Dona Adesso

Maria non è lontanissima e neppure inimitabile

Nel suo editoriale pubblicato sulla “Gazzetta del Sud”, l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace medita sulla Solennità dell’Immacolata Concezione

«Se una madre ha nel ventre il figlio, il suo corpo è come una tenda quando nel deserto soffia il ghibli, è come l’oasi per l’assetato, è come un tempio per chi prega il Creatore».

Tutte le culture, le grandi come le più modeste, hanno sempre considerato con rispetto e amore la maternità. Lo dimostra l’antico proverbio dei Berberi, stirpe discendente dagli Egizi e stanziata nelle regioni montuose dell’Algeria e del Marocco, che esalta i valori incarnati in una donna, Maria, di cui domani il mondo cristiano celebrerà la festività.

Ella è l’emblema di tutte le donne, della femminilità, della capacità assoluta di amare: chi come lei ama davvero non calcola, non esige, non adatta ai propri schemi l’altro, ma l’accoglie, sia egli umile o Messia. Lo testimonia il racconto dell’Annunciazione, in cui la risposta è formulata attraverso una autodefinizione di Maria: «Io sono la serva del Signore». Il senso genuino di tale affermazione è stato spesso infelicemente interpretato in maniera strumentale ed errata nell’accezione di servilismo, come negazione della femminilità e dell’effettivo ruolo della donna.

Nulla di più falso: attorno alla parola “libertà”, che è sulle labbra di tutti, specie di quanti cercano di ferirla o addirittura eliminarla, si consumano equivoci e contraddizioni. Ce lo ricorda anche il filosofo mistico indiano Sri Aurobindo, che paragonava Dio a «un fanciullo eterno che gioca a un gioco eterno in un giardino eterno»: la creatività libera del gioco è un simbolo per indicare un agire senza calcoli di interesse, ma col trionfo solo del gratuito, cioè dell’amore. Eppure la libertà autentica è anche impegnativa perché è sinonimo di rigore, di carità, di creatività. L’uomo preferisce seguire l’onda, non trovarsi solo con se stesso e con decisioni da prendere, desidera essere docilmente condotto per mano dal suo istinto o da un altro, così da accomodarsi senza pensieri e domande. Del resto non è un caso, e ciascuno lo può verificare da sé, alla luce della propria esperienza personale che quando si è in contatto con Dio, quando si considera la vita spirituale con maggior serietà, si tende ad essere più riflessivi, più miti, più sobri, più aperti.

Questo è il velo inestricabile della nostra natura, nel quale ci avvolgiamo per sentirci protetti dai rischi che la libertà potrebbe comportare. E Maria, col suo esempio, in realtà indica semplicemente le doti che dovrebbero essere proprie dell’universo non solo femminile: l’umiltà, la discrezione, il coraggio, la bellezza originale, quella rivelativa, che si preoccupa non tanto dell’estetica del corpo, quanto piuttosto dell’importanza di saper amare.

La Vergine non è lontanissima e neppure inimitabile: nel mondo della grazia e dello spirito solo il peccato è anormale, mentre la santità è normale. L’autentica bellezza schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé. È la bellezza di cui risplende Maria. Dio voglia che sia la luce sul volto di ogni madre.  

+ Vincenzo Bertolone

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