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Nozze di Cana, Cattedrale di Meaux / Wikimedia Commons - Reinhardhauke, CC BY-SA 3.0

Maria sa, Maria crede, Maria spera

Commento al Vangelo della II Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) — 17 gennaio 2016

C’è un luogo dove qualcuno spera e crede per me, anche quando ho smarrito la speranza, e di fede neanche l’ombra. E’ la Chiesa. Il Vangelo di questa domenica presenta un aspetto molto singolare: Maria, di fronte allo scarseggiare del vino, fa presente a Gesù la situazione difficile degli sposi.

Ma Gesù, secondo il Vangelo di Giovanni, non aveva ancora compiuto nessun miracolo, nessun segno lo aveva manifestato quale Messia pubblicamente. Parimenti nel Vangelo giovanneo sino all’episodio di Cana non v’è traccia di Maria. Attraverso il segno compiuto da Gesù, ci viene svelata l’identità di sua Madre.

E subito balza agli occhi come Maria mostra di sapere, laddove nessuno sa, chi è suo Figlio. Si rivolge a Lui, e non era certo per un consiglio o una semplice constatazione della situazione. Maria sa, Maria crede, Maria spera. Di fronte alla risposta apparentemente brusca di Gesù non si arrende, anzi, si rivolge agli inservienti suggerendo loro di avvicinarsi a Gesù e a “fare quello che Egli avrebbe detto”.

Come a Cana anche “ tutta la terra d’Egitto cominciò a sentire la fame e il popolo gridò al faraone per avere il pane”. E il faraone, come Maria, “disse a tutti gli egiziani: Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà” (Gen 41,55). Il faraone, come Maria, conosceva Giuseppe: “Potremo trovare un uomo come questo, in cui sia lo spirito di Dio? Tu stesso sarai il mio governatore e ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo” (Gen 41,38.40). L’ebraico recita, letteralmente: «sulla tua bocca ti bacerà tutto il mio popolo», mentre la versione greca della LXX traduce: «alla tua bocca obbedirà tutto quanto il mio popolo».

Non a caso il Cantico dei Cantici inizia con parole nelle quali risuonano quelle del faraone, con un singolare riferimento all’episodio delle nozze di Cana: “Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino… Attirami dietro a te, corriamo! M’introduca il re nelle sue stanze: gioiremo e ci rallegreremo per te, ricorderemo le tue tenerezze più del vino” (Ct. 1, 2-3).

Il bacio, che nella cultura egiziana esprimeva la sottomissione e significava “al tuo comando”, nell’ebraismo era il segno della comunione più intima, il sacramento della fedeltà fondata nell’amore: “Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo” (Rom 16,16). Un poeta ebreo russo, Zalman Schneur, scriveva: “Mia colomba, tu non sai come ci baciamo noi ebrei. Fino a che, petto contro petto, nessuno dei due sappia qual è il suo cuore né distingua il cuore dell’altro. Materia e corpo sono spariti. Non resta che un soffio e un’anima: non esistono più parole, solo esiste il parlare della pupilla degli occhi”. Per questo, secondo la tradizione ebraica, “Dio ha parlato con noi faccia a faccia, come un uomo che bacia il proprio amico” (Targum Shir Ha-Shirim), mentre “le parole della legge furono date attraverso un bacio” (Cantico Rabba).

In filigrana, nelle parole che Maria dirige ai “servi”, possiamo raccogliere tutto quanto abbiamo appena abbozzato; Ella, con una fede incrollabile, desidera quello che desiderano gli sposi, essendo oltre che Madre anche la Sposa perfetta dello Sposo più bello: “Ti scongiuro – pare dire la sposa – perché finalmente tu lo mandi a me… venga proprio lui e mi baci con i baci della sua bocca, cioè infonda nella mia bocca le parole della sua bocca ed io lo ascolti parlare o lo veda insegnare – in che modo si compia la profezia di Isaia: Non un inviato né un angelo, ma il Signore stesso salva” (Origene, Commento al Cantico dei Cantici).

La sua preghiera ha il potere di rendere contemporanea l’ora di Gesù, quel giorno a Cana, come nella nostra vita. Le sue parole ci consegnano, dischiuse e generose, le labbra di Gesù: attraverso di Lei possiamo avvicinarci senza timore alla fonte dell’obbedienza e della gioia; è Maria, infatti, che ci introduce nell’intimità fedele dove non esistono che “soffio e anima”, la stanza del Re nella quale abbeverarci e inebriarci del “vino” buono che è immagine della tenerezza e dell’amore di Cristo. Non si tratta di ostinazione, ma di conoscenza.

Maria ha generato il Figlio di Dio nella stessa debolezza di ciascuno di noi, per questo è certa che può compatire le nostre sofferenze. Ma proprio sentendosi chiamare “Donna”, Ella rammenta e riconosce anche la natura divina di suo Figlio, e per questo crede che solo Lui potrà salvare le nozze di quei due sposi. Nonostante Gesù le abbia detto che la sua ora non era ancora giunta, Maria sembra quasi scavalcare la stessa volontà di Dio, o almeno ne accelera il compimento.

Fin qui appare la preoccupazione materna di Maria per i due sposi a corto di vino. Ma quel che è ancor più singolare è che Gesù, senza opporre alcuna resistenza – e avrebbe potuto… – si piega alla volontà della Madre e fa esattamente come Lei aveva detto ai servi. Sembra quasi che Gesù avesse pronto una sorta di manuale di istruzioni per quel caso specifico, tanto dettagliate e pronte sono state le sue istruzioni impartite ai servi.

E appare così il “vino nuovo”, la festa dove ci si stava intristendo, la vita dove incombeva la morte. Appare il primo segno di Gesù, e Maria ne è l’artefice nascosta, la regista di un’opera di salvezza capace di salvare ciò che sembrava irreparabile, anticipo della resurrezione del suo Figlio al “terzo giorno” dopo la Croce sotto la quale, fedele, sarebbe rimasta a nome di ciascuno di noi.

Maria è immagine della Chiesa che, come Lei, conosce il Signore. Sa che Lui può davvero tutto. E conosce la realtà di ciascuno dei suoi figli, perché vede con occhi materni. E spera e crede per loro. La Chiesa sa che Gesù è Dio, e può, nella sua infinita misericordia, cambiare i suoi stessi piani, quando sono in gioco la salvezza e la gioia dei suoi figli. Colpisce l’obbedienza di Gesù a sua Madre, speculare alla fede incrollabile di Lei.

Colpisce questa segreta alleanza che travalica le parole rudi di Gesù, e scioglie in una misericordia incomprensibile anche lo stesso piano di Dio. Maria forza il cuore di Gesù, e Gesù si lascia forzare. L’amore e l’urgenza della vita concreta delle persone inducono la Chiesa a sperare contro ogni speranza. Maria del resto aveva sperimentato che a Dio davvero nulla è impossibile. Maria sapeva che quel Figlio era il frutto impossibile che Dio aveva reso possibile. Per questo non si arrende, vibra in Lei la certezza che Dio non si smentisce mai, che solo Lui può amare senza misura, stravolgendo la tabella di marcia prevista.

Perché se è vero che vi è un progetto per ciascuno, è altrettanto vero che tutti siamo liberi di frustrarlo e deviare verso cammini di morte. Siamo liberi di stracciare la volontà di Dio, e rifiutare il banchetto di nozze del Vangelo preparato per noi. La nostra vita è data per essere feconda e dare frutto.

Ma possiamo dimenticare o rifiutare il vino, possiamo restarne sprovvisti, abbandonando la preghiera, vivendo superficialmente, peccando e seguendo i dettami della carne. Ma Maria e Gesù sono invitati al banchetto, “si trovano là” anche loro, con i discepoli, nella nostra vita. Non ci lasciano, e osservano, trepidano, e ci amano. Maria e la Chiesa sono preoccupati per noi. E nelle situazioni più difficili, spera e crede al posto nostro, anche quando ci prende la disperazione e non sappiamo credere.

Quando ci blocchiamo sui nostri fallimenti e sui nostri peccati, la Chiesa non smette di sperare la nostra salvezza. Anche nei momenti più bui c’è chi riesce a vedere il segno del riscatto, “l’ora” di Gesù. Nella Chiesa ogni peccato, ogni fallimento, ogni debolezza, hanno l’aspetto dell’ora inaspettata, anticipata e compiuta, nella quale Gesù sconfigge la morte.

Nella Chiesa la valle del pianto si cambia in sorgente di vita, l’acqua insapore dei giorni avvelenati dal peccato è tramutata in vino d’amore e servizio: “ Maria ci insegna che il bene di ciascuno dipende dall’ascoltare con docilità la parola del Figlio. In chi si fida di Lui, l’acqua della vita quotidiana si muta nel vino di un amore che rende buona, bella e feconda la vita “ (Benedetto XVI).

La Chiesa è il nostro luogo, la nostra casa, dove possiamo sempre ricominciare e ripartire, ogni volta più ricchi, anche quando abbiamo perso tutto; nella comunità, infatti, possiamo conoscere il nostro autentico Sposo, Gesù che, Lui solo, può unirsi a noi al punto di trasformare la nostra acqua nel suo sangue, e “riempire le giare” delle nostre povere opere incapaci di purificarci, con il “vino buono” della sua vita offerta per perdonarci e renderci capaci di opera di vita eterna.

Non a caso le giare sono “di pietra”, immagine della Toràh scolpita su tavole di pietra; nel midràsh ebraico leggiamo: “Il Sinai è la cantina dove fin dalla creazione del mondo è stato tenuto in serbo per Israele il vino delizioso della Toràh. Disse l’Assemblea d’Israele: Il Santo – benedetto egli sia – mi ha condotto alla grande cantina del vino, cioè al Sinai” (Ct R 2,12; cf Nm R 2,3; Pr 9,5).

Nella Chiesa possiamo rifugiarsi allorché abbiamo smarrito speranza e gioia, schiavi dei nostri cuori “di pietra”, tanto induriti da rendere come sterile anche la Parola di Dio. Quando sul Sinai il Signore aveva sposato il suo Popolo, prima di donargli il vino della Toràh, Egli chiese a Mosè se accettavano la sua Legge. Mosè rispose: “Tutto quello che dice il Signore, noi lo faremo e lo ascolteremo”. Sappiamo poi come sia andata, non diversamente dalla nostra vita, eletta per la gioia nel battesimo che ha sancito l’Alleanza del Padre con i suoi figli, stracciata mille volte dalla disobbedienza e dall’ostinazione.

Come il Popolo di Israele e come gli sposi di Cana, anche noi abbiamo visto la nostra vita precipitare nel grigiore e nell’angoscia che aggrediscono quando la Parola non ci dice più nulla, e sembra acqua fresca che non può curare le ferite. Ma Maria, la “donna” immagine a un tempo del Popolo dell’Antica e della Nuova Alleanza, la Chiesa con i suoi discepoli e i suoi diaconi – i “servi” del vangelo – obbedisce al Signore compiendo così l’Alleanza, e ci accoglie nella sua umiltà perché possiamo appoggiarci alla sua fede. In Maria e Gesù si compiono finalmente le nozze messianiche, e, in Lei, anche noi possiamo averne parte.

La Chiesa infatti, attraverso la predicazione e i sacramenti, cerca in noi ogni goccia della nostra umanità, ogni stilla della storia vissuta sino ad oggi, perché Cristo, misteriosamente, obbedendo alla volontà d’amore di sua Madre e di suo Padre, le trasformi in “vino buono”: il “sangue della vigna”, come gli ebrei chiamavano il vino, penetrando nel nostro cuore, lo purifica corrodendo la malizia del peccato, e lo trasforma nel cuore stesso di Cristo. Irrorata dal vino della Toràh – la Parola divenuta carne e sangue offerti per amore – la nostra carne è ormai libera per compiere la Volontà di Dio che scorre viva nelle vene per muovere mente e cuore nell’amore.

Entriamo allora con lo Sposo nella “cella del vino”, la cantina sotto il Trono di Dio, dove ogni istante della nostra vita ci è svelato come le sei giare – sei come i giorni della creazione aperti verso il riposo – preparate per il vino nuovo che profetizzava la nuova ed eterna Alleanza, in attesa dell’ora di Gesù, l’ora di oggi, che inaugura per noi il riposo nella pienezza del suo amore: “Sia lui a baciarmi con il bacio della sua bocca, la sua presenza misericordiosa e la ricchezza della sua eccelsa dottrina creino dentro di me “una sorgente di acqua zampillante fino alla vita eterna”. Non presterò più attenzione a sogni o visioni, non mi attraggono più simboli ed enigmi; persino gli angeli mi lasciano indifferente. Il mio Gesù è infinitamente più bello di loro. Non voglio nessun altro, né angelo né uomo. Voglio che soltanto lui mi baci con il bacio della sua bocca»” (San Bernardo).

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