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Militari in Nigeria contro Boko Haram

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Libertà di pensare e di agire

Non bastano progetti di sviluppo sociale per far sparire i terroristi in Africa ed è anche illusorio pensare che bastino più forza e più armi

“Per noi cittadini del Terzo mondo, che siamo stati lungamente colonizzati, la libertà vuol dire la facoltà di pensare e di agire da noi stessi e per noi stessi”.

Quanta sete di giustizia e di autentica libertà c’era nelle parole di un grande come Léopold Sédar Senghor, statista e intellettuale senegalese. E tanta ancora resta viva, vista la generalizzata indifferenza che il Nord del mondo nutre per l’Africa. Fosse stato diversamente non saremmo stati scossi dal brivido della sorpresa, sia pur piacevole, quando nei giorni scorsi le cronache ci hanno raccontato di Amina Alì, ragazza ritrovata mentre vagava, con il suo bimbo in braccio, nei campi al confine tra Camerun e Nigeria.

Un nome che a molti ha detto poco o niente, perché in tanti hanno già dimenticato quanto accaduto due anni fa. Era il 14 aprile 2014 quando le milizie islamiste di Boko Haram rapivano 276 studentesse a Chibok. La campagna online per riportare a casa le ragazze, all’insegna dell’hashtag #bringbackourgirls, ha però avuto più successo nel labirinto di Twitter che nella foresta di Sambisa, dove gli estremisti islamici hanno le loro roccaforti. E di quelle povere ragazze nulla s’è saputo e soprattutto, per esse poco o niente è stato fatto. Risucchiate nel vuoto dell’indifferenza, se ancora vive, saranno ormai schiave del sesso o addestrate al combattimento. O, più semplicemente, finite ad ingrossare la massa indistinta di giovani nigeriane, che – secondo Amnesty International saranno almeno 2000 – giustiziate dai jihadisti tra altri 30.000 civili.

Guardando all’Africa, Papa Francesco è stato chiaro: “Se ci sono guerre è perché ci sono fabbricanti di armi – che possono essere giustificati per propositi difensivi – e soprattutto trafficanti di armi. Se c’è così tanta disoccupazione, è per mancanza di investimenti capaci di portare il lavoro di cui quella terra ha così tanto bisogno”. In tema di terrore le sue parole – come da intervista rilasciata ad un quotidiano francese – sono state altrettanto nette: “Sarebbe bene interrogarsi sul modo in cui un modello troppo occidentale di democrazia è stato esportato”.

Insomma, spunti per un ragionamento molto più ampio della semplice seppur necessaria risposta, magari anche armata all’avanzata di Daesh, pur se si moltiplicano le operazioni di guerra non convenzionale, come il recentissimo attentato ai danni di un aereo in volo tra Parigi ed il Cairo, col suo carico di sangue e morte, tragicamente conferma.

Non bastano dei bei progetti di sviluppo sociale per far sparire i terroristi e il pericolo che essi incarnano, ma sarebbe deleterio anche illudersi possano bastare più forza e più armi. Dobbiamo proteggere e proteggerci, questo è certo, ma anche usare di più e meglio la leva della lotta contro la povertà e l’ingiustizia e credere nell’intervento pacifico e di sostegno in loco. Dalla ritrovata pace nascerà l’educazione: quella per la quale le ragazze di Chibok sono state strappate alle loro famiglie per diventare serve del Califfo.

È difficile. Ma considerarlo impossibile sarebbe come perdere senza nemmeno scendere in campo a giocare la partita.

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