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Lutero, Francesco e la misericordia

Il dibattito sulle indulgenze, a 500 anni dalle tesi del monaco tedesco

La disputa sull’efficacia delle indulgenze (Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum), che Martin Lutero scrisse nell’ottobre 1517, esattamente cinquecento anni fa, è comu­nemente considerata il manifesto inaugurale della Riforma.

Essa fu occasionata dagli abusi della predicazione delle indulgenze da parte del domenicano Johannes Tetzel, vice com­missario nella provincia ecclesiastica di Magdeburgo per l’indulgenza procla­mata da papa Leone X, i cui proventi dovevano per metà contribuire all’edificazione della nuova basi­lica di San Pietro e per metà sanare i debiti dell’Arcivescovo Alberto di Brandeburgo.

La critica di Lutero era tesa a difendere la purezza della fede della Chiesa, come dimostra il fatto che il 31 ottobre 1517 egli ne inviò il testo in forma di 95 tesi allo stesso Arcivescovo Alberto per averne il sostegno.

L’interesse che le tesi riscossero fu di gran lunga superiore alle attese, anche a ragione del clima politico, sociale e religioso di insofferenza nei confronti del fiscali­smo romano. Dal punto di vista dottrinale le tesi non fanno che sviluppare punti già acquisiti dal Lutero commentatore della Scrittura, con una carica però pasto­rale e polemica nuova.

È possibile individuare in esse due nuclei teologici, a cui corri­spondono due applicazioni pastorali. Il primo nucleo teologico è l’idea del primato assoluto di Dio nella salvezza: questa non deriva dalle opere fatte dall’uomo, e quindi da nostri eventuali meriti, ma da Dio soltanto, dalla gratuità del Suo amore infinito.

Solo la volontà divina, e dunque la grazia, può farci salvi, non il danaro versato per ottenere l’indulgenza: “Predicano l’uomo coloro che dicono: Appena il sol­dino tintinna nella cassa, l’anima balza fuori dal fuoco dell’inferno. Quel che è certo, è che al tintinnio della moneta nella cassa può accrescersi solo il guadagno e l’avarizia” (Tesi 27 e 28). La partecipazione ai beni della salvezza è fondata unicamente sulla gratuità del dono divino, sì che le indulgenze sono efficaci solo se non si confida in esse, ma in Dio: il vero tesoro della chiesa non è un patrimonio di in­dulgenze lucrabili, ma il Vangelo della grazia offerto a tutti: “Vero tesoro della chiesa è il sacrosanto Vangelo della gloria e della grazia di Dio” (Tesi 59 e 62). Perciò “i tesori evangelici sono reti con le quali in passato si pesca­vano uomini ricchi.

Ma i tesori delle indulgenze sono reti con le quali si pe­scano le ric­chezze degli uomini” (Tesi 65 e 66). La conseguenza di questo assoluto primato di Dio nell’opera della salvezza sta nel richiamo alla responsabilità che i pastori devono avere nel custodire il ge­nuino tesoro della Chiesa, non permettendo che esso venga falsato in una mercificazione mondana: il papa non può desiderare il denaro dei fedeli più della loro salvezza, e “se conoscesse le esosità dei predicatori di indul­genze, preferirebbe che la basilica di San Pietro andasse in cenere, piuttosto che essere edificata con la pelle, la carne e le ossa delle sue pecore” (Tesi 50).

Di qui la convinzione del giovane Lutero che, “se le indul­genze fossero predicate se­condo lo spirito e l’intenzione del papa, tutte quelle difficoltà sarebbero facilmente ri­solte, anzi non esisterebbero più” (Tesi 91).

L’altro nucleo teologico delle Tesi è l’idea dell’azione umana richiesta nel processo per ottenere la giustificazione e il perdono dei peccati: quest’azione consiste nella contrizione dei peccati e nella carità.

Solo la contrizione sincera apre il cuore ad accogliere il dono liberante della grazia e si traduce nella carità operosa, che piace a Dio molto più che non l’acquisto delle indulgenze: “Con l’opera di carità cresce la carità e l’uomo diventa migliore, mentre con le in­dulgenze non diventa migliore, ma soltanto più libero dalla pena” (Tesi 44).

Non un titolo di merito, dunque, ma un amore umile e sincero verso Dio e verso il prossimo ha valore per la sal­vezza. La conseguenza di questo secondo nucleo teologico delle Tesi sta nel richiamo alla penitenza, che esclude ogni presunzione, e alla sequela dolorosa, ma feconda, della croce: “La vera contrizione cerca e ama le pene; la prodigalità delle indulgenze produce un rilassa­mento e fa odiare le pene, o al­meno ne offre l’occasione” (Tesi 40). Non è dunque una vita co­moda o sicura quella del cristiano, ma una vita segnata dalla croce, spesa nella se­quela del Signore crocefisso: “Si devono esortare i cristiani a seguire con zelo il loro capo, Cristo, attraverso le pene, le mortificazioni, e gli inferni” (Tesi 94).

Non chi annuncia la falsa pace è vero profeta, ma chi nella presunta tranquillità an­nuncia la croce ed esorta i cristiani a seguire il loro Capo lungo la via dolorosa, la sola che fa entrare nel regno dei cieli. Il rifiuto del ricorso facile alle in­dulgenze, il richiamo al loro vero significato, non è dunque che una conseguenza del primato di Dio e un aspetto di quella “sequela cru­cis”, con la quale ad esso si corrisponde con tutta la vita.

Non si tratta per Lutero di celebrare la gloria di Dio a prezzo della morte dell’uomo, ma di indicare la via autentica attraverso la quale l’impegno umano, svuotato di ogni presunzione e fiducioso unicamente nella grazia misericordiosa del Salvatore, si apre alla salvezza eterna. Si comprende allora come il messaggio centrale delle Tesi sulle indulgenze di Martin Lutero corrisponda in profondità a quello che Papa Francesco ha voluto proporre a tutti i cristiani col giubileo della misericordia: un annuncio liberante e gioioso della grazia del perdono, che è offerta con gratuità a chiunque con cuore umile e pentito la invochi da Dio e intenda esprimerne l’efficacia in opere di carità e di giustizia.

Il cinquecentesimo anniversario della Riforma e il Giubileo della misericordia annunciano, insomma, la stessa buona novella: è anche questo che il Papa ha inteso sottolineare col suo pellegrinaggio ecumenico a Lund in Svezia, per commemorare solennemente l’inizio dell’opera riformatrice di Lutero, dalle conseguenze veramente epocali, e per evidenziare il potenziale di riconciliazione fra i cristiani che – intesa nel suo senso profondo – essa può produrre.

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L’editoriale di mons. Bruno Forte è stato pubblicato anche su Il Sole 24 Ore di domenica 6 novembre 2016, pagine 1 e 20

About Bruno Forte

Arcivescovo di Chieti-Vasto

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