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“Meglio prendersi a pugni che parlarsi dietro”. L’appello del Papa ai religiosi

Il Pontefice invita i partecipanti all’assemblea della Conferenza Italiana Superiori Maggiori ad essere schietti. Sottolinea poi l’importanza della vita fraterna in una società individualista

Piuttosto che parlarsi dietro, è meglio che due religiosi si prendano a pugni. Con la sua consueta franchezza, papa Francesco si è rivolto così, stamattina, ai partecipanti all’assemblea della Conferenza Italiana Superiori Maggiori, conclusa oggi a Tivoli.

Il Santo Padre ha iniziato il suo discorso sottolineando l’importante ruolo che svolgono i religiosi per rendere “attrattiva” la Chiesa. “Davanti alla testimonianza di un fratello e di una sorella che vive veramente la vita religiosa, la gente si domanda ‘che cosa c’è qui?’, ‘che cosa spinge questa persona oltre l’orizzonte mondano?’”, ha spiegato il Papa.

Domande, quelle della gente, che nascono dalla percezione di radicalità che contraddistingue il religioso, ma che – ha osservato il Pontefice – “è richiesta ad ogni cristiano”. Tuttavia, i religiosi debbono dare di questa “radicalità” una “testimonianza profetica”, la quale “coincide con la santità”. Il Santo Padre ha precisato dunque che “la vera profezia non è mai ideologica, non è ‘alla moda’, ma è sempre un segno di contraddizione secondo il Vangelo, così come lo era Gesù”, poiché disorientò “le autorità religiose del suo tempo”.

Gesù Cristo che, ha aggiunto il Papa a proposito della missione dei religiosi, deve stare sempre al centro. “Ogni carisma per vivere ed essere fecondo è chiamato a decentrarsi, perché al centro ci sia solo Gesù Cristo”, ha detto. Servendosi di un’efficace allegoria, Francesco ha poi aggiunto: “Il carisma non va conservato come una bottiglia di acqua distillata, va fatto fruttificare con coraggio, mettendolo a confronto con la realtà presente, con le culture, con la storia, come ci insegnano i grandi missionari dei nostri istituti”.

Questa simbiosi con la realtà si sublima attraverso il segno di una “vita fraterna” a cui sono chiamati i religiosi. Di qui, a braccio, il passaggio più evocativo del discorso del Papa, che ha chiesto: “Ma, per favore, che non ci sia fra voi il terrorismo delle chiacchiere, eh! Cacciatelo via! Ci sia fraternità! E se tu hai qualcosa contro il fratello, lo dice in faccia… Alcune volte finirai ai pugni, non è un problema: è meglio questo che il terrorismo delle chiacchiere”.

Il messaggio che può offrire alla società la vita consacrata è oggi preminente, poiché “oggi la cultura dominante è individualista, centrata sui diritti soggettivi”. Si tratta – la riflessione del Pontefice – di “una cultura che corrode la società a partire dalla sua cellula primaria che è la famiglia”. È per questo che “la vita consacrata può aiutare la Chiesa e la società intera dando testimonianza di fraternità, che è possibile vivere insieme come fratelli nella diversità”.

Tale convivenza tra persone “diverse per carattere, età, formazione, sensibilità” non sempre riesce, “però – ha soggiunto il Papa – si riconosce di avere sbagliato, si chiede perdono e si offre il perdono”. Perdono che “fa bene alla Chiesa: fa circolare nel corpo della Chiesa la linfa della fraternità. E fa bene anche a tutta la società”.

Per alimentare questa fraternità, il Papa rivolge quindi l’invito: “Dobbiamo ogni giorno rimetterci in questa relazione, e lo possiamo fare con la preghiera, con l’Eucaristia, con l’adorazione, con il Rosario – ha spiegato -. Così noi rinnoviamo ogni giorno il nostro ‘stare’ con Cristo e in Cristo, e così ci mettiamo nella relazione autentica con il Padre che è nei cieli e con la Madre Chiesa, la nostra Santa Madre Chiesa Gerarchica, e la Madre Maria”. Papa Francesco ha così concluso: “Se la nostra vita si colloca sempre nuovamente in queste relazioni fondamentali, allora siamo in grado di realizzare anche una fraternità autentica, una fraternità testimoniale, che attrae”.

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