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German sociologist Gabriele Kuby

WIKIMEDIA COMMONS

Messi all’indice i nemici della “sexual left”

Un dossier pubblicato da due Fondazioni progressiste accende i riflettori sugli oppositori al gender e stila una lista di proscrizione di 23 intellettuali

Uno studio antigender è stato pubblicato a maggio di quest’anno dalla fondazione Friedrich-Ebert-Stiftung (Fes) e dalla Foundation for European Progressive Studies (Feps), “con il sostegno economico del Parlamento Europeo” e del ramo di Budapest della Fes. Gender as Symbolic Glue: The position and role of conservative and far-right parties in the anti-gender mobilizations in Europe (Gender come collante simbolico: la posizione e il ruolo dei partiti conservatori e di estrema destra nella mobilitazione antigender in Europa) è il titolo di questo studio.

Il Fes è il centro culturale del Partito Social Democratico (Spd) tedesco che attualmente governa la Germania in coalizione con il partito Cristiano Democratico, sotto la cancelliera Angela Merkel. Il Fes sostiene il matrimonio tra persone dello stesso sesso, diritti riproduttivi, uguaglianza di genere, educazione sessuale, come si può vedere da altre pubblicazioni.

Il Dossier, di 148 pagine, ha il compito di “analizzare criticamente l’emergenza della mobilitazione antigender nei programmi dell’estrema destra e dei partiti conservatori europei e il ruolo dei rispettivi partiti nel costruire il dibattito e la mobilitazione”. Per dimostrare il “pericolo anti genere” vengono analizzati cinque paesi: Francia, Germania, Polonia, Slovacchia e Ungheria.

Nell’introduzione gli autori cercano di affermare che nella realtà non esiste una ideologia gender, se non nelle elucubrazioni di gruppi di fondamentalisti. La teoria gender sarebbe dunque un vero e proprio spauracchio di questi gruppi perché “distorcerebbe le conquiste dell’uguaglianza di genere”. In effetti già il fatto di definire “conservatori” e di “estrema destra”, comunque guidati da partiti politici, le persone e le associazioni che si dichiarano e si battono a difesa della famiglia naturale è già un tentativo di denigrarle.

È interessante leggere la tavola cronologica proposta dal Dossier che precede le analisi, dove vengono elencati gli “eventi” antigender. Sono calendarizzate le prese di posizione antigender di alcune Conferenze episcopali, le lettere pastorali, le marce per la famiglia, le mobilitazioni della Manif pour Tous, i referendum a sostegno della famiglia, le varie azioni per fermare l’educazione sessuale di genere nelle scuole, e così via.

La sociologa, pubblicista e critica letteraria tedesca Gabriele Kuby, autrice del libro La rivoluzione sessuale globale, è tra i personaggi indicati come “conservatori” e di “estrema destra” attaccati nel dossier. Ella stessa ha scritto un commento al Dossier, nel quale precisa che il Fes pubblica rapporti con l’intenzione di “nominare e disonorare” individui, associazioni, network, partititi che sono dalla parte della vita e della famiglia.

Secondo la Kuby gli attivisti gender sono allarmati “della crescente resistenza alle politiche di genere a livello popolare”; la moderna resistenza sarebbero per esempio la Manif pour tous in Francia e Demo für alle (Demonstration for All, un movimento nato nel 2014 contro la sessualizzazione precoce dei bambini) in Germania, nonché i risultati dei referendum pro famiglia in vari Paesi europei. “Ciò che è visto come uno sviluppo pericoloso dalla sinistra sessuale è in realtà una testimonianza del successo dei movimenti pro vita e pro famiglia in Europa”, afferma Gabriele Kuby.

Nell’epilogo del Dossier Andrea Pető (Docente presso il Dipartimento degli Studi di Genere dell’Università Europea Centrale  di Budapest) scrive: “I cinque capitoli di questo volume analizzano un nuovo fenomeno politico: decine di migliaia di persone stanno manifestando nelle strade, raccogliendo abbastanza firme per referendum, chiedendo di cambiare il curriculum dell’educazione superiore. Mentre dall’altra parte l’appeal popolare delle politiche democratiche sta decrescendo – sempre meno elettori partecipano alle elezioni e i partiti tradizionali hanno problemi a reclutare membri giovani – questo nuovo movimento sembrerebbe risolvere questi problemi di partecipazione”.

Questa riflessione, non da poco, dovrebbe aprire all’ascolto della volontà popolare così chiaramente espressa, e invece sembra che alla “left wing” pro gender la democrazia interessi relativamente. Il loro fine è quello di poter imporre/proporre le proprie idee sul genere.

Gli autori, continua la Kuby, “sembrano preoccupati che gli attivisti conservatori stiano acquisendo una predominanza nel dibattito pubblico e stiano influenzando partiti politici e legislazione coniando termini come ‘ideologia di genere’ e ‘genderismo’, dando evidenze scientifiche contro l’ideologia di genere”. La Kuby evidenzia inoltre la preoccupazione di questi progressisti per il crescente “potere genitoriale” e il “coinvolgimento genitoriale” attraverso “la promozione dei genitori come attori del ripristino dell’autorità e dei valori tradizionali a scuola, con la graduale subordinazione di istituzioni scolastiche alla visione cristiana conservatrice, utilizzando discorsi odiosi verso gli studi di genere e facendo affidamento sulla libertà di lottare, portando al successo referendum costituzionali per definire il matrimonio come l’unione tra un uomo e una donna”.

Queste sono le cose che fanno paura per questo in ogni capitolo viene suggerita una contro offensiva, partendo proprio dalle mancanze della “sexual left”, come la definisce Gabriele Kuby. I progressisti quindi, spiega ancora la sociologa tedesca, intendono allontanarsi dal “quadro delle politiche di uguaglianza” e reclamare “i reali valori di sinistra, utilizzando il linguaggio della solidarietà, creando un’antilingua che rigetti le paure emotive del linguaggio della destra”. Infatti gli autori consigliano caldamente ai partiti di sinistra di “mettersi in contatto con le organizzazione popolari, locali e le iniziative individuali” per riaffermare questa “sexual left”.

L’appello è inoltre ad organizzare pubblico “conferenze accademiche, articoli e dichiarazioni di esperti” sugli studi di genere. Detto fatto: dal 15 al 17 ottobre ci sarà un convegno presso l’Università Europea Viadrina di Francoforte sull’Oder, in Germania, e di Słubice, in Polonia, dal titolo “Liberal Rights for Illiberal Purposes? Comparing Discursive Strategies of Conservative Religious and Right-wing Actors in the Public Spheres” (Destra liberale per scopi illiberali? Le strategie discorsive pubbliche dei conservatori religiosi e degli attori della destra a confronto).

In conclusione Gabriele Kuby ritiene opportuno far notare che gli autori del Dossier, ad eccezione di Andrea Petö, “sono tutte giovani donne che appartengono alla generazione nata intorno agli anni ’80. Alcune di loro si sono formate negli ultimi 10 anni. Questo è precisamente il periodo durante il quale gli studi di genere sono diventati materia accademica nelle università. Gli studi di genere erano e sono una porta aperta per donne in carriera e un mercato di lavoro in continua espansione”. Il problema di questa formazione, ricorda la Kuby, è che lo studio accademico è visto come uno strumento al servizio della causa del femminismo e degli interessi Lgbt.

Il Dossier si conclude con un indice nel quale in ordine alfabetico sono elencate (messe all’indice) 23 persone percepite come nemiche della “sexual left”. Perché, si chiede la Kuby, le giovani autrici sono preoccupate dell’opposizione di 23 persone e di poche e piccole associazioni, con finanze assai limitate, che si oppongono alla teoria di gender, mentre i poteri forti e le maggiori società, ricchissime, la sostengono? “La risposta è semplice: perché sentono che la verità è dall’altra parte”, conclude Gabriele Kuby.

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