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Mons. Francesco Follo - Foto © Servizio Fotografico-L'Osservatore Romano

Mons. Follo: Chi ha un cuore puro non è cieco

VIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 3 marzo 2019

Rito Romano:

Sir 27,4-7; Sal 91; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45

 

Rito Ambrosiano

Sir 18,11-14; Sal 102; 2Cor 2,5-11; Lc 19,1-10

Ultima Domenica dopo l’Epifania – detta “del perdono”

 

 

1) Chi è il vero cieco?

Il  Vangelo della liturgia di oggi ci propone  i versetti finali del discorso che  Gesù stava facendo nella pianura vicina al lago di Galilea. Nella parte finale del brano evangelico di domenica scorsa  il Figlio di Dio invitava ad essere misericordiosi come il Padre celeste, indicando quattro modi di essere e di agire per praticare la misericordia: non giudicare, non condannare, assolvere e dare senza misura.

Allora come oggi, Cristo ci invita a fare in modo che le beatitudini dirigano la nostra vita. A questo riguardo va ricordato che questo dato fondamentale della vita cristiana: la vita morale è conseguenza di un incontro e di una appartenenza a Dio-Amore , non uno sterile, farisaico moralismo. Gesù ci chiede di essere misericordiosi perché il Padre è misericordioso: il nostro agire è conseguenza dell’incontro che abbiamo avuto con Gesù, il Redentore.

Nel Vangelo di oggi Cristo prosegue il suo  insegnamento sulla misericordia con tre brevi parabole più un paragone tra discepolo e maestro

La parabola del cieco che guida un altro cieco la più breve delle parabole, occupa una riga: “Può forse un cieco guidare un cieco? Forse non cadranno entrambi in una fossa?” (Lc 6. 39), e sembra rivolta agli animatori della comunità che pensano di essere i detentori della verità e per tanto di essere superiori agli altri e, quindi, non praticano la misericordia.  Per questo  sono guide cieche, perché non sanno distinguere tra l’ispirazione dello Spirito e la spinta oscura del male. Chi pensa che ci sia una via superiore alla misericordia è un cieco. Credo che in questo caso si possa interpretare “cieco” non come  “persona non vedente dal punto di vista fisico”, ma come persona che non sa da dove viene e dove va. E’ un cieco spirituale che non conosce né sé, né Dio, né gli altri, perché Dio è misericordia.

Cosa accade a chi vuole tentare vie superiori a quelle di Dio? Cade nella fossa del morte, perché lontano dalla misericordia di Dio non c’è vita. Voler guidare gli altri può sembrare un gesto di amore, ma quando si è ciechi e si pretende di essere guide, non è vero amore, è puro egoismo, che porta nel burrone.

Al versetto 40 del Capitolo 6 del Vangelo di Luca, Cristo prosegue il suo discorso dicendo: “Non c’è discepolo sopra il Maestro” (Lc 6, 40). E’ come se affermasse: Se qualcuno pensa di fare qualcosa di  migliore di quello che ho fatto io che sono il Maestro, sbaglia per essere buoni discepoli cristiani  “basta” essere come lui : umili operatori di misericordia.  La presunzione, fra l’altro, è segno di stupidità

E poi continua, fino ai vv. 41 e 42 che vale la pena di rileggere: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”. In questo modo il Redentore ci dice chi sono i cattivi maestri: sono quelli ciechi alla misericordia, sono quelli presuntuosi che sono, poi, giudici spietati con gli altri. sono benevoli con se stessi e guardano tutte le pagliuzze negli occhi degli altri e non si accorgono di avere una trave nell’occhio. Provate a immaginare un uomo con la trave nell’occhio. Provate a mettervi una trave nell’occhio. Siete morti Cioè chi giudica senza usare la misericordia è morto. Uno che sta lì a rifare le bucce all’altro, a guardare tutte le pagliuzze nell’occhio altrui è morto nel cuore.

A questo riguardo San Cirillo di Alessandria commenta: “Gesù ci convince con argomenti irrefutabili di non voler giudicare gli altri e di scrutare i nostrin effetti è Lui che guarisce quelli che hanno il curo contrito e ci libera dalle malattie spirituali.. Infatti se i peccati che ci  travolgono sono più grandi e più gravi di quelli degli altri perché, li rimproveriamo senza preoccuparci dei nostri peccati? Tutti quelli che vogliono vivere con la pietà e, soprattutto quelli che hanno il compito di istruire gli altri, tireranno vantaggio da questo comando di Cristo. Se sono virtuosi e temperanti, dando l’esempi di vita evangelica con le loro azioni, rimprovereranno con dolcezza quelli che non si sono decisi a fare la stessa cosa, ricordando loro che devono prendere come modelli i modi di vivere conformi alla virtù dei maestri.” ( Commentario al Vangelo di Luca 6, PG 72, 604)

Insomma, nella parabola della pagliuzza nell’occhio del fratello, Gesù ci chiede un atteggiamento che ci renda capaci di andare incontro all’altro con un’apertura totale per rapportarci con Dio con fiducia di figli. Dunque giudichiamo non per punire ma per condividere, per correggersi (reggersi con) fraternamente per andare a Cristo e innestarsi a Lui, albero della vita.

 

2) L’albero buono. Un amore senza condizioni, questa è la legge di Dio.

Con la parabola dell’albero che dà buoni frutti Gesù ci fa sapere che credere veramente in lui significa praticare il bene altrui e non l’egoismo, mentre, la persona che non si impegna ad imitarlo, avrà difficoltà a compiere il bene perché il suo cuore è sterile.

Per concludere si può dire: nessuno sarà giudicato sulla base di regole che egli si impone dall’esterno, ma da ciò che gli succede nel proprio cuore. Bisogna convertirsi, il che comporta il capovolgimento del proprio cuore, una conversione della mente.

L’apostolo Giacomo chiama la legge di Dio “legge di libertà” (Gc 2, 11-12). Questo apostolo ci  invita a parlare e ad agire come persone che devono essere giudicate secondo la legge della libertà.

La legge dell’amore è una legge di libertà. E’ quella dei “liberi” che in latino vuole dire anche figlio, perché “liberi” nella concezione di famiglia del mondo romano di quei tempi è quella parte di famiglia che si contrappone agli “schiavi”. Sono i figli. La nostra legge è quella dei “figli”. E che legge hanno i figli? La legge di libertà, la legge dei figli, cioè la legge dell’amore, perché, avendo ricevuto l’amore della madre e del padre, sanno amare se stessi e gli altri come se stessi, come sono amati. Questa è l’unica legge. E chi ama il prossimo compie tutta la legge. Questa è la legge di libertà.

E continua ancora Giacomo: E il giudizio sarà senza misericordia per chi non avrà usato misericordia. Perché il giudizio non lo fa Dio, ma lo facciamo noi nella nostra vita concreta nei rapporti con l’altro. Se giudico l’altro, giudico Dio e condanno Dio che ama l’altro come ama me. Quindi rifiuto l’amore di Dio. Quindi rifiuto Dio. L’unico peccato è il non amare l’altro, è il giudicare l’altro, è il condannare l’altro. E’ l’altro che sbaglia, perché l’altro, state sicuri, sbaglia sempre! Siamo noi che facciamo giusto. Eppure Dio non lo giudica, lo perdona. Perché è chiaro che pensa sbagliato, se pensasse giusto penserei la stessa cosa anch’io! Ragioniamo sempre tutti così.

E poi continua: la misericordia però ha sempre la meglio nel giudizio. Questa è la bella legge di libertà, alla quale convertirci.

Un esempio di questa conversione è quella di San Paolo. Questo Apostolo non si è convertito dal peccato alla bontà, si è convertito dalla “perfezione” della legge antica osservata fino in fondo, fino a perseguitare i cristiani perché erano una setta che non era buona. La sua conversione è stata dalla giustizia alla conoscenza di Dio che ama tutti.

Questa è la giustizia di Dio. Dalla legge al Vangelo.

Mi sia concesso paragonare una realtà piccola a quella grande di San Paolo e di affermare che anche le vergini consacrate sono un esempio di conversione all’amore di Cristo riconosciuto come Sposo.

Come ricorda ESI: “La sequela del Signore consiste in una continua conversione, in una progressiva adesione a Lui: è un processo che interessa tutte le dimensioni dell’esistenza – corporea e affettiva, intellettiva, volitiva e spirituale – e si estende per tutta la durata della vita, giacchè nessun consacrato « potrà mai ritenere di aver completato la gestazione di quell’uomo nuovo che sperimenta dentro di sé, in ogni circostanza della vita, gli stessi sentimenti di Cristo ». La grazia della consacrazione nell’Ordo virginum definisce e configura in modo stabile la fisionomia spirituale della persona, la orienta nel cammino dell’esistenza, la sostiene e la rafforza in una risposta sempre più generosa alla chiamata” ((Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, Istruzione sull’Ordo Virginum, Ecclesiae Sponsae Imago, n.  74 -75).

Queste donne consacrate ci testimoniano che se ci convertiamo a Cristo che ci invita a dimorare in Lui per far dimorare in noi la sua lieta novella, capiremo sempre meglio che il significato vero del comandamento di Dio non è quello di essere una imposizione, ma di essere una comunicazione di amore. Il “comando” di convertirsi è un invito d’amore, che Cristo rivolge ai suoi discepoli perché entrino in comunione con lui, perché accolgano la sua offerta di amicizia fraterna.

 

 

 

Lettura patristica

Sant’Agostino d’Ippona (354 – 430)

Sermo Guelferb. 32, 10

 

 

Se, dunque, anche i cattivi possono dir cose buone, chiediamo un po’ al Cristo, non per contestarlo, ma proprio per imparare da lui: Signore, se i cattivi possono dir cose buone – per cui ci ordinasti: fate quello che dicono, ma non fate quello ch’essi fanno – se possono dir cose buone, com’è che altrove dici: “Ipocriti, non potete dir nulla di buono, perché siete cattivi” (Mt 12,34)?

Riflettete sul problema, perché con l’aiuto del Signore possiate vederne la soluzione. Vi ripeto la domanda. Il Cristo dice: “Fate ciò che dicono, ma non fate ciò che fanno, perché dicono e non fanno“. Essi stessi non fanno quello che insegnano. Perciò dobbiamo fare quello che dicono, ma ciò ch’essi fanno, noi non lo dobbiamo fare. Altrove è detto: “Che forse si raccoglie uva dalle spine o fichi da un cespuglio? L’albero lo si riconosce dai suoi frutti” (Mt 7,16). Che dobbiamo fare, allora? Come dobbiamo interpretare queste parole? Ecco qua rovi e spine. Fate. Mi chiedi di raccogliere uva dalle spine: qua comandi, là proibisci, come farò a ubbidire? Senti, cerca di capire. Quando dico: “Fate ciò che dicono, non fate ciò che fanno“, devi ricordarti di quella mia parola: “Si son seduti sulla cattedra di Mosè“. Quando dicono cose buone, non son loro a dirle, è la cattedra di Mosè che le dice. La cattedra sta per la dottrina, è la dottrina di Mosè che parla; e la dottrina di Mosè sta nella loro memoria, ma non sta nelle loro opere. Quando però son loro a parlare, quando esprimono se stessi, qual è il commento? “Come potete dir cose buone voi, che siete cattivi? Sentite l’altra similitudine. Non andate a cercar uva tra le spine; perché l’uva non viene sulle spine. Ma non vi siete accorti del tralcio che, crescendo, si spinge nella siepe, si mescola alle spine e lì fiorisce e tira fuori un grappolo? Hai fame, passi e vedi un grappolo tra le spine. Hai fame e vorresti prenderlo: prendilo, allunga la mano con cautela: guardati dalle spine, prendi il frutto. Così quando un uomo, sia pur pessimo, ti offre la dottrina di Cristo: ascoltala prendila, non rigettarla. Se lui è cattivo, le spine son sue, se dice cose buone, il grappolo pende tra le spine, non nasce dalle spine. Se hai fame, prendilo, ma guarda le spine. Se ti metti a imitar le sue azioni, stendi incautamente la mano: hai afferrato le spine prima del frutto: ne resti ferito, graffiato: non è il frutto che ti nuoce, esso viene dall’uva, sono le spine, che hanno un’altra radice. Per non sbagliarti, guarda dove prendi il frutto: c’è la vite. C’è un tralcio e vedi che appartiene alla vite, vien dalla vite, ma è capitato tra le spine. Dovrebbe forse la vite trattenere i suoi tralci? Così capita alla dottrina di Cristo: cresce, si spande e s’innesta su alberi buoni e su spine cattive e vien poi annunziata da buoni e da cattivi. Ti tocca guardare da dove viene il frutto, da dove nasce ciò che ti alimenta e da dove viene ciò che ti punge; si presentano insieme, ma la radice è diversa.

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Mons. Francesco Follo è Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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