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Lesbo. Cardinali Tagle e Vegliò: “La carità del Papa è concreta”

Il presidente di Caritas Internationalis e del dicastero dei Migranti commentano la visita di Francesco al campo profughi dell’isola greca

“Gioia” per una “manifestazione di compassione” che non ha nulla a che vedere con una “agenda politica”, né con il “proselitismo”. Con queste parole, in un’intervista alla Radio Vaticana, il cardinale Luis Antonio Tagle, presidente di Caritas Internationalis ed arcivescovo di Manila, ha commentato la recentissima visita-lampo di papa Francesco al campo profughi di Lesbo.

L’anno scorso, il porporato filippino si era recato lui stesso dai rifugiati di Idomeni (sempre in Grecia, ai confini con la Macedonia), confidando di avere anche lui “toccato la sofferenza” di gente che può essere “consolata con atti semplici di amore e di compassione” come effettivamente lo è stata la semplice presenza del Santo Padre.

Commentando la decisione del Pontefice di portare con sé dodici rifugiati nel volo di ritorno, Tagle ha sottolineato che “la carità si manifesta in atti concreti”, tuttavia non basta un “atto esteriore”, perché “il cuore da cui scaturisce questo atto è un’altra cosa”.

L’atto del Santo Padre, quindi, è significativo, avendo coinvolto tre interi nuclei familiari, “perché la famiglia deve restare insieme, nella sofferenza, così come nella gioia e nella speranza”. Queste tre famiglie, ha osservato il cardinale, si staranno chiedendo “da dove viene questo atto di carità”: la provenienza, ha detto, è da “un cuore ecclesiale, dal cuore di un Papa”.

Il presidente di Caritas Internationalis ha poi espresso l’auspicio che le immagini di sofferenza dei profughi possano risvegliare le coscienze dei leader politici europei e toccare i loro cuori, visto che in Europa, molta gente “ha paura di ricevere questi stranieri”: la via giusta, in tal senso, è quella di “incontrare le persone”, le quali, nel caso dei profughi, sono in gran parte “ragazzi normali” o famiglie, con mamme e papà “simili agli altri papà e alle altre mamme che desiderano solo il bene per le loro famiglie”.

Se non c’è un “incontro personale”, però, “la paura prevale”, quindi la speranza del cardinale Tagle è che l’esempio personale del Pontefice possa contribuire a “diminuire questa paura”.

Da parte sua, il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti ha preso atto di come nel Mediterraneo si stia consumando un vero e proprio “martirio”, che suscita una “grande tristezza” e la preghiera che l’Europa riceva “con più generosità” le migliaia e migliaia di rifugiati “vittime di criminali” alla guida di barconi “che non dovrebbero nemmeno navigare da soli”.

Secondo Vegliò, anch’egli intervistato dalla Radio Vaticana, il viaggio del Papa a Lesbo, così come quello a Lampedusa di tre anni fa, è il segno concreto di una Chiesa “vicina ai migranti, ai rifugiati, che non li lascia mai soli”. Il Santo Padre, dunque, compie gesti che “impressionano”, anche perché è “l’unico leader al mondo che può fare queste cose”, ricordandoci oltretutto, che i migranti non sono “pacchi postali” ma “persone” da trattare sempre con “rispetto” e “dignità”.

Quello del Papa, ha commentato il capodicastero, è innanzitutto un “atto umanitario” che, tuttavia, assume anche un “significato politico”, quasi una “scossa” indirizzata all’Europa, che, fino a Lampedusa, si era mostrata sostanzialmente “assente”.

“Dopo Lampedusa, anche grazie all’azione dell’Italia, l’Europa ha incominciato a pensare più concretamente a questo problema delle migrazioni – ha sottolineato il cardinale Vegliò -. Ora, con Lesbo, ancora di più, perché è di nuovo un segno forte. Speriamo che chi deve ascoltare, ascolti”.

Nonostante alcune buone intenzioni siano rimaste sulla carta – come quella di accogliere 160mila profughi per ogni paese europeo, ridottisi a meno di 100 – il responsabile vaticano per i migranti ha definito “molto positivo” l’intento di “rivedere l’accordo tra Unione Europea e Turchia”.

Quanto alla scelta di portare con sé tre famiglie musulmane, Vegliò ha spiegato che, in tal modo, il Papa “ha voluto dimostrare che i problemi non si risolvono con le chiacchiere” ma con l’azione concreta e che, comunque, “che siano musulmani o cristiani, in questo momento non ha particolare importanza”. [L.M.]

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