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Libano. Raï ricorda Kolvenbach: “Testimone di fedeltà alla Chiesa”

Ieri, nella Chiesa del Nostra Signora di Jamhour a Beirut, i funerali solenni dell’ex superiore della Compagnia di Gesù, scomparso il 27 novembre

Nella Chiesa del Nostra Signora di Jamhour, i cattolici del Libano e la Compagnia di Gesù hanno celebrato funerali solenni, e al tempo stesso in forma privata, per ricordare la scomparsa di padre Peter-Hans Kolvenbach, superiore generale della Compagnia di Gesù dal 1983 al 2008. Le esequie si sono tenute il 27 novembre scorso, all’indomani della morte del sacerdote scomparso a pochi giorni di distanza dal suo 88° compleanno, che si sarebbe celebrato ieri 30 novembre.

Alla cerimonia – informa l’agenzia Asia News – hanno partecipato il patriarca maronita, card Bechara Rai, p. Arturo Sosa Abascal, nuovo superiore generale dei gesuiti, del superiore provinciale gesuita per il Medio oriente e il Magreb e del nunzio apostolico mons. Gabriele Caccia. Intervenuti alla funzione anche il vicario patriarcale mons. Hanna Alwan, l’arcivescovo di Beirut mons. Boulos Matar, il responsabile dei gesuiti del Libano e della provincia, oltre che dei familiari di padre Kolvenbach.

Come ha sottolineato padre Salim Daccache, rettore dell’Università di San Giuseppe, e primo ad annunciare il decesso in una nota biografica assai discreta, Kolvenbach è morto a Beirut “la sua terra di sempre”. Difatti, l’ex superiore generale dei Gesuiti aveva scelto fin dal 1958 il Libano come terra di studi e di missione. Dopo le sue dimissioni, nel 2008, egli aveva voluto infatti far ritorno in via definitiva nella capitale libanese e diventare Conservatore del Fondo armeno nella Biblioteca orientale e ricercatore presso il Centro di documentazione e di ricerche arabo-cristiane dell’Università di San Giuseppe.

La guerra segnerà per sempre e in modo indelebile il suo percorso accademico. Impegnato negli studi di dottorato incentrati sul “luogo delle particole nella Bibbia armena”, alla fine degli anni ’70 una bomba si è abbattuta sull’edificio in cui era ospitata la comunità di San Gregorio dei Gesuiti, all’interno della quale egli risiedeva. L’esplosione provocata dall’ordigno ha mandato in polvere l’armadio all’interno del quale erano conservati i fascicoli contenenti le sue ricerche, suddivisi per anni.

“P. Kolvenbach era famoso per la sua semplicità – ha sottolineato padre Daccache nel suo intervento – per la sua franchezza, per il suo umore e per la sua natura ascetica. Difatti, egli abitava all’ultimo piano della residenza, in un’unica stanza all’interno della quale non vi era che un solo materasso, per terra”.

Il patriarca Raï si è aggiunto ieri al gruppo di personalità che hanno reso omaggio a padre Kolvenbach “in spirito di fedeltà a una persona eccezionale, che aveva nel cuore un grande amore per il Libano, per i libanesi, e per le Chiese orientali”. “Kolvenbach – ha proseguito il capo della Chiesa maronita – ha dato molto ai nostri sacerdoti e seminaristi, ai nostri giovani studenti e agli anziani, ai grandi e ai più piccoli, durante i 24 anni trascorsi in Libano, come studente di teologia prima e come professore all’Università di San Giuseppe poi”. “Di rientro in Libano – ha spiegato il porporato – ha sostenuto il nostro Paese con la preghiera e ha illuminato con il suo esempio di umiltà, con la serenità, la gioia e la pace, e il suo assiduo lavoro di intellettuale”.

Rendendo omaggio a padre Kolvenbach “per ciò che rappresenta e per quello che ha fatto”, il patriarca ha sottolineato in particolare “il suo attaccamento a Libano [che] emerge nel modo di seguire nel dettaglio gli eventi che lo hanno insanguinato”. “Chi fra noi di passaggio a Roma, non era invitato alla sua amabile tavola e non rammentava la sua preoccupazione per il Libano, unita alla sua speranza? Che coraggio, e che tranquillità derivavano da questi incontri così fraterni”.

Padre Kolvenbach racchiude in sé “la fedeltà alla Chiesa e al Libano dei padri gesuiti, dal loro primo arrivo [nel Paese dei Cedri] quattro secoli or sono” ha ricordato Rai, il quale ha concluso il suo intervento affermando che la Chiesa maronita nel suo insieme prega “per la Compagnia di Gesù e per la riuscita del mandato del nuovo superiore generale”.

 

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