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Fertility Day

Fertility Day

Medici cattolici a favore del Fertility Day

Il prof. Boscia, presidente Amci: “Un milione di coppie prova invano ad avere figli, questa diffusa infertilità è dovuta al fatto che in passato nessuno ha fatto informazione sul tema”

È la vigilia del 22 settembre, data scelta dal Ministero della Salute per lanciare il Fertility Day. Previste a Roma, Padova, Bologna e Catania tavole rotonde per affrontare il tema della fertilità da diversi punti di vista. Previste, allo stesso tempo, contromanifestazioni in varie città italiane organizzate da chi critica i modi e anche i contenuti dell’iniziativa ministeriale.

In questo contesto, qual è la posizione del mondo medico cattolico? ZENIT lo ha chiesto al prof. Filippo Maria Boscia, docente emerito di fisiopatologia della riproduzione e di bioetica al Policlinico di Bari, nonché presidente nazionale dell’Associazione Medici Cattolici (Amci). Nell’intervista che segue, Boscia parla dell’importanza di informare i giovani sui corretti stili di vita, ma parla anche di università, di politiche familiari e di “un’economia che ha inghiottito l’etica”.

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Professore, cosa pensa l’Associazione Medici Cattolici di questa iniziativa?

Sebbene susciti diverse perplessità la modalità di comunicazione scelta dal Ministero, l’intento non può che essere condivisibile. È necessario ricordare specie ai giovani che la fertilità è un bene prezioso da tutelare. Troppo spesso si dimentica o si fa finta di dimenticare ciò che la natura ha stabilito, ossia che la possibilità di procreare inizia a diminuire, nelle donne, già a 30 anni. In Italia circa un milione di coppie prova invano ad avere figli, questa diffusa infertilità è dovuta al fatto che in passato nessuno ha fatto informazione sul tema. Nessuno si è preoccupato di presentare ai giovani la bellezza e il prestigio della maternità e della paternità. Nessuno ha detto loro che la fertilità va espressa in tempo, prima che svanisca.

In che modo si sarebbe dovuto intervenire secondo Lei?

I corretti stili di vita vanno insegnati finanche ai bambini. La salute riproduttiva è influenzata negativamente già dall’infanzia e dal’adolescenza: dall’inquinamento, dai farmaci, dalle droghe, nonché da abitudini alimentari che portano alla magrezza e all’obesità. È opportuno dare ai giovani un messaggio chiaro per cui alcuni stili di vita evolvono verso patologie irreversibili. E si tratta – voglio esser schietto – anche di stili di vita alla moda, veicolati dai media, raggiungere il mito della bellezza esteriore ad ogni costo può mal conciliarsi con la funzionalità del corpo. E in tutto questo c’è una grossa fetta di responsabilità nei medici.

Fa riferimento alla scarsa informazione nei confronti dei pazienti riguardo alla fertilità?

Scarsa informazione e diagnosi approssimative. Parto da questo secondo aspetto facendo un esempio, da ginecologo: molte volte i miei colleghi hanno liquidato i dolori mestruali nelle donne come dei sintomi innocui, quando invece dietro quelle problematiche si nascondeva spesso una endometriosi (malattia cronica che porta all’infertilità, ndr). Fondamentale è poi l’informazione. Il medico non può limitarsi alle sole attività cliniche, deve piuttosto comunicare con le pazienti durante tutto il loro progetto di vita, dall’infanzia fino all’età adulta. È importante la libertà di scelta delle donne, che sia però una libertà consapevole!

Scelte che interessano la sfera sessuale quindi…

Esatto. Nessuno ha intenzione di proibire tutte le possibili espressioni della sessualità, ma i medici dovrebbero essere obbligati a far presente, ad esempio, che quando la sessualità è multi-partner, c’è una maggiore diffusione di malattie infettive. La procreazione responsabile richiama poi il tema dell’interruzione volontaria di gravidanza, alla quale è stata data un’accelerata incredibile senza informare correttamente sulle conseguenze che essa può suscitare sulla fertilità delle donne. E non è vero che la medicina può rimediare sempre alle difficoltà nel far figli. Questo è un altro messaggio sbagliato che si è diffuso.

Messaggio perorato dalla grande industria della fecondazione artificiale?

Certamente! I problemi di fertilità stanno diventando un business per le multinazionali. E non solo per quelle dedite alla fecondazione artificiale. Ricordo che industrie americane come Apple e Facebook offrono alle proprie dipendenti la possibilità di congelare gli ovuli, affinché possano far carriera senza badare all’orologio biologico. Così come si dà il buono pasto, ora in queste aziende si dà il “buono frezeer”, dove poter preservare nel tempo i gameti e usarli anche quando la fertilità naturale sarà venuta meno. È un’immagine perversa, nella quale l’economia ha inghiottito, digerito e annullato l’etica. Una corretta informazione sulla fertilità diventa oltremodo importante in un contesto come l’attuale. Di fronte a centinaia di migliaia di coppie che vorrebbero aver figli ma non ci riescono, abbiamo interi settori, influenti nella società, che spingono le persone a non aver figli, anche attraverso la promozione dell’aborto, o ad averli il più tardi possibile. La politica deve intervenire per fermare questa dinamica che definirei schizofrenica. I giovani devono essere informati sul fatto che i tempi della fertilità non sono procrastinabili.

A proposito di quest’ultima affermazione: rispetto agli anni in cui l’indice di natalità era alto, in Italia si è diffusa molto l’istruzione e contestualmente si è allungato il percorso di studi. È così che molte ragazze si affacciano al mondo del lavoro e quindi raggiungono quella stabilità per metter su famiglia in età in cui la fertilità conosce una parabola discendente…

Sono stato professore universitario e quindi ho a cuore questo problema. Ritengo che l’università italiana abbia commesso un delitto, perché proponendo percorsi di studio lunghi – e al tempo stesso tutt’altro che formativi – ha condannato pletore di studenti all’inefficienza lavorativa. Sono in tanti a ritrovarsi a 50 anni con una serie di diplomi da appendere al muro, ma professionalmente inadeguati. Forse sarebbe opportuno rivedere questo aspetto, ma temo che si andrebbero a nuocere gli interessi di chi ha creato ruoli e moltiplicato cattedre attraverso questo enorme parcheggio di studenti che è l’università italiana. Ho 71 anni e appartengo a una generazione che ha conosciuto la Scuola di avviamento al lavoro, che era un ottimo percorso per indirizzare presto tantissimi ragazzi verso una carriera professionale competente e stabile. Capisco che sono avvenute variazioni sociali, viste con favore dai papà contadini ed operai desiderosi di emancipare i propri figli, ma di fronte all’attuale realtà lavorativa e anche demografica, forse andrebbero riviste alcune scelte.

Molti hanno criticato il Fertility Day perché ritengono che la vera causa della denatalità sia l’assenza di politiche familiari ad hoc. Anche in questo senso andrebbero riviste alcune scelte?

Assolutamente. La politica deve intervenire anche per creare delle condizioni economiche e lavorative favorevoli alla famiglia. La difficoltà di trovare lavoro, unita alla facilità con cui la donna perde il posto a seguito di una gravidanza, devono essere un campanello d’allarme per sollecitare interventi. Del resto il pur importante messaggio del Fertility Day, se si esaurisce con una giornata di slogan pubblicitari e di tavole rotonde, serve a poco.

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