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Mons. Francesco Follo - Foto © Servizio Fotografico-L'Osservatore Romano

Mons. Follo: Discernere il momento opportuno (kairòs) per servire la pace di Cristo

XX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 18 agosto 2019

Rito romano

XX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 18 agosto 2019.

Ger 38,4-6.8-10; Sal 39; Eb 12,1-4; Lc 12,49-53

 

Rito ambrosiano

XIII Domenica di Pentecoste.

Ne 1,1-4;2,1-8; Sal 83; Rm 15,25-32; Mt 21,10-16

 

           

  • Il fuoco.

Dall’insegnamento  di Papa Francesco che, commentando il vangelo di questa domenica parlava delle immagine del fuoco, del battesimo e della divisione, prendo alcune sue riflessioni sul fuoco che è quello dello Spirito Santo. Questo fuoco è una forza creatrice che purifica e rinnova. Ci rigenera e ci rende capaci di amare. “Gesù –ci ricordava il Papa il 18 agosto 2013 – desidera che lo Spirito Santo divampi nei nostri cuori Abbiamo bisogno dello Spirito Santo per non lasciarci frenare dalla paura e dal calcolo… Grazie a questo fuoco siamo chiamati a diventare persone dal cuore dilatato e e dal volto gioioso” (Id.).

Molto saggiamente Papa Francesco parla del desiderio del fuoco, della luce, dell’amore che Cristo è venuto a portare: è il fuoco dello Spirito Santo che scenderà a Pentecoste; è il battesimo dell’acqua e del fuoco di cui parlò il Battista. E’ il fuoco del giudizio di Dio che è il suo amore che salva il mondo, quindi Gesù ha questo grande desiderio di accendere il fuoco. Contemporaneamente si trova angosciato, perché questo fuoco viene da un battesimo, da un’acqua (l’acqua è la morte) che viene dalla croce.

Ma se il fuoco dello Spirito crea una comunica di amore, perché il Redentore parla di divisione, confidando ai suoi discepoli: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico la pace, ma la divisione”. E aggiunge: “D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera” (Lc 12,51-53). Chiunque conosca minimamente il Vangelo di Cristo, sa che è messaggio di pace per eccellenza. Gesù stesso “è la nostra pace” (Ef. 2,14), morto e risorto per abbattere il muro dell’inimicizia e inaugurare il Regno di Dio che è amore, gioia e pace. Come si spiegano allora queste sue parole? A che cosa si riferisce il Signore quando dice di essere venuto a portare – secondo la redazione di san Luca – la “divisione”, o – secondo quella di san Matteo – la “spada” (Mt10,34)?

Questa espressione di Cristo significa che la pace che Lui è venuto a portare non è sinonimo di semplice assenza di conflitti. Al contrario, la pace di Gesù è frutto di una costante lotta contro il male. Lo scontro che Gesù è deciso a sostenere non è contro uomini o poteri umani, ma contro il nemico di Dio e dell’uomo, Satana. Chi vuole resistere a questo nemico rimanendo fedele a Dio e al bene deve necessariamente affrontare incomprensioni e qualche volta vere e proprie persecuzioni. Perciò, quanti intendono seguire Gesù e impegnarsi senza compromessi per la verità devono sapere che incontreranno opposizioni e diventeranno, loro malgrado, segno di divisione tra le persone, addirittura all’interno delle loro stesse famiglie. L’amore per i genitori infatti è un comandamento sacro, ma per essere vissuto in modo autentico non può mai essere anteposto all’amore di Dio e di Cristo. In tal modo, sulle orme del Signore Gesù, i cristiani diventano “strumenti della sua pace”, secondo la celebre espressione di san Francesco d’Assisi. Non di una pace inconsistente e apparente, ma reale, perseguita con coraggio e tenacia nel quotidiano impegno di vincere il male con il bene (cfr Rm 12,21) e pagando di persona il prezzo che questo comporta.

 

            2) La spada trasformata in aratro.

            Parlando di divisione o di spada, Gesù non smentiva il suo insegnamento, che era ed è messaggio di pace eccellenza. Lui “è la nostra pace” (Ef 2,14), Lui è morto e risorto per abbattere il muro dell’inimicizia e inaugurare il Regno di Dio che è amore, gioia e pace.

In effetti, Gesù Cristo intendeva dire che era venuto a portare la guerra al Male che è offesa, al Maligno che uccide l’anima ed il corpo, al mondo che segue il Maligno e diventa un luogo di costante conflitto. Possiamo considerare le sue parole come una dichiarazione di guerra alla guerra. Guerra al Male: perché la guerra umana è un male in superficie, ma prima c’è il grande male, portato dal diavolo[1], che impersona l’amore-del-nulla.

Secoli prima il profeta Isaia aveva proclamato; “Forgeranno le loro spade in aratri, le loro lance in falci” (Is 2,4) quanto Gesù compi divenendo “Arator Pacis[2], Lui è il seminatore l’agricoltore che mette mano all’aratro, che “divide”, apre la terra la quale può così ricevere il seme. La terra siamo noi, se noi accogliamo la semente che viene dal suo costato trafitto produrremo non erba che presto diventa secca, ma diventeremo con lui e in lui frumento di vita.

L’esito del lavoro di questo “Arator Pacis” è la pace dell’amore, di un amore che non soltanto a noi si dona, ma in sé ci trasforma. E come Dio è veramente l’Amore che ci ama, così noi diventiamo l’amore che ama; trasformati da lui noi diventiamo amore, come Egli è l’Amore! E siamo nella sua pace.

Dunque quelli che vogliono seguirlo in questa “operazione-concordia”[3] devono fare altrettanto colpendo la guerra nella sua origine che è l’amor proprio, cioè un amore disordinato di sé che diventa amore delle ricchezze, orgoglio per quello che si ha, invidia di chi ha di più, disprezzo dei poveri.

Se il Vangelo, in un primo tempo almeno, è causa di separazioni e discordie, la colpa non è della verità che il Vangelo insegna, ma del fatto che questa verità non è ancora amata e praticata in verità da noi cristiani.

 

3) Soldati per una guerra contro la guerra.

Per questa guerra alla guerra, Gesù usa una strategia strana per quanto riguarda la scelta dei soldati, i mezzi da usare e gli ordini (sarebbe più giusto dire indicazioni, parole d’amore) da eseguire.

Il Signore della pace per la sua guerra alla guerra ha voluto scegliere i soldati più deboli. Per un misterioso disegno scelse delle persone povere e considerate mediocri dall’opinione pubblica, perché risplendesse più alto il prodigio della sovrumana postuma vittoria.

A questi soldati meschini Cristo non concesse né borsa, né bisaccia, né sandali e tantomeno armi. Inoltre li mandò come agnelli in mezzo ai lupi, come esseri benefici in mezzo a bestie feroci, dando l’ordine di non farsi divorare e di rendere gli sbranatori di agnelli mansueti come le loro antiche prede.

Gli apostoli[4] furono fedeli al sublime assurdo di Colui che li mandava. E, come Cristo portarono la pace e la guerra. In effetti, va tenuto presente che se il Vangelo, in un primo tempo, era ed è causa di separazioni e di discorsi, la colpa non è delle verità che il Vangelo insegna, ma del fatto che queste verità non erano e non sono ancora praticate da tutti.

Quello che qui desidero sottolineare è che l’adempimento cristiano della pace non si realizza sul piano sociale e politico, ma nella direzione della profondità del cuore.

Come allora si adempie nel cristianesimo la battaglia per la pace? Come il male ha invaso il mondo per il peccato degli uomini e per la sua separazione da Dio, così la redenzione cristiana prima di tutto riconcilia l’uomo con Dio. Questa riconciliazione non può realizzarsi che nel più intimo centro dell’anima, là dove soltanto l’uomo può di nuovo incontrarsi con Dio in Cristo. La pace, frutto di questa riconciliazione con Cristo, non può essere che una pace interiore, che poi si irradia all’esterno verso il mondo intero.

Se vogliamo essere soldati di pace, è necessario e urgente tornare alla piena e pungente consapevolezza della centralità di Cristo. Gesù non è una scusa per parlare di altro e deve ritornare al centro di ogni nostro primario interesse e di ogni esperienza ecclesiale. Deve essere altresì l’ispiratore determinante ed efficace di ogni nostro impegno religioso, ecclesiale, culturale e sociale.

L’appartenenza a Cristo risorto, “centro del cosmo e della storia”, come scrisse Giovanni Paolo II nella sua prima indimenticabile enciclica Redemptor hominis, definisce tutto l’intendimento della nostra sequela di cristiani. Così ogni gesto in noi nasce come risposta all’avvenimento di Gesù di Nazareth e come desiderio di partecipare allo scopo per cui Egli è entrato nel tempo e nello spazio del mondo. 
Se a una persona qualsiasi, al tempo dei Vangeli, fosse stato chiesto: «Hai sentito parlare di Gesù?» e questi, poi, incontrandoLo per le strade polverose della Palestina, gli avesse rivolto questa domanda: «Ma tu che nome hai, come ti chiami?», Gesù avrebbe potuto rispondere: «Io sono il mandato (missus, in latino – apostolos, in greco) dal Padre». Queste parole definiscono la natura nuova della nostra esistenza che l’incontro con Cristo ha generato.
Siamo stati chiamati a essere come Lui “i mandati, gli inviati dal Padre”.

In questo mandato “apostolico” c’è la particolare forma di vita delle vergini consacrate che rispondono alla vocazione alla verginità perché Cristo è il centro affettivo (ed anche razionale) della loro vita e per ricordare a tutto il mondo che si vive per Cristo. Vivere nella consacrazione vuol dire vivere in pace la vita, perché la notte non è più notte, la morte non è più morte, e la verginità è sacrificio per essere nell’abbraccio del Signore, a cui ci si abbandona totalmente. Vivere la consacrazione verginale vuol dire essere come Gesù “segno di contraddizione” (Lc 2, 34) ed essere come la Madonna madri di Cristo, madri dell’uomo nuovo.

Esse testimoniano che siamo stati creati per amare e che la nostra reale ed e vera felicità sta nell’essere “posseduti” da Cristo, nel quale il cuore umano può riposare ed essere appagato. Come affermava il Card. John H. Newman[5]: “La fede può rendere sereni, ma l’amore ci rende felici”.

 

Lettura patristica

Sant’Ambrogio (circa 340-397),

Vescovo di Milano e dottore della Chiesa

Trattato su San Luca, 12. 49 -53 –  SC 52

 

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso”. Il Signore vuole che siamo vigilanti, attenti in ogni momento alla venuta del Salvatore…Ma poiché il guadagno è misero, e debole il merito quando soltanto il timore del supplizio impedisce di perdersi, mentre l’amore ha un valore superiore, il Signore stesso…infiamma il nostro desiderio di acquistare Dio quando dice : « Sono venuto a portare il fuoco sulla terra ».

Non certo il fuoco che distrugge, bensì quello che produce la volontà buona, quello che rende migliori i vasi d’oro della casa del Signore, consumando il fieno e la paglia (1 Cor 3, 12), divorando tutta la vanità del mondo, accumulata dalla passione del piacere terreno, opera della carne che deve perire.

Questo fuoco divino bruciava le ossa dei profeti, come dichiara Geremia : « C’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa ». (Ger 20, 9). Infatti c’é un fuoco del Signore, di cui si dice : « Davanti a lui cammina il fuoco » (Sal 96, 3). Il Signore stesso è un fuoco « che arde senza consumarsi » (Es 3, 2). Il fuoco del Signore è luce eterna ; le lucerne dei credenti si accendono a questo fuoco : « Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese » (Lc 12, 35). Una lucerna è necessaria perché i giorni di questa vita sono ancora notte.

Il Signore stesso, secondo la testimonianza dei discepoli di Èmmaus, aveva messo questo fuoco nel loro cuore : « Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture ? » (Lc 24, 32) Ci mostrano con evidenza qual’è l’azione di questo fuoco, che rischiara il profondo del cuore dell’uomo. Perciò il Signore verrà con il fuoco (Is 66, 15) per consumare i vizi nel momento della risurrezione, per colmare con la sua presenza i desideri di ciascuno, e proiettare la sua luce sui meriti e i misteri.”

 

 

Saint Ambrose (ca 340 – 397)

Evêque de Milan et docteur de l’Eglise

Du Commentaire à Luc, 12, 49 – 53 – SC 52

 

« Je suis venu mettre le feu à la terre,  et  quel  est  mon vouloir,  sinon qu’enfin il s’allume? Je dois être baptisé d’un baptême, et quel est mon tourment tant qu’il n’est pas accompli !»

Plus haut, Il nous a voulus vigilants, attendant à tout moment la venue du Seigneur Sauveur, de crainte que par relâchement, par négligence, en différant de jour en jour son travail, tel, devancé par le jour du jugement futur ou par sa propre mort, ne perde la récompense de sa gestion. Cela s’adressait à tous, sous forme de précepte général ; mais le thème de la comparaison suivante semble proposé aux économes, c’est-à-dire aux évêques, pour leur faire savoir qu’ils auront à subir plus tard un grave châtiment si, occupés aux plaisirs du siècle, ils ont négligé de gouverner la maison du Seigneur et le peuple à eux confié. Mais comme le profit est mince, et faible la richesse en mérites, quand c’est la crainte du supplice qui empêche de s’égarer, puisque la charité et l’amour ont une dignité supérieure, le Seigneur aiguise notre zèle à mériter sa faveur et nous enflamme du désir d’acquérir Dieu, en disant : « Je suis venu mettre le feu à la terre », non pas certes le feu qui consume les biens, mais celui qui produit la volonté bonne, qui rend meilleurs les vases d’or de la maison du Seigneur en consumant le foin et la paille (I Cor., III, 12 ssq.), en dévorant toute la gangue du siècle, amassée par le plaisir mondain, œuvre de la chair qui doit périr ; ce feu divin qui mettait la flamme aux os des prophètes, comme le dit Jérémie le saint : « C’est devenu comme un feu ardent qui brûle dans mes os » (Jér., XX, 9). Car il est un feu du Seigneur, dont il a été dit : « Un feu brûlera devant Lui » (Ps. 96, 3). Le Seigneur également est un feu, comme Il dit Lui-même : « Je suis le feu qui brûle sans consumer » (Ex., III, 2 ; cf. XXIV, 17 ; Deut., IV, 24 ; Hébr., XII, 29) : car le feu du Seigneur est la lumière éternelle ; c’est à ce feu que s’allument les lampes dont Il a dit plus haut : « Que vos reins soient ceints, et vos lampes ardentes. » C’est que, les jours de cette vie étant nuit, une lampe est nécessaire. Ce feu, Ammaùs23 et Cléopas témoignent que le Seigneur l’a mis en eux aussi, quand ils disent : « N’avions-nous pas le cœur brûlant, sur la route, lorsqu’il nous dévoilait les Écritures » (Lc, XXIV, 32) ? Ils ont ainsi enseigné avec évidence quelle est l’action de ce feu, qui éclaire l’intime  du cœur. C’est pour cela peut-être que le Seigneur viendra dans le feu (cf. Is., LXVI, 15; 16) : pour consumer tous les vices au moment de la résurrection, combler par sa présence les désirs de chacun, et projeter la lumière sur les mérites et les mystères.

Telle est la condescendance du Seigneur qu’il témoigne avoir à cœur de répandre en nous la dévotion, d’achever en nous la perfection, et de hâter pour nous sa Passion. N’ayant en Lui nul sujet de douleur, Il était pourtant angoissé de nos peines, et au moment de mourir laissant voir une tristesse qu’il n’avait pas  conçue  par crainte  de  sa  mort,  mais  à  cause  du retard  de  notre rédemption, selon qu’il est écrit : « Quelle est mon angoisse jusqu’à ce que cela s’accomplisse ! » Certes Celui qui  est  angoissé  jusqu’à  l’accomplissement  est  assuré de l’accomplissement. Mais ailleurs encore : « Mon âme, dit-Il, est triste jusqu’à la mort » (Mt., XXVI, 38). Ce n’est pas à cause de la mort, mais jusqu’à la mort, que le Seigneur est triste, étant affecté par les conditions de la sensibilité corporelle, non par la terreur de la mort. Car ayant  pris  un  corps  Il  devait  subir tout  ce  qui appartient au corps, avoir faim et soif, être angoissé et triste ; mais la divinité ne saurait être modifiée par ces impressions.  En  même  temps  Il  montre  que,  dans  la lutte avec la souffrance, la mort corporelle est délivrance de la torture, non paroxysme de la douleur.

[1] Il termine “diavolo” deriva dal latino diabŏlus, traduzione fin dalla prima versione della Vulgata (traduzione in latino della Bibbia, fatta nel V secolo d.C.) del termine greco Διάβολος, diábolos, (“dividere”, “colui che divide”, “calunniatore”, “accusatore”; dal greco διαβάλλω, dia-bàllo, verbo formato da dia “attraverso, per” e bàllo “getto, metto”, quindi getto, caccio attraverso, trafiggo, metaforicamente calunnio).
 Nel greco classico διάβολος era un aggettivo denotante qualcosa o qualcuno quale calunniatore e diffamatore; fu usato nel III secolo a. C. per tradurre, nella traduzione greca della Bibbia detta dei “Settanta”, l’ebraico Śāṭān (“avversario”, “nemico”, “colui che si oppone”, “accusatore in giudizio”, “contraddittore”, reso negli scritti cristiani come Satana e qui inteso come “avversario, nemico di Dio”).

[2] Arator in latino è letteralmente ‘colui che ara’, tradotto spesso con seminatore.

[3] E’ un uso militare il dare un nome alle campagne di guerra e alle operazioni militari.

[4] Dal greco απόστολος, apóstolo: mandato, inviato.

[5] Il Beato Card. John Henry Newman (1801-1890), convertito dall’anglicanesimo, quando fu fatto cardinale scelse come motto “Cor ad cor loquitur” (= Il cuore parla al cuore). Egli fu un grande teologo e fondatore degli Oratori di San Filippo Neri, in Inghilterra.

Il motto ricalca le parole che il Cardinale Newman scelse per il suo stemma quando divenne Cardinale nel 1879 e sono di san Francesco di Sales, del quale era molto devoto. Questo motto permette di penetrare nella sua comprensione della vita cristiana come chiamata alla santità, sperimentata come l’intenso desiderio del cuore umano di entrare in intima comunione con il Cuore di Dio.

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Mons. Francesco Follo è Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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