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La Russia e la regalità sociale di Cristo

Le critiche della Chiesa ortodossa russa al rapporto Usa sulla libertà religiosa nel mondo offrono spunti importanti per riconsiderare il giusto rapporto tra Cristianesimo e vita pubblica

In occasione della diffusione del rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo, pubblicato a fine luglio dal Dipartimento di Stato degli USA (1), Il Patriarcato della Chiesa ortodossa russa ha espresso alcune valutazioni critiche attraverso la voce dell’arciprete Vsevolod Čaplin, capo del dipartimento sinodale per i rapporti con la società. Secondo il prelato ortodosso, il rapporto in questione si contraddistingue innanzitutto per la mancata sottolineatura del fenomeno della cristianofobia nel mondo. Inoltre, la Russia viene messa sotto accusa proprio perché favorisce alcune comunità religiose a scapito di altre.

Nel commentare tali valutazioni, Čaplin ha rivendicato il diritto per il suo Paese di trovare un proprio modello nei rapporti fra religione, Stato e società, conformemente alla tradizione nazionale (2). La Russia si conferma così uno dei pochi Paesi al mondo che non teme di affermare la rilevanza pubblica del Cristianesimo, così come il suo riconoscimento privilegiato rispetto alle altre confessioni religiose. Questo approccio è in chiara controtendenza rispetto al laicismo contemporaneo: ciò che il prelato ortodosso ha criticato è in effetti la nozione di neutralità dello Stato moderno rispetto alle diverse confessioni, che caratterizza in particolar modo il modello statunitense attraverso il principio della libertà religiosa, recepito d’altronde dalle Costituzioni di tutti i Paesi europei.

Nel linguaggio corrente, il concetto di libertà religiosa è spesso fonte di grandi equivoci: con esso il senso comune intende soprattutto la libertà “in foro interno”, ossia la tutela della coscienza del singolo individuo dall’imposizione forzata di una qualsiasi convinzione etica o religiosa. Tale principio è da sempre stato riconosciuto dalla stessa dottrina tradizionale cattolica, secondo cui l’atto di fede individuale, per essere autentico, deve configurarsi come assolutamente libero. La libertà religiosa “in foro esterno”, che è quella affermatasi nelle odierne culture occidentali, è invece cosa diversa: essa teorizza la totale neutralità dello Stato, nella sua prassi corrente, da qualsiasi ispirazione morale che provenga dalla tradizione cristiana che pure ne ha permeato la storia.

A questa visione, affermatasi con la Rivoluzione francese e il liberalismo, la Chiesa cattolica ha opposto la dottrina della regalità sociale di Cristo. Elaborata nell’Ottocento soprattutto da autori francofoni, quali il cardinale Louis-Édouard-François-Desiré Pie e i sacerdoti Henri Ramière e Louis Bénard, essa culminerà poi nell’enciclica Annum Sacrum di Leone XIII (1899), in quella Ubi arcano di Pio XI (1922) e soprattutto nell’istituzione della festa di Cristo Re, proclamata dallo stesso papa Ratti nel 1925. Nella sostanza, tale dottrina riattualizza nel contesto moderno gli stessi principî che avevano governato le istituzioni europee nel Medioevo e nell’età moderna. In tale ottica l’ordine spirituale e quello temporale devono essere chiaramente distinti nell’esercizio delle rispettive funzioni – la Chiesa si limita a difendere e proclamare la fede e la morale, mentre solo lo Stato è chiamato ad amministrare, legiferare e governare – ma non separati nel fine ultimo cui tendono.

Il cristiano non può cioè credere seriamente che Gesù Cristo sia l’unica Via, Verità e Vita per tutti gli uomini (Gv 14, 6) e al tempo stesso ritenere desiderabile uno Stato e una comunità pubblica indifferenti per principio ai suoi insegnamenti. In tal caso, infatti, non avrebbe alcun senso l’evangelizzazione, che è appunto testimonianza e annuncio di un messaggio universale e non individuale; né tantomeno lo spirito missionario che manifesta in sé stesso il desiderio di convertire il prossimo. Il fatto che nella società esistano componenti non-cristiane – dall’ateismo alle altre confessioni religiose – implica ovviamente un principio e una pratica di tolleranza, cioè di ricerca dei migliori compromessi pratici in nome del rifiuto di qualsiasi costrizione e della pacifica convivenza civile. Ciò è tanto più necessario allorché i cristiani rappresentano una minoranza, come è il caso non soltanto dei Paesi musulmani ma delle stesse culture europea e nordamericana, avviate verso una scristianizzazione che si direbbe ormai inarrestabile.

L’ambizione del credente nel mondo dovrebbe però restare quella di cristianizzare la società in cui vive: di lavorare, ad esempio, affinché le festività religiose cristiane siano riconosciute come civili; affinché le istituzioni pubbliche sostengano e tutelino il matrimonio e la famiglia naturale; affinché gli incentivi alla cultura di massa, all’arte, all’educazione, promuovano e privilegino temi e valori permeati dal Cristianesimo. Si tratta d’un obiettivo che non si attua certo attraverso la coercizione, bensì grazie ad una costante attività culturale e civile in grado di influire sulla mentalità di tutti gli strati sociali. Soltanto in una società in cui la fede è praticata e vissuta nei costumi e nella vita quotidiana, l’ispirazione cristiana delle leggi non viene percepita come una violazione della libertà, ma al contrario come la corrispondenza naturale tra i valori dominanti e le regole attraverso cui la comunità stessa si governa.

Rinunciare a tale impegno, per converso, non vuol dire affatto rispettare i non credenti o le altre confessioni, ma semplicemente cedere di fronte a chi appare più determinato: la storia dimostra che l’equidistanza totale dello Stato da una qualsiasi concezione del mondo – e dunque la stessa “laicità” assoluta dello Stato – è nei fatti impossibile, poiché ogni popolo, ogni civiltà si riconosce sempre in valori concreti e specifici. Se tali valori non sono quelli cristiani, saranno allora quelli capaci di affermarsi con maggior vigore nel senso comune e nello spazio pubblico: che si tratti delle ideologie totalitarie del Novecento, del consumismo edonista delle società scristianizzate o della sharia che l’Isis impone oggi con violenza inaudita in Iraq.

La Russia contemporanea è certo un Paese pieno di contraddizioni e problemi: l’affermazione del ruolo privilegiato del Cristianesimo deve fare i conti non solo con una popolazione multietnica e multiconfessionale, ma anche con la specificità storica dell’Ortodossia che ha un rapporto complesso con le autorità civili, non privo di sconfinamenti e condizionamenti. Tuttavia, la sua storia recente può riportare all’attenzione dei cattolici la perennità della dottrina della regalità sociale di Cristo. Proprio in quelle terre dove l’ateismo è stato dominante per decenni si è assistito alla rinascita di valori cristiani nella popolazione: nessun processo è dunque irreversibile e la perseveranza è chiamata alla prova soprattutto laddove la battaglia sembra persa in partenza.

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Dario Citati è Direttore del Programma di ricerca «Eurasia» dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG)  [www.istituto-geopolitica.eu] e redattore della rivista Geopolitica [www.geopolitica-rivista.org].

NOTE

(1) International Religious Freedom Report, http://www.state.gov/j/drl/rls/irf/religiousfreedom/index.htm#wrapper

(2) Chiesa ortodossa: nel rapporto fra Stato e religion, Mosca può fare come vuole http://www.asianews.it/notizie-it/Chiesa-ortodossa:-Nel-rapporto-fra-Stato-e-religione,-Mosca-pu%C3%B2-fare-come-vuole-31778.html

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