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L’Aldo Moro dimenticato

Lo statista cattolico aveva anticipato i tempi: “Nessuna persona ai margini, nessuna persona esclusa dalla vitalità e dal valore della vita sociale”

«Se la Costituzione cade dal cuore del popolo, se non entra nella coscienza nazionale, anche attraverso l’insegnamento e l’educazione scolastica, verrà a mancare il terreno sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà».

Quando da ministro, nel 1958, prendendo a prestito le parole di Luigi Sturzo, spiegava le ragioni che lo avevano spinto a introdurre nelle scuole l’insegnamento dell’educazione civica, Aldo Moro tratteggiava di fatto il segmento aureo del suo pensiero. Se n’è riparlato molto in occasione del centenario della sua nascita, risalente al 23 settembre 1916.

Tante considerazioni, connotate tutte da un vulnus: a distanza di quasi 40 anni dalla morte, l’attenzione resta concentrata in modo prevalente sul rapimento e sull’assassinio per mano delle Brigate Rosse. Continuano a mancare, invece, un’analisi e una valutazione complessiva della sua opera politica.

Eppure, la vicenda morotea conserva una grande attualità. Da Moro, in particolare, viene la lezione di una concezione alta della politica: espressione della seconda generazione di democratici cristiani, che proveniva in gran parte dalla Fuci e si riconosceva nel sodalizio dossettiano, cementatosi nel lavoro vissuto alla Costituente, egli individuò nell’opera di De Gasperi un «vitale e permanente insegnamento», cogliendo in lui la capacità di muoversi in condizioni difficili, identificando «i tratti di mare nei quali avrebbe potuto navigare e gli scogli contro i quali avrebbe potuto infrangersi».

Dietro ogni sua scelta si nascondevano grandi battaglie, combattute anzitutto con se stesso e poi con le sfide storiche del tempo, cercando la verità. Una ricerca ispirata dalla fede, alla quale attingere per sviluppare l’intelligenza degli avvenimenti e un ascolto paziente, capace di superare le contrapposizioni ideologiche.

Così quando i socialisti chiusero l’esperienza del centro-sinistra, Moro sostenne la solidarietà nazionale, senza un accordo con il partito di Berlinguer, ma muovendosi nella cornice di quel disegno di democrazia consensuale che trovava proprio nell’ispirazione cristiana le sue motivazioni più profonde, lui che di impegno intellettuale e fede faceva costanti parallele.

La prospettiva di Moro, insomma, si apriva alle suggestioni di una svolta democratica, civile e popolare: «Nessuna persona ai margini, nessuna persona esclusa dalla vitalità e dal valore della vita sociale», affermava. Un’apertura convinta, animata dall’ansia di offrire il senso profondo della cittadinanza, dell’appartenenza a una comunità nazionale che non discrimina, ma a tutti riconosce pari dignità e pari diritti per superare «il problema immane della piena immissione delle masse nella vita dello Stato».

E sottolineava: «Non lo Stato di alcuni, ma lo Stato di tutti». Per questa via, più di altri ha contribuito a un’articolazione della politica italiana molto più raffinata dell’attuale fase confusionaria e, soprattutto, ad attirare verso le istituzioni un consenso e una partecipazione preziosi in una realtà, come quella italiana, segnata da una storica fragilità. Oggi più di ieri. E forse non è un caso che ciò avvenga ora che l’educazione civica è scomparsa dai piani di studio e che di politici come Moro non ve ne siano più in giro.

 

 

 

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