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La visita di Francesco in Turchia, sulla scia di Roncalli

Nella politica dei ‘piccoli gesti’ di Bergoglio, padre Claudio Monge, teologo delle religioni a Istanbul, riconosce una somiglianza con il ‘Papa buono’

“Papa Francesco ci ha abituati ad uno stile improntato ad una ‘mite tenacia’ e la promessa di una politica dei piccoli gesti esprime appunto la sua capacità di perseveranza che alla spettacolarizzazione delle iniziative preferisce il piccolo avanzamento perseguito nella carità dei modi”. In questa raffinata lettura della personalità del Pontefice è racchiuso il pensiero di padre Claudio Monge, domenicano trapiantato da 12 anni a Istanbul, a margine della visita apostolica dello scorso fine settimana. Padre Monge, Consultore del Dicastero per il Dialogo interreligioso, ha seguito da vicino il viaggio del Papa ed ha saputo coglierne sfumature forse sfuggite ai più. Nell’intervista che segue proviamo a sviscerarne alcune.

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Padre Monge, il discorso del Papa davanti ad Erdogan si è incentrato sulla richiesta a tutti i credenti di unirsi contro fanatismo e fondamentalismo. Molti osservatori ritengono che Ankara abbia un atteggiamento connivente con lo Stato islamico. Come vanno interpretate dunque quelle parole?

Quella di Ankara è stata negli ultimi mesi la punta dell’iceberg della spesso dissennata politica occidentale nelle questioni mediorientali, perché la connivenza negli affari nel disprezzo dei più basilari diritti umani accomuna le Cancellerie occidentali che si trovano ora a gestire la “scheggia impazzita” dello Stato islamico. Un leader autoritario di un Paese che da tempo gioca con il fuoco di avventurose alleanze e spericolati affari, che gli si ritorcono spesso contro, non poteva essere francamente interpellato in modo più convincente. “Il Medio Oriente – ha tra l’altro ricordato papa Francesco – […] è da troppi anni teatro di guerre fratricide, che sembrano nascere l’una dall’altra, come se l’unica risposta possibile alla guerra e alla violenza dovesse essere sempre nuova guerra e altra violenza”. Papa Bergoglio, con un filo di voce, ha opposto alla retorica arrogante e mistificatrice del suo interlocutore, una dolente lettura del tempo presente, ribadendo che l’assistenza umanitaria, necessaria per ridurre gli effetti catastrofici di gravi conflitti, non dispensa dalla ricerca politica delle cause della tragedia in corso. Mi pare che il Santo Padre continui ad essere l’unico leader mondiale a denunciare con fermezza l’uso di ingenti somme per gli armamenti invece che per lo sviluppo dei popoli e la salvaguardia del creato. Un appello, dunque, che interpella non solo i credenti e, evidentemente, non solo le autorità turche.  

Due preti cattolici italiani hanno perso la vita in Turchia: don Andrea Santoro nel 2006 e don Luigi Padovese nel 2010. Si tratta di ferite ancora aperte?

La ferita per la perdita di vite umane, per la perdita di amici e di fratelli nella fede, non si rimargina semplicemente con il passare del tempo, ma raccogliendo il mandato di una testimonianza (che è il vero senso della parola “martirio”) che è frutto di vite che sono state donate molto prima di essere strappate. Le morti di don Andrea e di don Luigi, non ci fanno dimenticare tante altre morti, in Turchia come altrove, e continuano ad ispirare lo sforzo quotidiano per affermare il rispetto della vita umana (di qualsiasi confessione e provenienza essa sia), della libertà religiosa, che è libertà del culto e libertà di vivere secondo un’etica religiosa, come ricordava sempre papa Francesco. Nello stesso tempo, le tante persone che da anni si impegnano con passione in terre talvolta martoriate dalla violenza, non cederanno mai alla tentazione di accomunare indistintamente tutti i compatrioti degli assassini e di coloro che li hanno armati, in un giudizio inappellabile di responsabilità.

I cattolici di Turchia escono rafforzati da questa visita?

La risposta è forse prematura e può in ogni caso essere declinata a livelli molto diversi. Rafforzati a livello di istituzioni turche? No, non credo proprio, anche perché la relativa invisibilità, non solo legale, viene da molto lontano e potrà essere in parte ridotta solo con uno sforzo congiunto ed articolato ad intra e ad extra di questo Paese. I frutti spirituali e pastorali, invece, non possono certo essere quantificabili in modo così sbrigativo: sono sotto l’azione dello Spirito, fortemente ricordata nell’omelia di papa Francesco nella cattedrale cattolica di Istanbul. Il modo più chiaro per riconoscerla, sarà la testimonianza concreta di un’unità tra comunità e riti, ben maggiore dell’attuale. L’invito di papa Francesco è stato chiaro ed inequivocabile quando, evocando la tentazione sempre presente di fare resistenza allo Spirito Santo, perché scombussola e smuove, ha ricordato che si diventa autentici discepoli missionari, capaci di interpellare le coscienze, quando si abbandona uno stile difensivo per lasciarci condurre dallo Spirito. Dunque questa è una domanda che bisognerà riporre tra un po’ di tempo…

Il cittadino medio turco come ha accolto la presenza di papa Francesco?

L’impressione è che la notizia sia a mala pena passata e che solo gli osservatori più raffinati (o gli speculatori più efferati) si siano davvero soffermati su questo viaggio papale. Insomma, la eco mediatica del viaggio di Francesco non mi è sembrata paragonabile a quella del 2006 per Benedetto XVI, e la ragione è da ricercarsi principalmente nelle gravi tensioni islamo-cristiane che caratterizzarono la vigilia del viaggio del Papa tedesco: le polemiche seguite al discorso di Ratisbona e la crisi suscitata dalle caricature di Maometto. Coloro che in Turchia hanno raccontato il viaggio di papa Francesco, si sono particolarmente soffermati sul profilo umile e sulla semplicità comunicata dal suo contatto umano e dalla parola quasi sussurrata.     

Ritiene che Erdogan abbia provato anche ad ammansire il proposito del Papa di visitare l’Armenia nel 2015, centenario del Genocidio armeno?

Credo che il neo-presidente della Repubblica fosse soprattutto preoccupato di utilizzare mediaticamente questa visita per tentare un restyling della sua immagine all’estero e si può legittimamente dubitare che la location (la prima visita di un leader straniero al neo mega palazzo presidenziale) e il registro retorico scelti abbiano davvero contribuito positivamente allo scopo.

Nel suo discorso davanti alle autorità governative turche, il Papa ha citato anche la figura di papa Roncalli, Delegato apostolico in Turchia prima di essere eletto al Soglio pontificio. Quanto e come ha contribuito questa figura nella apertura della Chiesa verso i lontani?

Credo che papa Francesco abbia mutuato molto dallo stile di Roncalli. Il futuro Giovanni XXIII fu un antesignano della politica dei piccoli gesti, dell’incontro personale, di quello sguardo capace di far trasparire qualcosa della bontà di Dio. Per papa Roncalli come per papa Bergoglio, la Chiesa può essere presente tra i lontani o alle periferie del mondo, perché Dio in qualche modo già la precede e quindi la sollecita in questo senso.

L’incontro con il patriarca Bartolomeo rappresenta un nuovo mattone posto sull’edificio dell’ecumenismo?

Questa domanda richiederebbe una intera conferenza come risposta. Francesco e Bartolomeo hanno pronunciato parole importanti, hanno osato un impegno senza compromessi e in questo senso hanno fatto una sorta di scatto profetico in avanti nella speranza di risvegliare un movimento ecumenico da anni piuttosto agonizzante. Ne scaturiranno profondi dibattiti, un forte sostegno ma anche nuove resistenze ed ostacoli.

Se dovesse sintetizzare con una frase la risposta alla mia domanda?

Il mattone deve ancora essere cotto nel forno, prima di davvero poter consolidare l’edificio ecumenico…

Padre Monge, in conclusione che bilancio si deve trarre da questa visita di papa Francesco in Turchia?

Mi auguro vivamente che non si facciano troppi bilanci, che rischiano di imbalsamare certe dinamiche che questo viaggio potrebbe riattivare. Mi pare di scorgere l’emergere di due idee programmatiche maggiori. La prima la traggo dal cuore stesso dei messaggi di papa Francesco: annunciare la Buona novella significa mettere sempre in luce l’impatto umano che hanno “le cose di Dio”, in altre parole, che non esiste teologia (parola su Dio) senza una nuova antropologia (parola sull’uomo) e, cioè, senza una instancabile azione per riaffermare la sacralità della vita umana e dei suoi diritti fondamentali. La seconda la traggo da un importante passaggio del discorso di Bartolomeo nel corso della Divina Liturgia che, per certi versi, converge nella prima: la fede, conservata in comune da Oriente ed Occidente per oltre un millennio, non si esaurisce nella memoria ma deve costituire la base per creare il presente e il futuro delle Chiese. In altre parole, la Chiesa esiste per il mondo e per l’uomo e non per se stessa! Non è tanto un bilancio ma l’auspicio per un “frutto a venire”.

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