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La TV è ancora la “fedele compagna” degli italiani?

Il 76,5% della popolazione sceglie i telegiornali per informarsi. Gli interrogativi sull’effettiva libertà di informazione rimangono però numerosi

Al suonar della sveglia, milioni di italiani salutano il mondo accendendo la ‘fedele compagna’ che, con puntualità, informa su quanto accade. L’informazione dei notiziari resta la forma prediletta, nonostante la rivoluzione digitale stia erodendo l’influenza della tv tradizionale. In Italia i dati del dodicesimo Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione, promosso da Mediaset, Rai e Telecom Italia, attestano che il 76,5% degli italiani sceglie i tg per informarsi.

Le diverse edizioni che si susseguono, dalle prime ore del mattino sino a tarda sera, travolgono i telespettatori e raccontano ciò che succede a ritmi serrati.

Anchorman ben vestiti, con distacco e savoir-faire, accompagnano il telespettatore tra una notizia e l’altra che fotografa e racconta la realtà. Il mezzo televisivo, con i suoi vari notiziari, ha il potere di dirottare le idee di ciascuno; di far leva su una notizia piuttosto che su un’altra; di trasmettere alcune immagini tralasciandone altre; di suscitare commozione; di far rabbrividire; di impietosire e di impaurire.

In tutto ciò, è rispettata la qualità dell’informazione, la libertà di stampa e il diritto di cronaca? O ci si sofferma solo su ciò che fa audience per mantenere desta l’attenzione del pubblico? L’informazione attuale garantisce una visione obiettiva e completa del mondo?

Da una parte la cronaca nera riempie i notiziari. Immagini, spesso anche forti, scorrono e lasciano senza fiato. Il mondo che viene presentato è dagli scenari oscuri, tenebrosi: madri che ammazzano i figli; genitori vittime della furia omicida delle loro creature; il femminicidio che imperversa; l’Isis che bussa alla porta per toglierci anche la ben minima forma di libertà raggiunta dopo anni di sacrifici e lotte; vicini di casa che, in nome del quieto vivere, si arrogano il diritto di togliere la vita a chi abbia commesso il “reato” di alzare la voce tra le mura domestiche. Dall’altra parte non mancano certo le pagine del tg che danno ampio spazio alle conquiste giornaliere nei vari campi e all’attività di governo impegnato a riformare l’Italia e rispondere con atti concreti alla crisi, ad alzare la voce con l’Europa, a cercare di far fronte all’emergenza migranti, a promuovere la cultura e promettere diritti più ampi per tutti.

Nel raccontare quanto accade, l’informazione mantiene il suo fascino e la sua vera dimensione? Mandare ad esempio in onda di continuo delle immagini, come è successo con la strage di Parigi e di Bruxelles; far sentire in ogni collegamento e per diversi giorni i colpi di kalashnikov, rientra nel diritto di cronaca? Serve al telespettatore o si fa il gioco di chi vuole incutere paura nell’uomo, rischiando di rafforzare, anche inavvertitamente, strategie politiche, economiche e militari non certo funzionali alla democrazia? E ancora: trasmettere l’immagine del piccolo siriano, Aylan, privo di vita sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, rispetta la sacralità della morte?

Sul fronte economico, nei mesi scorsi, il fallimento di Banca Etruria è stato raccontato nei maggiori notiziari per giorni e con modalità diverse. Il risultato che ne è venuto fuori è servito a informare correttamente i cittadini sul pericolo dei titoli tossici. Spingendo però troppo su tale preciso evento, di fatto si sono “criminalizzate” le banche nel loro insieme, creando un diffuso clima di sfiducia. Spesso il “particolare” rischia di determinare e condizionare il pensiero dell’uomo, a discapito di ciò che sia necessario sapere e interiorizzare, rispetto al valore d’insieme di una certa realtà.

Che dire, poi, in merito alle unioni civili, oggi diventate legge? Se ne è parlato in tutte le salse. Ma riflettiamo: una notizia del genere non avrebbe dovuto infierire sulla coscienza del cittadino, in un modo o nell’altro, indebolendo l’atteggiamento personale, ma avrebbe dovuto, nel rispetto delle diverse opinioni, stimolare il dibattito civile generale e mai di parte.

La libertà di stampa e il diritto di cronaca dovrebbero stare dalla parte dei vincitori e dei vinti; raccontare come va il mondo guardandolo da diverse angolazioni; tenere sempre presente che di fronte c’è un uomo, con dei valori, con un bagaglio culturale e con la sua dignità. Oggi è sempre più diffusa l’idea che, quanto viene detto in televisione, sia la verità delle cose, generando in alcune fasce popolari un’assuefazione che spegne ogni libertà interiore e culturale, con risultati negativi all’interno di un rapporto comunitario.

Lo scandalo Vatileaks, che fa emergere ciò che non funziona nella Chiesa, può inquinare il messaggio universale della stessa? Al di là della propria confessione religiosa è però sempre un’azione discutibile tentare di minare le fondamenta di Istituti che hanno comunque offerto alle comunità un percorso di crescita e di cambiamento sociale e spirituale.

L’informazione distorta infatti lascia nel baratro del dubbio gli incerti, danneggiando i più deboli. A restare desti sono solo i più ‘forti’, che, in più occasioni, diventano perciò i soli titolari di un qualsiasi potere da gestire. Al principio: “ognuno sceglie cosa guardare”, si presenta lecita la risposta: è libertà di ognuno decidere cosa guardare, cosa leggere, cosa ascoltare. Ma quello che siamo e saremo dipende molto anche da ciò che ci viene proposto.

Ciò che i media ci propongono non incide forse soprattutto nelle persone che non abbiano una formazione di base adeguata o che presentino aspetti caratteriali volubili e non ben tutelati?

La libertà di stampa, che è centrale nel mantenimento dell’ossatura democratica di un Paese e del suo sviluppo economico e sociale, non può essere tale se non si attiene a regole condivise. Certo, essa non può derogare dall’autonomia di pensiero, dal diritto di conoscenza dell’altro e dal diritto di cronaca. Vanno anche presi in considerazione i limiti che ogni esercizio della libertà comporta: il limite della sensibilità altrui; il limite del diritto dell’altro al buon nome; il limite della non invenzione e della non creazione delle notizie; il limite della religione o dei convincimenti filosofi e antropologici. Come la libertà è infinita, così anche il limite è infinito.

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