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Mons. Follo: Convertire il cuore e dilatarlo

Domenica XXII del Tempo Ordinario – Anno B – 2 settembre 2018s

Rito Romano

Dt 4,1-2.6-8; Sal 14; Gc 1,17-18.21-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23

 

Rito Ambrosiano

Is 29,13-21; Sal 84; Eb 12,18-25; Gv 3,25-36

I Domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore.

 

1) Religione pura.

Dopo averci proposto -suddiviso in cinque domeniche- il capitolo sesto di Giovanni, la liturgia riprende la lettura di San Marco, il cui Vangelo ci accompagna nelle Domeniche del Tempo Ordinario di questo Anno B.  Nel brano evangelico di oggi – capitolo 7º di Marco, Gesù aiuta la gente ed i discepoli ad approfondire il concetto di purezza e le leggi della purezza. A questo riguardo, siamo aiutati anche dalla Lettera di San Giacomo che scrive: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27 – II lettura della Messa di oggi).

Da secoli agli ebrei era proibito di entrare in contatto con i pagani e di mangiare con loro, per non contrarre impurità legale.

Convinti che religione consistesse il rituale esteriore della religione venuta da Dio, i farisei si scandalizzano che i discepoli di Cristo “prendevano cibo con mani impure” (Mc 7,2). Credendo di obbedire alle leggi di Dio, questi obiettori del Maestro non mangiavano se non si lavavano le mani (Mc 7,3). Identificavano la fedeltà al “Dio vicino” (Dt 4,7) di cui parlava Mosè con quelle “altre cose” che loro facevano “per tradizione” (Mc 7,4).

La prima cosa da notare è che Gesù non insegna affatto a disobbedire alla legge. Insegna a combattere l’ipocrisia e il formalismo, a dare più importanza alle disposizioni del cuore, piuttosto che ai gesti e ai riti esteriori. Quindi, da una parte, Cristo condanna è la lontananza da Dio del cuore degli uomini, che pensano di onorarlo con l’osservanza scrupolosa di regole prescritte dalla legge. Dall’altra, insegna che la “purezza” non è questione di mani lavate o di labbra purificate con dei riti, ma di cuore.

Nessun cibo che da fuori entra nell’essere umano potrà renderlo impuro, perché non va fino al cuore, bensì allo stomaco e finisce nella fogna. Ciò che rende impuri, dice Gesù, è ciò che dal di dentro, dal cuore esce per avvelenare il rapporto umano.

Ciò che è sporco, immondo o impuro non sono le cose esterne, ma le cattive azioni e intenzioni, che vengono da un cuore cattivo e lontano da Dio. Dio non è presente dove è assente il cuore, perché distratto, chiuso nella paura.

Come far tornare il cuore a Dio? Come avvicinarci a Lui?

A Dio ci avviciniamo “con il frequente lavacro delle elemosine, delle lacrime e degli altri frutti della giustizia che rendono il cuore e il corpo puri per poter partecipare ai misteri celesti.” (San Beda il Venerabile).

Insomma, la religione proposta da Gesù non è riducibile a riti esterni, ad una morale o a una dottrina: è la rivelazione del volto di Dio nell’umanità di Gesù che viene a dirci che nessuna legge, grande o piccola che sia ha senso e valore se non nasce dall’amore, se non è accompagnata dall’amore e se non si consuma nell’amore. Cristo e il suo Vangelo porta l’amore e la sua legge al cuore dell’uomo e lo ricrea.

Il culto cristiano non è riducibile all’esecuzione di alcuni riti per una commemorazione di eventi passati, e nemmeno una particolare esperienza interiore, ma essenzialmente è un incontro con il Signore risorto nel profondo del cuore purificato e attirato da una presenza che gratuitamente si fa incontro e gratuitamente si fa riconoscere.

Dobbiamo comprendere che la nostra salvezza (possiamo anche dire la nostra felicità, perché il riverbero umano della salvezza è la felicità, il riverbero umano della grazia di Cristo è il piacere della Sua grazia) non dipende dalle opere buone compiute secondo la legge. Benedetto XVI ha sottolineato che la salvezza non dipende dalle opere buone, compiute secondo la legge, opere buone, come buona e santa è la legge (cfr. Rm 7, 12)], ma dal fatto che Gesù era morto anche per ciascuno di noi peccatori: “Ha amato me e ha dato sé stesso per me” (Gal 2, 20)], ed era, ed è, risorto. L’importante che come San Paolo il nostro cuore riconosca che siamo “un nulla amato da Gesù Cristo”. “Io sono un nulla”, dice San Paolo di se stesso al termine della seconda Lettera ai Corinzi (2Cor 12, 11) e nella Lettera ai Galati: “Ha amato me e ha dato sé stesso per me” (Gal 2, 20). Un cuore così umile e contrito è un cuore puro e pratica una religione pura, vera.

 

 

2) Cuore[1] vergine.

La vera religione inizia con il ritorno al cuore, al quale Dio parla nella solitudine, si veda Osea 2, 16: “Ti porterò nel deserto e parlerò al tuo cuore”.

Se il deserto è il luogo “preferito” da Dio per parlarci, tuttavia è importante ricordare che i modi di parlare di Dio sono molti (cfr. Lettera agli Ebrei, 1,1). In questa meditazione ne sottolineo tre.

Il primo di essi è la natura. Il cielo e terra cantano la gloria di Dio e l’essere umano può coglierla, capirla, ammirarla. Il primo modo di parlare di Dio, quindi è la realtà. Il creato donatoci da Dio è il dono che ci parla del Donatore.

Il secondo modo è la Parola, la storia, la Bibbia, la Rivelazione, dove Dio comunica direttamente se stesso.

Il terzo modo è il parlare di Cristo al nostro cuore, dentro il cuore di ciascuno di noi. È il cuore che gioisce, sono gli occhi che diventano luminosi, è la dolcezza che si sente dentro. Cioè Dio parla soprattutto al cuore, dando di quei sentimenti che fanno vivere: sentimenti di gioia, di luce e di dolcezza che danno significato, direzione e senso alla vita.

E’ quindi fondamentale capire quale è la Parola che diventa Pane che diventa vita e quale è la parola che diventa morte.  Per fare questo è necessario un cuore vergine. Perché non è solo con l’intelligenza che comprendiamo la parola, ma anche con il cuore, che ce la fa sentire e amare. E quando uno ha la Parola nel cuore e la ama, liberamente la realizza[2].

Per le Vergini consacrate nel mondo questa realizzazione è apostolica. E’ autenticamente apostolica non in quanto comporti una specifica “opera di apostolato”, ma perché si riconduce all’insegnamento e all’azione degli apostoli, per servire la Chiesa nel mondo. Le Premesse al Rito di consacrazione delle Vergini affermano: “Così il dono della verginità profetica ed escatologica acquista il valore di un ministero al servizio del popolo di Dio e inserisce le persone consacrate nel cuore della Chiesa e del mondo” (Premesse, 2). Nella Chiesa ogni dono o carisma assume il volto di ministero. Nel caso della verginità consacrata questo ministero, consegnato e vissuto mediante una pubblica consacrazione, è un “lavoro” di servizio, quindi ministeriale, e una testimonianza “nel cuore della Chiesa e del mondo”.

Nella Chiesa locale le Vergini consacrate rappresentano “l’esistenza cristiana come unione sponsale fra il Cristo e la Chiesa, che è fondamento sia della verginità consacrata che del sacramento del matrimonio” (Premesse, 1) cioè delle due vocazioni, nelle quali è raffigurato l’amore di Cristo. L’amore verginale è “richiamo alla transitorietà delle realtà terrestri e anticipazione dei beni futuri” (Premesse, 1) dentro le vicende del mondo. Così la vergine consacrata è icona della Chiesa locale “presente nel mondo e tuttavia pellegrina” (Premesse, 1). Le Vergini consacrate sono icone di come sia possibile seguire Cristo-Sposo, di cui ascoltano la parola con costanza e di cui si nutrono nell’Eucaristia. Con la mente ed il cuore nutrito di Cristo, queste donne vivono e lavorano nel mondo portandovi con cuore vergine il Vangelo della verginità, “crescendo nell’amore a Gesù e nel servizio ai fratelli, ministero fatto con dedizione libera,  cordiale e umile” (cfr. Premesse). Questa umiltà attecchisce sulla verginità del cuore, della persona che fa sì che in lei tutto “è” donato, tutto “è” disponibilità del proprio essere a Gesù.

 

 

Lettura Patristica

Beda il Venerabile,

Evang. Marc., 2, 7, 1-4

 

E si radunarono presso di lui i farisei e alcuni scribi venuti da Gerusalemme. I quali avendo visto alcuni dei discepoli di lui che mangiavano il pane con mani impure, cioè non lavate, li rimproverarono (Mc 7,1-2).

 

Quanto è giusta quella lode che rivolge al Padre il Signore dicendo: “Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai saggi e le hai rivelate ai piccoli!” (Mt 11,25). Gli uomini della terra di Gennesaret, che erano considerati uomini ignoranti, non soltanto personalmente accorrono dal Signore, ma portano con sé i loro infermi, anzi li trasportano sulle lettighe, affinché possa capitare loro almeno di toccare la frangia del suo vestito ed essere salvati: per questo ottengono subito la meritata ricompensa della salvezza che avevano desiderata. Al contrario, i farisei e gli scribi, che dovevano essere maestri del popolo, accorrono dal Signore non per ascoltare la sua parola, non per ottenere la guarigione, ma soltanto per sollevare questioni e contrasti. Rimproverano i discepoli di non aver lavate le mani del corpo, benché non riuscissero a trovare nelle loro opere, compiute con le mani o con le altre membra del corpo, alcuna impurità; avrebbero fatto meglio a incolpare sé stessi, che pur avendo le mani ben lavate con l’acqua, recavano la coscienza insozzata dall’invidia.

 

I farisei infatti e tutti i giudei, attaccati alla tradizione degli antichi, non mangiano se non si sono accuratamente lavate le mani, e non prendono cibo, di ritorno dal mercato, se non si sono prima purificati (Mc 7,3-4).

 

E una superstiziosa tradizione quella di lavarsi ripetutamente, dopo essersi già lavati, per mangiare il pane, e non prendere cibo di ritorno dal mercato senza essersi prima purificati. Ma è necessario l’insegnamento della verità, secondo il quale coloro che desiderano aver parte al pane della vita che discende dal cielo, debbono purificare le loro opere con il frequente lavacro delle elemosine, delle lacrime e degli altri frutti della giustizia, per poter partecipare ai misteri celesti in purezza di cuore e di corpo. È necessario che le impurità di cui ciascuno si macchia nell’occuparsi degli affari terreni, siano purificate dalla successiva presenza dei buoni pensieri e delle buone azioni, se egli desidera godere dell’intimo ristoro di quel pane. Ma i farisei che accoglievano carnalmente le parole spirituali dei profeti – i quali ordinavano la purificazione del cuore e delle opere dicendo: “Lavatevi, siate puri, e purificatevi (Is 1,16) voi che portate i vasi del Signore” (Is 52,11) – osservavano tali precetti soltanto purificando il corpo. Ma invano i farisei, invano i giudei tutti si lavano le mani e si purificano tornando dal mercato, se rifiutano di lavarsi alla fonte del Salvatore. Invano osservano la purificazione dei vasi coloro che trascurano di lavare la sporcizia dei loro cuori e dei loro corpi, quando è fuor di dubbio che Mosè e i profeti – i quali ordinarono sia di lavare con l’acqua i vasi del popolo di Dio, sia di purificarli col fuoco, sia di santificarli con l’olio – non stabilirono tali prescrizioni per un motivo generico o per ottenere la purificazione di questi oggetti materiali, ma piuttosto per comandarci la purificazione e la santificazione degli spiriti e delle opere e la salvezza delle anime.

 

[1] La parola “Cuore” nella Bibbia è usata quasi mille volte. Raramente (circa il 20% dei casi) è usata per indicare l’organo fisico che batte nel petto dell’uomo.

Alla domanda: “Perché Dio ci ha dato un cuore?”, la risposta più comune è: “Per amare”. Nella Bibbia la risposta è che Dio ci ha dato un cuore per pensare e per conoscere:Il Signore non vi ha dato un cuore per comprendere…Occhi per vedere…Orecchi per udire? (Dt 9,3).

Il primo significato della parola “Cuore” nella Bibbia è, quindi, quello di comprendere, conoscere e sapere: Insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore (Sal 90,12); Alcuni scribi pensarono in cuor loro…Gesù disse loro: perché pensate così nei vostri cuori?(Mc. 2,6); Sciocchi e tardi di cuore nel credere alle parole dei profeti (Lc 24,25)

Il secondo significato che la Bibbia dà alla parola cuore è memoria. Anche nella nostra lingua la parola ricordare viene da cuore. Nella bibbia il cuore e la memoria sono legati ed hanno un forte riferimento alla vita di fede: ricordare significa essere fedeli. Sappi dunque e conserva nel cuore che il Signore è Dio…E non ve n’è un altro (Dt 4,39); Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore (Dt 6,6); Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore (Lc 1,66-2,19-2,51).

La parola Cuore, infine, è usata nella Bibbia anche per indicare i sentimenti, ma tutti i sentimenti e non solo l’amore. Gioia, desiderio, gratitudine: Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente (Sal 84,3); amarezza: Mi si spezza il cuore nel petto…Il mio cuore geme (Ger 23,9-48,36); fiducia: Si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore(Sal 27); l’amore di Dio per noi ed il nostro amore per Lui: Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio…Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore… (Dt. 6,4 ss.)

Per questa ricchezza di significato spesso nella Bibbia la parola cuore rappresenta la persona nella sua totalità: “Il mio cuore esulta nel Signore…” = “Io esulto nel Signore…” (1Sam 2,1)

Il significato è lo stesso, ma quando si evidenzia il cuore la persona è vista nella sua interiorità: pensieri, sentimenti intimi, progetti segreti e la stessa razionalità, cioè la ragione con cui l’uomo sceglie di vivere la propria vita, per la Bibbia risiedono nel cuore umano. Il cuore dell’uomo è il luogo dove l’essere umano è veramente e totalmente se stesso, senza maschere né ipocrisie: Porrò la mia legge nel profondo del loro essere, la scriverò sul loro cuore…Allora tutti mi conosceranno(Ger. 31,33 ss.). In maniera antropomorfa questa visione del cuore viene poi applicata a Dio stesso:Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione(Os 11,8).

 

[2] Per la Sacra Scrittura il cuore non è solo un’immagine letteraria che simboleggia sentimenti o emozioni, al contrario è il luogo dove si concentra tutto il nostro essere, la parte interiore di noi stessi, da dove hanno origine le nostre decisioni ultime e dove si vivono le nostre esperienze decisive.

Il cuore è la fonte di tutto ciò che l’uomo è o decide di essere o di fare:

  • “Di te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto…” (Sal 27,8);
  • “Laceratevi il cuore e non le vesti, e ritornate al vostro Dio” (Gl 2,13);
  • “Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me…” (Is 29,13);
  • “L’uomo guarda le apparenze, il Signore guarda al cuore” (1Sam 16,7);
  • “Dal cuore degli uomini escono le intenzioni cattive: furti, omicidi, adulteri…” (Mc 7,21);
  • “Là dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc 12,34);

“Con il cuore infatti si crede per ottenere giustizia” (Rm 10,10).

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Mons. Francesco Follo è Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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