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Lo sport nella luce di Dio

Omelia dell’Arcivescovo di Catanzaro nella messa per il Giubileo degli Sportivi

 

Si è svolto stamane a Catanzaro il Giubileo degli Sportivi.

Riportiamo l’omelia dell’Arcivescovo Monsignor Vincenzo Bertolone

“Carissime e carissimi, persone del mondo dello sport e delle attività ginniche, sportive e atletiche, esponenti di tutte le pratiche sia amatoriali sia agonistiche, convenuti qui per celebrare il vostro particolare Giubileo della Misericordia, siate i benvenuti! Il Santo Padre, ricevendo gli atleti fuoriclasse che avrebbero gareggiato in Uniti per la pace, ha detto: “Lo sport è un esempio di umanità, di aiuto e anche un lavoro per il bene di tanta gente”. Tutti insieme oggi adoriamo Dio, proclamando, con le parole della Bibbia: Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen!

Si mise a parlare e insegnava loro. Il brano del Vangelo di Matteo che abbiamo appena ascoltato ci presenta Gesù nella veste di novello Mosè, che stavolta non parla il linguaggio quotidiano della gente, ma si mette a insegnare, ovvero a spiegare quello che Dio stesso vuole insegnare ai membri della nuova ed eterna alleanza, al popolo prediletto. La lezione è solenne, ma il messaggio è semplice: il vero beato, il vero vincitore nella gara della vita non è chi possiede i beni ed è ricco e felice; non è chi è prepotente e violento e scavalca gli altri con ogni mezzo, anche illecito. Insomma, non è da ritenere né beato né felice chi oggi segue e si comporta secondo le abitudini dei più, delle mode, del successo suggerito dai media. Nella nuova condizione in cui Cristo ci ha posto, i beati sono quelli che non ci aspetteremmo: i miti, i poveri, gli ultimi, i perseguitati. Non si tratta della lode dei gregari nel senso di persone incapaci di primeggiare, né di coloro che per paura non osano, ma dell’esaltazione di chi osa e opera secondo le categorie del Vangelo: altruisti, misericordiosi verso gli altri, operatori della giustizia e della legalità, puri di cuore. Ecco i veri beati dell’era cristiana, ecco coloro che meritano una grande vittoria e una grande ricompensa nei cieli. Essi, infatti, vincono la medaglia della misericordia, della fratellanza, della mitezza, della testimonianza indomita di Cristo, anche quando sono costretti a vivere in mezzo ai nemici, ai rivali, ai menzogneri, ai persecutori. A quale squadra bisogna appartenere per ottenere questa vittoria? Quanti sono coloro che furono destinati a questa grande meta? Tutti, carissimi, tutti sono i predestinati alla beatitudine, cioè alla felicità perenne, purché si mettano nell’atteggiamento del comandamento dell’amore, secondo il quale deve prevalere l’altro, il prossimo, il diverso, lo svantaggiato, lo “scartato” della vita.

Il senso sportivo del comandamento dell’amore. A ben vedere, questo comandamento dell’amore, proprio della nuova Legge che è Gesù Cristo, è in linea con i genuini valori sportivi, che voi praticate ogni giorno negli allenamenti e nelle gare: si deve gareggiare per vincere, certo, ma sempre nel rispetto delle regole e degli antagonisti, nella purezza e nel sacrificio della preparazione atletica, per misurarsi in competizioni con la sola forza psicofisica, senza potenziamenti indebiti, senza “finte”. Il doping può anche far vincere delle gare, ma danneggia la salute e porta all’onta della squalifica. Inoltre questa pratica viene ritenuta un affare redditizio e per questo finisce spesso nelle mani della criminalità organizzata. Si deve gareggiare sempre tra pari, anche quando si è svantaggiati fisicamente, perché vinca non tanto chi ha ottenuto più punti o realizzato la maggiore prestazione, o fatto vincere più denaro nelle scommesse sportive, o si sia potenziato con sostanze nocive; ma il migliore, cioè chi si sia ben allenato, abbia bene esercitato la lealtà, la sportività, la bellezza dei corpi e delle anime, gareggiando per un nuovo umanesimo. Sono tante le discipline sportive, ma tutte si presentano come un mondo con uno specifico messaggio, con una propria paideia, fatta di lealtà, di collaborazione a una meta comune (come avviene particolarmente nei giochi di squadra), di esercizio psicofisico, come dicevano i classici, inventori dei primi giochi olimpici. “Quelle di Olimpia nel Peloponneso erano le più antiche e celebrate feste della Grecia classica, al punto tale da diventare nella loro cadenza quadriennale la misura di riferimento della stessa cronologia. Le varie gare sportive avevano come base una visione generale della persona, della società e della stessa cultura. La paidéia, cioè la formazione greca della persona, si associava all’euritmia, ossia all’armonia fisica (si pensi alle immagini delle pitture vascolari o al Discobolo di Mirone). Le stesse Olimpiadi si connettevano alla poesia, come attestano le celebri odi di Pindaro, e quelle dei poeti Simonide e Bacchilide”.

Noi saremo simili a Cristo. È questa la certezza di san Giovanni: verrà il tempo in cui saremo simili a Cristo, allorché lo vedremo così come egli è, viso a viso, faccia a faccia. Non lo vedremo, però, come nella lotta e nel pugilato, in cui i colpi degli atleti finiscono sui corpi ravvicinati. Sarà una gara, non una lotta. E sarà una gara non in solitario, ma in cordata. Sarà, cioè, un fare a gara, per essere nella schiera dei beati e dei santi, che oggi ci viene ricordata dalla loro Solennità.  Sarà una gara per godere del Cristo, che come nell’abside del duomo di Firenze, depone i segni della giustizia e indossa i segni della tenerezza e della misericordia. I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno della visione e della consapevolezza di essere entrati nel godimento di Dio. Sono i nostri fratelli maggiori, sono coloro che hanno vinto gareggiando bene, e che la Chiesa ci propone come modelli perché, peccatori come ognuno di noi, essi hanno tutti accettato di lasciarsi incontrare da Gesù, attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze, e anche le loro persecuzioni e tristezze. Se siete venuti qui, carissimi, è perché riconoscete che noi siamo figli di Dio e che le opere del perdono, della riconciliazione e della misericordia, sono le sfide necessarie per preparare quello che ci è stato riservato. La Chiesa, perciò ha molto da imparare da voi, dalla vostra tensione esistenziale, dal vostro andare verso la meta. Soprattutto hanno da imparare le parrocchie, i cui oratori hanno bisogno della consulenza e della collaborazione di esperti nelle varie branche dello sport. Se ci predisponiamo adeguatamente mediante quanto la Chiesa prescrive nel Giubileo (confessione sacramentale, eucaristia, preghiera per le intenzioni del Papa, passaggio della Porta santa), saremo selezionati per la “nazionale del sigillo di Dio” proprio come abbiamo ascoltato nella prima Lettura, il cui Autore parla di un numero sterminato di persone che portano impresso quel sigillo. Lo sport, nell’era della globalizzazione, è in grado di superare barriere geografiche, sociali ed economiche, ma anche di creare un’industria del tempo libero che produce sogni di potenza e di successo. Per molte persone esso è diventato uno stile di vita, e per non pochi uomini e donne è un surrogato dell’esperienza religiosa: nella società secolarizzata, gli spettacoli sportivi hanno assunto il carattere di rituali collettivi. Stadi e palestre sono così divenuti templi del nuovo culto. Il gioco risulta essere tra le operazioni umane una delle più serie. L’uomo, in una visione davvero cattolica (cioè “secondo il tutto”), non è solo “faber” o “sapiens”; è anche “ludens”. Ed è proprio lo spazio dato alla dimensione “ludica” a sottrarlo all’asservimento, agli schemi tirannici della produzione e del consumo, restituendolo alla consapevolezza di essere spiritualmente libero e signore di sé, rendendolo più grande delle sue necessità inderogabili, delle sue funzioni obbligatorie, dei suoi condizionamenti vincolanti. Lo sport, però, attiene non solo al concetto di “gioco”, ma anche a quello di “corpo”: è ritenuto sportivo soltanto un gioco che comporti un’attività anche fisica e non solo mentale. E pure qui ci soccorre, per una giusta visione delle cose, la concezione antropologica davvero “cattolica”: l’uomo possiede non solo un’anima – principio di conoscenza spirituale, di volizione e di amore – ma anche delle membra corporee. La formazione umana integrale non può perciò disattendere nessuna di queste componenti, anche se deve avvalorarle secondo un ordine che ne rispetti la rilevanza oggettiva. E’ significativa, in proposito, la frequenza con cui san Paolo prende a prestito per il suo magistero paragoni sportivi, in specie la corsa, la lotta, il pugilato. Ciò denota in lui considerazione e sollecitudine verso lo sport, pur non mancando gli inviti a voler considerare la “pietà” (cioè la vita di fede e il rapporto con Dio) più utile di ogni esercizio fisico, dato che essa porta con sè una migliore promessa non solo per la vita presente, ma anche per quella futura (cfr. 1Tm 4, 8). Euripide faceva pronunciare al personaggio di una sua tragedia questi pensieri: “Vi sono in Attica molti cattivi soggetti, ma gli atleti sono i peggiori“. Egli però si riferiva alle aberrazioni di un mondo pagano. Per contro, in un mondo che ritorni a essere più sostanziosamente cristiano, è fondata la speranza che proprio dall’educazione che viene dalla disciplina sportiva il nostro mondo possa veder nascere uomini moralmente più forti, più leali, più generosi.

La divisa delle bianche vesti. Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono? È la domanda che uno degli anziani rivolge al veggente dell’isola di Patmos, nella prima Lettura, tratta dall’Apocalisse. È come se la sterminata folla fosse composta di atleti con la medesima divisa sportiva, di colore bianco, che allude al giorno del nostro Battesimo. La conserviamo ancora in qualche parte della casa? Abbiamo lasciato che su di essa si depositasse la polvere e la coltre dei peccati delle infedeltà, degli errori? È l’anziano del brano dell’Apocalisse a fornirci la risposta alla domanda circa quella divisa delle bianche vesti: le persone con la divisa bianca vengono dalla grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. Lo scrittore sacro allude qui alle prime persecuzioni subite dai cristiani che si vestivano di bianco prima di versare il sangue per testimoniare Cristo. Sono i martiri, i veri “testimoni”. Dallo stuolo dei Santi promana, dunque, la luce dei santi martiri, come santo Stefano, come sant’Agazio, come il beato Pino Puglisi. Anche se noi, forse, non saremo chiamati a testimoniare Cristo fino a versare il sangue, siamo comunque chiamati a testimoniare la gioia del Vangelo.In questo senso, possiamo e dobbiamo essere testimoni come Cristo; come lo furono sulla scia di Cristo tutti i santi del calendario a cominciare dai nostri Patroni. I testimoni sono degli specchi che ci restituiscono l’immagine del buon samaritano e di tanti esempi di vita ben spesa. La gara della vita può essere bella malgrado gli agguati, le tentazioni, le cadute, le trappole di chi ci vorrebbe allontanare dalla fede. Impariamo dai testimoni come si deve tracciare un itinerario di vita buona, ispirata al Vangelo, che è la bellezza del Signore in persona.

Carissimi, ripetiamo e amplifichiamo l’invocazione della Colletta: “Padre, concedi a questo tuo popolo, per la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l’abbondanza della tua misericordia. Purificati dalla pratica giubilare, tutti possano confessare: la salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello!” È questo l’augurio che vi rivolgo: abbiate cura del corpo e dello spirito, sviluppate i muscoli, ma allenate anche i valori spirituali perché possiate essere un segno nella società e, soprattutto, un punto di riferimento per coloro che ricorrono a voi. Amen

 

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