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Neonato / Pixabay CC0 - Pexels, Public Domain

La strage degli innocenti, di Vincenzo Bertolone

La procreazione umana trasformata in processo di ottimizzazione della resa della produzione seriale di embrioni

«Se ciascuno potesse scegliersi il luogo dove nascere, certi paesi sarebbero completamente vuoti».

Se si fosse davvero totalmente liberi di fare ciò che più aggrada, si potrebbe arrivare alla situazione descritta dallo scrittore scozzese Eric Linkater: decidere di venire alla luce in questo o quel luogo, rendendo deserte alcune regioni del mondo. Un paradosso, o forse solo l’involontaria proiezione di un’utopia che un giorno potrebbe diventare realtà, dal momento che l’uomo ormai ha scelto di non riconoscere limiti morali ed etici alla sua corsa al “progresso”, con la tecnologia trasformata da strumento al servizio dell’umanità a valore unico al quale tutto ricondurre, persino la vita e le leggi di natura, come ormai succede dovunque sì che pare essere diventata una regola universale. Come in Cina, dove caduto il divieto del figlio unico la procreazione è diventata subito un affare anche economico, attirando pure il Paese icona del comunismo – evidentemente per nulla insensibile alle ragioni del capitalismo, come peraltro già dimostrato in numerose altri àmbiti occasioni – nell’orbita del mercato dei figli in provetta: non solo il ricorso alla fecondazione artificiale quale legittimo mezzo per favorire la maternità quando è negata da impedimenti vari, ma come espediente per scrivere il futuro del nascituro. Accade con la procedura che consente di analizzare il Dna dell’embrione in vitro, per individuare quelli eventualmente affetti da mutazioni genetiche collegate ad una gamma di patologie (all’incirca 400, dunque non esclusivamente le più gravi) e scartarli, trasferendo in utero solo quelli sani. I centri autorizzati all’utilizzo di queste tecniche che, nel 2004 erano 4, nel 2016 erano diventate quaranta. Quello più grande, lo scorso anno, ha registrato 41.000 procedure di fecondazione. Un fenomeno di recente ben raccontato dalla rivista scientifica Nature, che ha anche evidenziato l’assenza di ogni implicazione di carattere etico sulla base dell’assunto seguito: eliminare una malattia – e con essa il malato – è vantaggioso per la società. E questo in termini puramente economici: un uomo (o una donna) che in vita potrebbe sviluppare ad esempio la fibrosi cistica costerebbe allo Stato quasi due milioni di dollari per cure varie e continue. Un potenziale malato non nato ne porterebbe via circa 60.000: il costo dell’esame prediagnostico.

Non è solo questione di distruzione di embrioni umani: è ben altro. Senza scomodare temi cari al nazismo ed alla sua teoria della purezza della razza, per restare ai giorni nostri ed alla loro connotazione mercantilistica si può parlare crudamente di scenari in cui la procreazione umana viene trasformata in processo di ottimizzazione della resa della produzione seriale di embrioni. E come davanti alle vetrine dei negozi, tutto diventa possibile: quando si ha in tasca il denaro sufficiente per l’acquisto desiderato.

Insomma, non più persone, ma merci, nell’ansia di dominare la morte, sconfiggere la malattia, scacciare la sofferenza e tenere solo il meglio, egoisticamente per sé ancor prima che per l’altro e gli altri. Peccato, però, che si dimentica che da un laboratorio potranno venir fuori tanti desideri artificiali, difficilmente amore ed affetto per un figlio.

Monsignor Vincenzo Bertolone è arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace e presidente della Conferenza Episcopale Calabra.

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