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Simeone e Anna, Mantegna - Wikimedia Commons

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L’attesa di Simeone e Anna

Un meditazione composta dalla venerabile Maria di Agreda presente nel libro “La mistica città di Dio”

Non si può amare ciò che non si conosce; di conseguenza non meraviglia che l’affezione al Signore ha condotto a meditare la vita di Gesù in molti modi. C’è chi lo ha fatto andando pellegrino sulle strade della Terra Santa, come fecero ad esempio santa Brigida o sant’Ignazio di Loyola. Chi invece ricostruì materialmente nei propri monasteri e paesi i luoghi della vita storica di Gesù: e così sorsero ad esempio i diversi “Sacri monti”. Altri invece diedero maggior spazio all’iconografia o al teatro. Un modo particolare furono le diverse vite di Gesù compilate da autori in cui oltre a narrare in forma di romanzo storico la vicenda del Signore indicavano anche delle indicazioni morali quali conseguenze di tale meditazione. In questo stile letterario si inserisce La mistica città di Dio (traduzione italiana in Edizioni Porziuncola, Assisi) compilata dalla venerabile Maria di Agreda in cui l’autrice contempla le vicende evangeliche con lo sguardo della Vergine Maria. Ecco ad esempio come narra la preparazione da parte di Maria e Giuseppe della presentazione di Gesù al tempio e l’attesa di Simeone e Anna.

 

Nel tempo in cui la nostra Signora celeste si trovava in viaggio col bambino Gesù, accadde in Gerusalemme che Simeone, sommo sacerdote, fosse illuminato dallo Spirito Santo, che gli fece conoscere che il Verbo incarnato stava per essere presentato al tempio, nelle braccia della sua Madre. La santa vedova Anna ebbe la stessa rivelazione, insieme a quella della povertà e dell’affanno con cui essi venivano accompagnati da Giuseppe, sposo della purissima Signora. Conferendo subito i due santi su questa rivelazione ed ispirazione, chiamarono l’inserviente del tempio, che aveva la cura dei beni in dotazione e, dandogli indicazioni dei viandanti che venivano, gli comandarono di uscire alla porta della strada di Betlemme, e di riceverli nella sua casa con ogni carità e benevolenza. Così fece l’inserviente, e in tal modo la gran Regina ed il suo sposo ebbero grande consolazione per la sollecitudine che avevano di trovare un alloggio, che fosse decente per il loro bambino divino. Lasciatili nella sua casa, il fortunato albergatore ritornò a dar conto dell’avvenuto al sommo sacerdote.

In quella sera, prima di ritirarsi a riposare, Maria santissima e Giuseppe trattarono di ciò che dovevano fare. La prudentissima Signora lo avverti di portare al tempio, quella stessa sera, i doni dei re, per offrirli in silenzio e senza strepito, come appunto si devono fare le elemosine e le offerte. Gli raccomandò anche di portare, al ritorno, le tortorelle che, il giorno seguente, avrebbero dovuto offrire pubblicamente col bambino Gesù, e san Giuseppe eseguì ogni cosa. Come forestiero e poco conosciuto, diede la mirra, l’incenso e l’oro a colui che riceveva i doni nel tempio, senza dargli modo di intendere chi avesse offerto un’elemosina così grande. Quantunque avesse potuto con essa comprare l’agnello, che i più ricchi offrivano con i loro primogeniti, non fece così, perché sarebbe stata una cosa sproporzionata all’umile e povera condizione della madre, del bambino e dello sposo, offrire in pubblico doni così ricchi. Non era inoltre conveniente derogare in cosa alcuna alla loro umiltà e povertà, anche se per un fine pio ed onesto, perché la Madre della Sapienza fu in tutto modello di perfezione, ed il suo Figlio santissimo lo fu della povertà, nella quale nacque, visse, e morì.

Simeone era, come dice san Luca, giusto e timorato, ed attendeva la redenzione d’Israele. Lo Spirito Santo, che era su di lui, gli aveva rivelato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dallo Spirito, venne al tempio, perché in quella notte, oltre a ciò che aveva inteso, fu nuovamente illuminato dalla luce divina, ed in essa conobbe con maggior chiarezza tutti i misteri dell’incarnazione e della redenzione. Comprese anche che in Maria santissima si erano adempite le profezie d’Isaia, che una vergine avrebbe concepito e partorito un figlio, e che dal tronco di lesse sarebbe spuntato un virgulto, cioè Cristo, e tutto il rimanente di queste e di altre profezie. Ebbe luce molto chiara dell’unione delle due nature nella Persona del Verbo, e dei misteri della passione e morte del Redentore. Con l’intelligenza di cose tanto sublimi, il santo Simeone rimase elevato e tutto infervorato, con il desiderio di vedere il Salvatore del mondo. Siccome aveva già notizia che egli veniva a presentarsi al Padre, si portò al tempio nel giorno seguente, mosso dallo Spirito, cioè in forza di questa luce divina.

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