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Foto: Pixabay - CC0

L’Avvento, il tempo buono per cambiare

Non si può vivere addormentati, sprofondati in un vacuo sonnambulismo spirituale. Occorre invece volgere la tensione interiore verso la meta ultima

«In un mondo dove tutti pensano solo a mangiare e a far quattrini, a divertirsi e a comandare, è necessario che vi sia ogni tanto uno che rinfreschi la visione delle cose, che faccia sentire lo straordinario nelle cose ordinarie, il mistero nella banalità, la bellezza nella spazzatura. È necessario uno svegliatore notturno che smantelli per dar posto alla luce».

La voce di Giovanni Papini, uno dei grandi scrittori del nostro Novecento, non ha perso di freschezza. E continua a risuonare ai giorni nostri, grigi e piegati soltanto alla ricerca del “dio” denaro, di potere, e di vanagloria. Su di essi si apre oggi la finestra dell’Avvento, il periodo che ai credenti riannuncia la nascita di Cristo e che a tutti suggerisce di non abbassare la guardia, di stare all’erta per sconfiggere le paure di un mondo che brucia e pullula di imbroglioni ben vestiti, senza cielo né terra.

Questa lunga vigilia viene anticipata sempre più, e perciò prolungata, per ragioni commerciali e non certo spirituali. In un tempo che dovrebbe essere di preparazione, da spendere per acquisire una maggiore consapevolezza di sé e del senso della vita e della venuta in terra del Messia, ci si lascia volentieri distrarre da altre preoccupazioni. Anche in ambito ecclesiale sono rari, purtroppo, i momenti di febbre escatologica, di grande fede e di sano e robusto impegno ideale e sociale. Quasi sempre si resta nel tran tran di chi vive alla giornata e non ha nulla da attendere.

Pure le cose che sembrano durature e belle, comprese quelle che partono col piede giusto e sembrano promettere la pienezza della felicità, portano con sé il segno della caduta e della corruzione, direbbe san Paolo. Non è un caso, dunque, che un altro grande autore del calibro di Ignazio Silone, a chi gli chiedeva perché non entrasse a far parte della Chiesa, dal momento che aveva ritrovato una fede profonda in Gesù e nel Vangelo, rispondesse: «Per far parte di quelli che dicono di aspettare il Signore, e lo aspettano con lo stesso entusiasmo con cui si aspetta il tram: non ne vale la pena».

Eppure i cristiani, come chi a Dio non crede ma confida comunque nell’affermarsi dei principi della giustizia, dell’uguaglianza e della fratellanza, sono chiamati a vigilare, a svegliarsi, ad abbandonare la “noia”. Non c’è possibilità di vivere addormentati, sprofondati in un vacuo sonnambulismo spirituale. Occorre invece volgere la tensione interiore verso la meta ultima.

È l’occasione che l’Avvento porta con sé. Esso è il totalmente nuovo, il futuro che viene come mutamento imprevedibile, il sopraggiungere gaudioso e repentino di ciò che non si aveva neppure il coraggio di attendere. Promuoverlo, allora, significa optare per l’inedito, l’infinito, l’eterno. Vuol dire anche ascoltare il grido del povero che sale a Dio e far sì che arrivi alle orecchie dell’uomo. Fosse per tutti (o quasi) davvero questo, il tempo che oggi inizia, il mondo non sarebbe l’inferno che conosciamo, ma il paradiso che sogniamo.

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