæ,

turbæ fratrum duodénæ

datum non ambígitur.

Sit laus plena, sit sonóra,

sit iucúnda, sit decóra

mentis iubilátio.

Dies enim solémnis ágitur,

in qua mensæ prima recólitur

huius institútio.

In hac mensa novi Regis,

novum Pascha novæ legis

Phase vetus términat.

Vetustátem nóvitas,

umbram fugat véritas,

noctem lux elíminat.

Quod in cena Christus gessit,

faciéndum hoc expréssit

in sui memóriam.

Docti sacris institútis,

panem, vinum, in salútis

consecrámus hóstiam.

Dogma datur Christiánis,

quod in carnem transit panis,

et vinum in sánguinem.

Quod non capis, quod non vides,

animósa firmat fides,

præter rerum órdinem.

Sub divérsis speciébus,

signis tantum, et non rebus,

latent res exímiæ.

Caro cibus, sanguis potus:

manet tamen Christus totus,

sub utráque spécie.

A suménte non concísus,

non confráctus, non divísus:

ínteger accípitur.

Sumit unus, sumunt mille:

quantum isti, tantum ille:

nec sumptus consúmitur.

Sumunt boni, sumunt mali:

sorte tamen inæquáli,

vitæ vel intéritus.

Mors est malis, vita bonis:

vide paris sumptiónis

quam sit dispar éxitus.

Fracto demum sacraménto,

ne vacílles, sed memento,

tantum esse sub fragménto,

quantum toto tégitur.

Nulla rei fit scissúra:

signi tantum fit fractúra:

qua nec status nec statúra

signáti minúitur.

Ecce panis Angelórum,

factus cibus viatórum:

vere panis fíliórum,

non mitténdus cánibus.

In figúris præsignátur,

cum Isaac immolátur:

agnus paschæ deputátur:

datur manna pátribus.

Bone Pastor, panis vere,

Iesu, nostri miserére:

tu nos pasce, nos tuére:

tu nos bona fac vidére

in terra vivéntium.

Tu, qui cuncta scis et vales:

qui nos pascis hic mortales:

tuos ibi commensáles,

coherédes et sodales

fac sanctórum cívium. Amen.

Allelúia.

Traduzione letterale

Loda o Sion il Salvatore,

loda la Guida e il Pastore

in inni e cantici.

Quanto puoi tanto ardisci:

perché (Egli è) superiore ad ogni lode,

e (tu) non basti a lodarlo.

Come tema di lode speciale,

il Pane vivo e datore di vita

viene oggi proposto,

il quale, alla mensa della sacra cena,

alla schiera dei dodici fratelli,

non si dubita dato.

La lode sia piena, sia risonante,

sia lieto, sia appropriato

il giubilo della mente,

poiché si celebra il giorno solenne,

nel quale di questa mensa si ricorda

la prima istituzione.

In questa mensa del nuovo Re,

la nuova Pasqua della nuova legge

pone fine al vecchio tempo.

La novità (allontana) la vetustà,

la verità allontana l’ombra,

la luce elimina la notte.

Ciò che Cristo fece durante la cena

comandò da farsi

in suo ricordo.

Ammaestrati coi sacri insegnamenti,

consacriamo il pane e il vino,

ostia di salute.

Ai cristiani vien dato come dogma

che il pane si cambia in carne,

e il vino in sangue.

Ciò che non comprendi, ciò che non vedi,

ardita assicura la fede,

contro l’ordine delle cose.

Sotto specie diverse,

(che sono) solamente segni e non cose,

si nascondono cose sublimi.

La carne (è) cibo, il sangue bevanda:

eppure Cristo resta intero

sotto ciascuna specie.

Da colui che (lo) assume, non spezzato,

non rotto, non diviso:

(ma) intero è ricevuto.

(Lo) riceve uno, (lo) ricevono mille:

quanto questi tanto quello;

né ricevuto si consuma.

(Lo) ricevono i buoni, (lo) ricevono i malvagi,

ma con ineguale sorte:

di vita o di morte.

È morte per i malvagi, vita per i buoni:

vedi di pari assunzione

quanto sia diverso l’effetto.

Spezzato finalmente il Sacramento,

non tentennare, ma ricorda

che tanto c’è sotto un frammento

quanto si nasconde nell’intero.

Nessuna scissura si fa della sostanza;

si fa rottura solo del segno:

per cui né lo stato né la dimensione

del Segnato è sminuita.

Ecco il pane degli angeli

fatto cibo dei viandanti:

vero pane dei figli

da non gettare ai cani.

Nelle figure è preannunciato,

con Isacco è immolato,

quale Agnello pasquale è designato,

è dato qual manna ai padri.

Buon pastore, pane vero,

o Gesù, abbi pietà di noi:

Tu nutrici, proteggici,

Tu fa’ che noi vediamo le cose buone

nella terra dei viventi.

Tu, che tutto sai e puoi,

che qui pasci noi mortali:

facci lassù Tuoi commensali,

coeredi e compagni

dei santi cittadini. Amen.

Alleluia.

 

 

 

Traduzione liturgica italiana

 

Sion, loda il Salvatore,

la tua guida, il tuo pastore,

con inni e cantici.

Impegna tutto il tuo fervore:

egli supera ogni lode,

non vi è canto che sia degno.

Pane vivo, che dà vita:

questo è tema del tuo canto,

oggetto della lode.

Veramente fu donato

agli apostoli riuniti

in fraterna e sacra cena.

Lode piena e risonante,

gioia nobile e serena

sgorghi oggi dallo spirito.

Questa è la festa solenne

nella quale celebriamo

la prima sacra cena.

È il banchetto del nuovo Re,

nuova Pasqua, nuova legge;

e l’antico è giunto a termine.

Cede al nuovo il rito antico,

la realtà disperde l’ombra:

luce, non più tenebra.

Cristo lascia in sua memoria

ciò che ha fatto nella cena:

noi lo rinnoviamo.

Obbedienti al suo comando,

consacriamo il pane e il vino,

ostia di salvezza.

È certezza a noi cristiani:

si trasforma il pane in carne,

si fa sangue il vino.

Tu non vedi, non comprendi,

ma la fede ti conferma,

oltre la natura.

È un segno ciò che appare:

nasconde nel mistero

realtà sublimi.

Mangi carne, bevi sangue:

ma rimane Cristo intero

in ciascuna specie.

Chi lo mangia non lo spezza,

né separa, né divide:

intatto lo riceve.

Siano uno, siano mille,

ugualmente lo ricevono:

mai è consumato.

Vanno i buoni, vanno gli empi;

ma diversa ne è la sorte:

vita o morte provoca.

Vita ai buoni, morte agli empi:

nella stessa comunione

ben diverso è l’esito!

Quando spezzi il sacramento,

non temere, ma ricorda:

Cristo è tanto in ogni parte,

quanto nell’intero.

È diviso solo il segno,

non si tocca la sostanza;

nulla è diminuito

della sua persona.

Ecco il pane degli angeli,

pane dei pellegrini,

vero pane dei figli:

non dev’essere gettato.

Con i simboli è annunziato,

in Isacco dato a morte,

nell’agnello della Pasqua,

nella manna data ai padri.

Buon Pastore, vero pane,

o Gesù, pietà di noi;

nutrici e difendici,

portaci ai beni eterni

nella terra dei viventi.

Tu che tutto sai e puoi,

che ci nutri sulla terra,

conduci i tuoi fratelli

alla tavola del cielo,

nella gioia dei tuoi santi.

Amen.

***
Mons. Francesco Follo è Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

About Francesco Follo

Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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