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Le mafie usano il calcio per cementare legami con la politica

La denuncia dell’associazione Libera in un dossier presentato a Roma

di Chiara Santomiero

ROMA, venerdì, 16 luglio 2010 (ZENIT.org).- Le mafie sono largamente e saldamente presenti nel mondo del calcio italiano. Dalla Lombardia al Lazio, abbracciando la Campania, la Basilicata, la Calabria, toccando la Puglia, con sospetti in Abruzzo e un radicamento profondo nell’isola siciliana, sono più di 30 i clan – di ‘ndrangheta, camorra, cosa nostra, sacra corona unita – direttamente coinvolti o contigui censiti nelle principali inchieste della magistratura sulle infiltrazioni mafiose in questo settore.

E’ questa la denuncia di Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie, che venerdì 16 luglio ha presentato a Roma alla stampa il dossier “Le mafie nel pallone – Storie di criminalità e corruzione nel gioco più truccato del mondo. Potenza Calcio: il caso limite”, un’anticipazione del libro del giornalista Daniele Poto “Le mafie nel pallone”, edito dal Gruppo Abele Edizioni e in uscita a settembre nelle librerie.

“Oggi i clan – denuncia il dossier – controllano il calcio scommesse, condizionano le partite, usano il calcio per cementare legami con la politica, riciclano soldi mediante le sponsorizzazioni”. D’altra parte “se le mafie, secondo il più recente Rapporto Eurispes producono annualmente un fatturato di circa 140 miliardi di euro che vale l’11% del Pil attuale, è evidente che lo sport e in particolare il calcio, non sfugge agli interessi voraci di questa economia sommersa e criminale”.

Il calcio, tra l’altro “pacifica ed è utile per il controllo del territorio per grandi bande criminali”.

“La tendenza più recente – prosegue il dossier – è che questa marea di illegalità, spesso inavvertita dalle istituzioni, sta montando dal basso verso l’alto in conseguenza del livellamento del sistema calcio, inquinato alla base dall’irragionevolezza dei conti e da quella artificiale ‘bolla economica’ creata dai diritti televisivi”.

“Sarebbe puerile – avverte il dossier – limitare il pericolo reale a un considerevole pezzo di Sud ed isole”; infatti “nessuno può escludere che riciclatori mafiosi vadano spesso a dragare al nord Italia per scovare club in difficoltà a cui dare la scalata e su cui reinvestire proventi di dubbia provenienza. La globalizzazione delle mafie vale anche nel calcio”.

“Mi stupisco di chi si stupisce – ha affermato don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera -: siamo di fronte ad uno spaccato inquietante ma di una storia che viene da lontano”. Non è la prima volta che Libera si occupa del mondo dello sport, eppure “quando il referente di Libera nella Piana di Gioia Tauro ha denunciato l’infiltrazione mafiosa nel calcio locale, si è parlato di ‘casi isolati’ e ‘facili generalizzazioni’”.

Sono facilmente intuibili, secondo Ciotti, le ragioni per cui i boss mafiosi entrano nel mondo del calcio: “avere una squadra è un titolo di prestigio, consente di controllare il territorio, di riciclare il denaro sporco e di trovare nuove prede”.

L’ingerenza mafiosa, infatti, sottolinea il dossier di Libera, non risparmia neanche i settori giovanili “dove la mafia decide i destini, si truccano le partite e perfino le date di nascita”. Nelle scuole-calcio il giovane atleta “viene irreggimentato precocemente in un sistema di potere anti-Stato in cui più che i meriti contano le appartenenze alle cosche, la raccomandazione ‘deviata’”. Purtroppo in questo contesto “spesso l’anello debole sono i genitori, non a caso ritenuti la piaga del calcio. Pronti a qualunque compromesso per l’escalation del proprio figlio, come minimo condizionabili”.

“Diversi collaboratori di giustizia – ha raccontato Ciotti – hanno confermato in alcune testimonianze che stiamo raccogliendo in un libro di come siano stati ‘arruolati’ attraverso la loro squadra del quartiere, accettando dal presidente della squadra un lavoro che in seguito hanno scoperto consistere in manovalanza mafiosa”.

Non per niente, evidenzia il dossier di Libera “il tesoretto si annida nel calcio minore dove boss pseudo-presidenti inaugurano campetti di calcio, controllano le squadre dei paesi vendendo le partite a tavolino e gestiscono il consenso”. Così come non è un caso che “indagando su imprese minuscole e affari corruttivi del presidente di una squadra locale, il Potenza, i magistrati hanno scoperchiato quella che è diventata la nuova Calciopoli”.

L’attività criminale nel mondo del calcio “tranne rare e poche eccezioni non ha trovato spazio nei rapporti della Direzione antimafia degli ultimi tre anni, lungo centinaia di pagine di approfonditi report”. Proprio questa mancanza diventa “la miglior prova di accendere i riflettori sul mondo illecito del pallone perché gli occhi della magistratura non sono puntati sul fenomeno”.

“Non possiamo dimenticare – ha concluso Ciotti – le tante squadre, piccole e grandi, che si impegnano nel mondo dello sport con trasparenza e passione educativa, mettendo al centro della propria attività l’attenzione alla persona. Tutti insieme, però, dobbiamo vigilare e lavorare per contrastare la criminalità e la sua grandissima capacità di infiltrazione in ogni realtà positiva”.

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