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Cover of the book "La terra perduta"

Ed. Effatà - Ed. Effatà

La terra perduta. Nel cuore dei cristiani del Medio Oriente

È il titolo del nuovo volume, edito da Effatà, di Matteo Spicuglia

La fotografia di un bambino di Midyat, città turca di origine siriaca, che studia l’aramaico. Questa è l’immagine di copertina del volume La terra perduta. Nel cuore dei cristiani del Medio Oriente, del giornalista RAI Matteo Spicuglia, presentato nelle settimane scorse al Salone del libro di Torino, dall’editrice Effatà.

Un libro snello, dallo stile fresco e sobrio, che racconta la realtà complessa dei siriaci, una minoranza cristiana antichissima, l’ultima a parlare ancora la lingua di Gesù. Storie di persone reali come Anah e Naile, Melki o Murat, appartenenti ad una cultura che oggi rischia di scomparire definitivamente. ZENIT ha intervistato l’autore.

Il libro La terra perduta è un mosaico di emozioni e storie.  Quanto forte è stata l’esigenza di informare il pubblico italiano sulla vera condizione dei cristiani in Medio Oriente? Come e quando ha potuto raccogliere gli elementi necessari?

Mi sono avvicinato a questo mondo un po’ per caso, per interesse certo, ma senza aspettarmi molto. Ho capito, però, che certe storie quando ti entrano dentro non se ne vanno più. A me è successo così. Tutto è nato da un viaggio nel Tur Abdin, una regione al confine tra Siria e Turchia, nelle province di Mardin e Şırnak. Era il 2011 quando, insieme al collega Stefano Rogliatti, stavo lavorando alla realizzazione del documentario intitolato Shlomo. La terra perduta. In quel primo viaggio, cui ne sono seguiti altri negli ultimi anni, ho conosciuto la realtà dei siriaci, una minoranza cristiana antichissima, l’ultima a parlare ancora la lingua di Gesù: l’Aramaico. Cultura, lingua, fede sono le facce di una identità affascinante che oggi rischia di sparire definitivamente. I siriaci come le altre comunità cristiane del Medio Oriente sono passati indenni dagli sconvolgimenti di 2mila anni di storia, ma non da quelli del ‘900, un secolo folle e crudele. Prima, i massacri del 1915 per mano dell’esercito ottomano e delle bande paramilitari turche e curde; poi la guerra decennale tra Ankara e i curdi con la militarizzazione di tutta la regione e l’esodo forzato delle minoranze cristiane. Infine, le incognite attuali legate all’instabilità di Siria e Iraq e all’espansione dell’Isis. I siriaci fanno parte dei profughi fuggiti dalla piana di Ninive, da Aleppo e Homs, da tutta la Mesopotamia. Per dare un’idea dell’impatto di queste trasformazioni, basti pensare che all’inizio del secolo solo nel Tur Abdin i siriaci erano 500mila. Oggi non superano i 2mila. È una realtà che di fatto l’Occidente ignora con un’indifferenza complice. Forse è figlia di ignoranza, di sottovalutazione del problema, ma il risultato è lo stesso. Il libro La terra perduta nasce proprio per aprire una breccia.

Perché ha dedicato il libro a “tutti coloro che hanno imparato a stare piuttosto che a fare”?

Quella frase descrive la psicologia degli ultimi cristiani rimasti nel Tur Abdin, ma il ragionamento vale per tutte le minoranze della regione. “Stare” diventa un’esigenza d’amore per la tua storia, per il tuo popolo, per la tua fede. Lo capisci di fronte a decine di villaggi cristiani abbandonati, a monasteri diroccati, a centinaia di case occupate da altri. I cristiani di quelle terre sanno che scappare significa normalmente non tornare più, vedere la tua storia sciogliersi come neve al sole, assistere a una presenza di secoli che nell’arco di pochi anni può essere costretta al silenzio. La scelta di stare però non segue una logica da riserva indiana, come se si dovesse marcare un territorio. No, stare significa riaffermare la fedeltà a ciò che sei. Lo hanno capito padre Isho, l’ultimo monaco del monastero di Mor Melke, Daniel l’ultimo cristiano dell’antica città di Nisibi, Februniye la prima giovane laureata del suo villaggio e tanti altri ancora… Nel Tur Abdin, come in altre regioni, la profondità della fede non si misura nei programmi, nelle iniziative, nei progetti a lungo termine, ma nell’essenzialità di una presenza. Tu rimani, tu accetti di essere minoranza. E questo è tutto quello che conta! Nessuno vorrebbe rinunciarvi. Chi lo fa è costretto, umiliato. Dovremmo aprire gli occhi su questo. La politica dell’Occidente non lo fa. Molto spesso nemmeno i singoli. In fondo, il destino di questa gente non ci interessa.

Molti sono i  personaggi femminili che sembrano essere i depositari della memoria di un intero popolo. Altri sono soldati martiri o padri di famiglia. Tutti sottoposti a terribili sofferenze e rinunce. Con quale atteggiamento o metodo un giornalista può avvicinarsi ad una realtà così drammatica?

Non è per nulla facile avvicinarsi a temi così complessi. Direi che non è facile neppure rimanere obiettivi perché ascolti storie terribili che comunque devono essere contestualizzate. In Medio Oriente la realtà non può essere raccontata in bianco e nero. Le sfumature esistono, sono tantissime e devono essere colte. Nel caso dei cristiani del Tur Abdin per esempio, significa rendersi conto che le discriminazioni non sono state solo di carattere religioso: sono entrati in gioco i limiti di una società tribale, dove spesso si è imposta la forza dei clan che ha strumentalizzato la religione. Messe a fuoco le sfumature, tuttavia, bisogna avere anche il coraggio di dire come stanno le cose, denunciare gli abusi, le discriminazioni sottili, anche in un Paese come la Turchia, dove al di là delle leggi, pesa ancora molto la mentalità. I cristiani insieme alle altre minoranze fanno ancora molta fatica, spesso si sentono cittadini di serie B. Io stesso mi sono sentito dare del gavur, dell’infedele. Eppure, non bisogna rinunciare al dialogo, alla pretesa di dare un contributo allo sviluppo di queste terre. I cristiani, tra mille difficoltà, ci provano e questo è bellissimo, in fondo è quello che fa sperare in un futuro diverso.

Come è possibile lanciare un messaggio di speranza per queste popolazioni perseguitate da decenni, e che rischiano ormai di sentirsi, come è scritto nel libro,” stranieri anche in patria”?

La speranza c’è. Guai se non ci fosse. Certo, in Medio Oriente oggi è difficilissima da trovare. In alcune aree, penso a quelle controllate dall’Isis, è impossibile. A Tur Abdin la situazione è diversa, il contesto è fragile, ma i segni di bene non mancano. Se dovessi trovare un esempio di speranza, direi che ha il volto di uomini e donne come Saliba. Agli inizi degli anni ’80 era emigrato in Svizzera con la moglie Sara. È lì che sono nati i suoi tre figli, è lì che ha cominciato a lavorare come operaio, è lì che ormai immaginava un futuro. Vita in famiglia, ma anche il servizio mai interrotto nella comunità della diaspora, lo studio della teologia tra un impegno e l’altro. Nel 2004, muore il parroco del suo villaggio natale, Bsorino. Nel Tur Abdin non c’era nessuno che potesse sostituirlo e così la comunità ha chiesto a Saliba se la fosse sentita di prendere il suo posto. Nella Chiesa siro-ortodossa, anche gli uomini sposati possono diventare sacerdoti. Ma accettare significava lasciare le comodità dell’Occidente, emigrare al contrario, per tornare lì dove oggi non c’è più niente. Saliba ci ha pensato, non è stato facile, ma alla fine ha detto sì. Oggi è tornato a Bsorino per seguire da vicino il pugno di cristiani rimasti. Ecco, la storia di Saliba insegna che la speranza non è nei numeri. Sarebbe ridicolo in una terra che senza enfasi definisco “terra perduta”. La speranza è in una chiesa sempre aperta. In una campana che suona ogni giorno alle cinque. E ricorda cosa è stato e cosa vuole essere ancora Tur Abdin.

 

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