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MCL a Sarajevo con il Papa: dalla Collina dei cecchini grida la pace

Una delegazione del Movimento Cristiano Lavoratori, attiva nei Balcani da un decennio, guidata dal presidente Costalli incontrerà il Pontefice nello stadio Kosevo

Accanto ai cattolici, agli ortodossi, agli ebrei e ai musulmani, gomito a gomito con i serbi, i croati e i bosniaci, il 6 giugno ci saranno anche un gruppo di cattolici italiani, ad accogliere il Papa a Sarajevo. Li ha invitati il cardinale Vinko Puljić, arcivescovo della capitale bosniaca. È il segno di una “collaborazione antica” spiega Carlo Costalli: la delegazione sarà infatti quella del Movimento Cristiano Lavoratori, che opera nei Balcani da almeno un decennio e che a Sarajevo è di casa. L’incontro avverrà allo di Kosevo ed è stato promosso da Napredak, l’organizzazione cattolica gemellata con il Mcl. “Dopo la indimenticabile visita di san Giovanni Paolo II – il 12 e 13 aprile 1997 – Francesco torna nei Balcani, a distanza di pochi mesi dal suo viaggio a Tirana, per rafforzare  il suo messaggio per il dialogo tra culture, religioni e società e, io credo, anche ribadire la necessità dell’ingresso dei Paesi dell’area balcanica nell’Ue perché, come ha detto  nel suo discorso al Parlamento Europeo del  novembre 2014, questa regione ha grandemente sofferto per i conflitti del passato”, commenta il presidente del Mcl in quest’intervista esclusiva a ZENIT.

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Qual è il significato della partecipazione del MCL alla visita papale?

L’arcivescovo di Sarajevo ci ha chiesto di essere presenti per testimoniare il ponte di solidarietà e di pace che in questi anni è stato eretto tra Roma e la capitale bosniaca. Non c’è bisogno di ricordare su quali rovine sia stato costruito, dopo la guerra che ha insanguinato la Bosnia Erzegovina tra il 1992 e il 1995, gli anni dell’assedio di questa città martire della tragedia slava.

L’invito di Puljić rappresenta senza dubbio un grande segno di amicizia: è anche il riconoscimento di un ruolo nella ricostruzione bosniaca?

Tra noi c’è una collaborazione antica. Il Mcl è impegnato da anni nella cooperazione internazionale e dopo la guerra slave abbiamo intensificato la nostra azione in questo quadrante geopolitico. Non solo in Bosnia, e voglio ricordarlo. Siamo anche in Croazia e in Montenegro. Non solo a Sarajevo ma anche a Banja Luka e a Tirana. Siamo presenti in molti Stati ex-jugoslavi, compreso il Kosovo: sono reduce da un importante convegno a Belgrado, abbiamo avviato una sezione del nostro patronato in Moldavia, coordiniamo diverse operazioni di dialogo sociale e investimenti finanziati dall’Unione europea per aiutare lo sviluppo di quei Paesi. Questo impegno per il dialogo sociale e interreligioso è vivo da anni in tutta l’area mediterranea e specie nei Paesi balcanici, per accompagnarli nel percorso di avvicinamento all’Ue.

Ciò permette di distinguere anche i limiti e gli ostacoli del cammino?

Effettivamente, la democraticità delle organizzazioni statuali e gli standard economici costituiscono i maggiori scogli. Tuttavia, come abbiamo ribadito al seminario di Podgorica, in Montenegro, al punto in cui siamo nel vecchio Continente, con tensioni e venti di guerra che ne minacciano i confini, turbando equilibri già delicati, la paura non deve prevalere e, alimentando  il dialogo sociale, culturale e interreligioso come stiamo facendo si deve continuare a camminare verso l’integrazione europea. Per questo lavoriamo al completamento della casa europea e per individuare nuove forme di collaborazione e cooperazione in questi Paesi che ancora stanno pagando il conto della dittatura e della guerra. Siamo realisti – il processo di allargamento, sarà lungo e condizionato dalla realizzazione di riforme, soprattutto economiche, indispensabili per attrarre quegli investimenti stranieri, e del sistema giudiziario. Tuttavia non ci si deve fermare e bisogna lanciare ai popoli slavi dei segnali chiari di questa direzione di marcia. In tal senso, a Sarajevo, abbiamo realizzato un’opera dall’alto valore simbolico proprio con l’arcivescovo.

Di che cosa si tratta?

Di un centro multimediale per il dialogo che incarna il sogno di una Bosnia unita e in pace con sé stessa e con gli altri, come vuole anche papa Francesco. Una struttura aperta a tutte le etnie e religioni, eretta su un terreno offerto dalla municipalità – retta dai bosniaci musulmani – e che è stata inaugurata dal presidente musulmano e dal sindaco musulmano della città e dall’arcivescovo cattolico, alla presenza delle rappresentanze serbe, ortodosse ed ebraiche. Una palazzina di due piani che sorge, non casualmente, sulla collina di Trebevic, più nota come la collina dei cecchini perché da lì, durante l’assedio della capitale, venivano massacrati i cittadini. Un luogo di terrore che diventa una fucina di pace, anzi il luogo da cui parte il grido di pace di questa città, e tutto questo grazie all’opera quotidiana degli amici di Napredak, la più grande associazione culturale del Paese, con la quale collaboriamo da tanto tempo.

Quanto è importante il ruolo del terzo settore nei Balcani?

Noi italiani siamo un po’ provinciali e siamo abituati a pensare che certi fenomeni politici siano propri solo del nostro piccolo mondo italiano: invece il ruolo dei corpi intermedi è decisivo anche altrove e la Storia l’ha già dimostrato. Prendiamo, guardando a est, Solidarność, che non ha cambiato solo la Polonia ma il mondo intero; il regime è stato costretto a rispettare l’unità e la solidarietà che si era consolidata fra la gente e se non ci fosse stata Solidarność – cui ci lega un rapporto ormai ultratrentennale – non ci sarebbe stata la Perestroika. Concetti che il Mcl ha condiviso con i polacchi a Danzica e che attuiamo quotidianamente con Napredak in Bosnia e più in generale nei Balcani. Anzi, a dirla tutta, la primavera dei corpi intermedi in quell’area deve suggerirne l’importanza anche all’Italia, che mi pare un po’ incerta nel riconoscere il ruolo del Terzo settore nel percorso di riforme che sta affrontando.

Lei ha detto recentemente che «il futuro dei Balcani è nella Ue»: ma quanto dovranno aspettare i popoli della ex jugoslavia per entrare nella casa comune europea?

Dopo la indimenticabile visita di san Giovanni Paolo II – il 12 e 13 aprile 1997 – Francesco torna, a pochi mesi dal suo viaggio a Tirana, nei Balcani per rafforzare  il suo messaggio per il dialogo tra culture, religioni e società e, io credo, anche ribadire la necessità dell’ingresso dei Paesi dell’area balcanica nell’Ue perché, come ha detto  nel suo discorso al Parlamento Europeo del  novembre 2014, questa regione ha grandemente sofferto per i conflitti del passato. La visita del Santo Padre costituirà un’iniezione di volontà. Non si potrà far finta di nulla di fronte all’appello che – ne sono convinto – Francesco lancerà da Belgrado. Con questo, non mi illudo, cioè non avremo un esito repentino del processo di integrazione, servirà tanta mediazione e credo che le pressioni esterne all’Ue andrebbero affrontate in maniera più coordinata.

Cosa dovrebbero fare i popoli slavi?

Quello che stanno facendo, quello che si sta facendo sulla collina di Trebevic: riconciliazione. L’ha detto anche l’arcivescovo di Belgrado, Stanislav Hocevar, parlando della necessità di dare un’interpretazione  migliore della storia dei nostri territori, di parlare meno del passato e più del futuro.

Qual è l’ostacolo maggiore?

La crisi. La disoccupazione supera il 20 per cento. La speranza cammina sulle gambe dei giovani, dobbiamo aiutarla a correre.

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