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La solidarietà del Consiglio ecumenico delle Chiese ai cristiani di Mosul

Il segretario del Cec esprime “grande dolore” e invita a pregare. Tra le vittime dei jihadisti, anche tanti musulmani coraggiosi

Il reverendo Olav Fyske Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec o World Council of Churches), è intervenuto in merito alla persecuzione che sta subendo la comunità cristiana in Iraq ad opera dei jihadisti dello Stato islamico.

Fyske Tveit registra che centinaia di persone “vivono una situazione drammatica, costrette persino a pagare una tassa perché cristiani. La maggior parte di loro ha dovuto abbandonare i propri villaggi, le abitazioni e i propri beni alla ricerca di un rifugio sicuro”. Il segretario del Cec sottolinea poi che è “con grande dolore” che “assistiamo alla fine della presenza cristiana a Mosul, cominciata fin dai primi secoli del cristianesimo”.

Il reverendo definisce questi episodi di persecuzione “inquietanti” e “tragici”, spera dunque che un argine venga presto posto dalla comunità internazionale. Fykse Tveit sottolinea la necessità di proseguire nella preghiera “per tutto il popolo iracheno e in particolare per le minoranze, cristiane e musulmane, che sono state costrette a lasciare le loro case”.

Nell’assicurare il sostegno dell’intera comunità ecumenica a tutte le Chiese in Iraq, il Consiglio ecumenico delle Chiese esprime “apprezzamento per il loro impegno per la costruzione di un dialogo costruttivo con le altre comunità religiose ed etniche del Paese in modo che il patrimonio pluralista delle società sia protetto e garantito”.

Come riporta l’edizione odierna dell’Osservatore romano, esistono diversi casi di musulmani che si sono mobilitati a difesa dei cristiani aggrediti dalle truppe dello Stato islamico. È successo, a Mosul, a un professore di pedagogia dell’Università, Mahmoud al ‘Asali, il quale si è esposto pubblicamente per condannare le persecuzioni anti-cristiane ed è stato per questo ucciso dai jihadisti. Il sito Ankawa elenca una serie di storie simili a quella capitata a questo coraggioso docente iracheno.

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