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Mother and son

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L’amore di una madre contro ogni forma di abuso

La storia di Paola, una donna che ha chiesto giustizia per la violenza sessuale ai danni della figlia adottiva disabile

Quando entri nella sede della sua associazione, Paola ti accoglie con un grande sorriso. È piccola e minuta, ha 60 anni ed è un po’ claudicante. “Qui ci sono i miei figli”, dice. I suoi figli sono i ragazzi disabili che ogni giorno dipingono, leggono e fanno attività di gruppo negli spazi dell’associazione.

Eppure di figli, Paola ne ha già quattro, di cui tre naturali, mentre la più piccola, Emanuela, disabile fisica con un lieve ritardo mentale, è stata adottata.

È stato un legame speciale da subito, quello tra Paola ed Emanuela, nato già dal loro primo incontro.

Si conoscono nel 1985, in un campeggio di Santa Severa. Paola ha avuto tre figlie da una precedente relazione terminata dolorosamente. L’ex compagno si è innamorato di un’altra donna, si è tenuto la figlia più grande e ha sbattuto Paola fuori di casa con 5.000 lire in tasca, incinta della terza figlia e con la seconda di appena tre mesi. Giovanni, il papà di Emanuela, ha perso la moglie di parto per dare alla luce quella figlia che agli occhi della società non è “perfetta”.

“Era una vegetale – racconta Paola –. Sembrava che non sentisse neanche, ma io facevo di tutto per farla giocare. Un giorno, mentre eravamo a pranzo, lei iniziò a piangere disperatamente, la presi in braccio e lei si calmò. Sentii il cuore battermi forte, proprio come quando ti nasce un figlio. Te lo mettono ancora sporco di sangue sulla pancia e poi smette di piangere perché sente il calore della mamma. In quel momento sono rinata anche io e ho deciso che lei era la mia ‘figlia del cuore’”.

“Quel giorno – prosegue Paola – Dio ha fatto un miracolo perché ha fatto incontrare cinque persone che avevano bisogno l’una dell’altra: le mie figlie volevano un papà, io volevo Emanuela, Emanuela voleva una mamma e Giovanni voleva una famiglia”.

Da quel momento inizia la prima battaglia di Paola: avere con sé la piccola Emanuela. Ha sposato Giovanni e ha chiesto e ottenuto l’adozione legale della bambina.

Seguono anni felici. Fino al 10 agosto 2000. Da quando aveva cinque anni, Emanuela faceva ippoterapia e, grazie al suo amore per i cavalli, aveva fatto enormi progressi. Quel giorno mancava il solito istruttore e arrivò il sostituto, Alessandro, il quale però propose di fare terapia a terra. Durante la seduta abusò di Emanuela. Lei non si rese subito conto di quello che le era accaduto e, benché avesse provato una forte sensazione di dolore, non voleva dirlo a sua madre perché Alessandro le aveva assicurato che “quel tipo di terapia” era l’unico modo per farla continuare ad andare a cavallo, dato che “non era abbastanza brava”.

“Emanuela si sentiva in colpa – confida Paola – perché era convinta di aver fatto lei qualcosa di sbagliato. Lui le aveva proposto di ripetere questa ‘terapia’ alla prossima seduta e lei aveva detto di sì perché voleva continuare ad andare a cavallo. Quando, la sera, si è confidata con me e ho capito quello che le era successo, sono morta dentro. Ho capito che dovevo prendere la situazione in mano. Innanzitutto l’ho tranquillizzata, era diventata un ciocco di legno. L’ho stesa sul letto e le ho massaggiato le gambe, chiedendole di raccontarmi tutto quello che era accaduto in quella stanza”.

Da qui, è iniziata l’altra battaglia di Paola. Una battaglia in cui chiedeva giustizia per una ragazzina di 16 anni che voleva solo continuare ad andare a cavallo, che non si sentiva capace perché pensava di essere “diversa” e che era convinta di aver provocato e assecondato il suo terapista.

Scatta la denuncia al Tribunale dei minori, che però chiede una perizia psichiatrica nei confronti di Emanuela per capire se è capace di intendere e di volere. “Quando Emanuela è stata costretta a raccontare la sua storia davanti a tutte quelle persone – dice Paola – io non sono mai intervenuta perché non volevo interferire”.

La ragazzina insicura, che all’inizio aveva paura di non essere creduta dai giudici, si dimostra però forte e coraggiosa. Appoggiata da sua madre, ha capito che non è lei la persona colpevole, ma Alessandro. “Quando è stato condannato – spiega Paola – Emanuela ha smesso di svegliarsi di notte per via degli incubi. Ha ripreso a dormire tranquilla, come prima. Lì ho capito che avevo fatto la cosa giusta, perché anche io avevo delle reticenze a sporgere denuncia”.

“Non mi importa sapere dove sia Alessandro adesso, non ho mai cercato vendetta – aggiunge Paola –. Ci doveva dare anche un risarcimento, che però non è mai arrivato ma non mi interessa. L’importante è che noi ora stiamo bene”.

Da questa brutta esperienza, il rapporto tra Paola ed Emanuela è uscito rafforzato. Paola continua a portare avanti l’associazione per disabili, fiera del lavoro che fa ogni giorno. Emanuela, che oggi ha 32 anni, collabora per una casa editrice e spera presto di amare e di essere amata a sua volta. “Da quella terribile esperienza abbiamo cercato di prendere le cose positive: ad esempio, ci siamo legate ulteriormente. In più, ora Emanuela non ha più paura. Sa bene che nessuno ha il diritto di violarla – conclude Paola -. Per me lei è un angelo”.

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