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La poesia mariana di Elio Fiore

In occasione della solennità dell’Immacolata Concezione, un ricordo del poeta di “Miryam di Nazareth”, una pregevole raccolta di liriche dedicate alla Vergine Maria

Poi, d’improvviso un mattino / del 19 luglio ‘43 tutto scomparve / e rimasi per dieci ore sotto le macerie, / abbracciato a mia madre. Non lo sapevo / ma ascoltando il suo eterno grido, / fu in quel momento che divenni poeta”.

Nasce così la poesia di Elio Fiore, in quel tragico 19 luglio del 1943 a San Lorenzo, quando il popolare quartiere adiacente al Verano fu l’epicentro del primo bombardamento su Roma. Elio aveva, a quell’epoca, appena otto anni. Si salvò miracolosamente. Ma da quell’abbraccio alla madre non si sarebbe mai sciolto, sublimandolo nella visione poetica che avrebbe dato vita, molti anni più tardi, al poemetto Miryam di Nazareth, una pregevole raccolta di liriche dedicate alla Vergine Maria.

Vergine Madre, io non ti chiedo nulla,
ma dal Cielo, ti prego, assicura
mio padre e mia madre che sono attento
alla legge di tuo Figlio
al suo amore che mi chiede di perdonare
a chi mi ha fatto del male.
Miryam, in questo antico Ghetto,
eternamente lordo del sangue di David,
mi preparo con il rosario
di Lucia dos Santos
alla tua chiamata improvvisa.
Madre, perché tu sai
che di te sono innamorato
e se chiudo gli occhi,
se cammino in piazza Santi XII Apostoli
per andare al lavoro,
ti vedo illuminata di un sole
fisso nel tuo cuore immacolato,
con ai piedi la tua Rosa del Creato,
tessuta nel tuo eterno telaio.
Con tuo Figlio ti vedo
incessantemente rivestire
i miei fratelli uomini di luce,
brillare la tua gloria sul tuo servo
che nel silenzio di questa casa,
dove nel 1966 mi hai guidato,
ho accolto il tuo mistero colmo di musica.

*

La Chiesa cattolica, l’8 dicembre, celebra la solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria: il dogma promulgato da Pio IX l’8 dicembre 1854, secondo il quale la Madre di Dio venne preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento. Un dogma che è intuizione di una realtà trascendente e di cui si avverte l’eco in molte opere d’ispirazione mariana del ‘900, modulandosi in una varietà di registri che vanno dall’esaltazione dell’innocenza all’illuminazione della fede (basti pensare a poeti come Luzi, Rebora e Claudel).

Genuina poesia mariana è anche l’opera di Elio Fiore, e forse fu proprio questa particolare cifra identitaria a conquistargli la simpatia e la stima dei grandi maestri del suo tempo (da Carlo Bo a Mario Luzi a Eugenio Montale) fin dalla sua prima raccolta del ‘64, intitolata Dialoghi per non morire, che fu presentata da Giuseppe Ungaretti.

La raccolta Myriam di Nazareth, pubblicata da Ares nel 1992, appartiene all’ultima fase della sua produzione creativa, la più intensa, perché, in un breve volgere di anni, Elio Fiore diede alla luce altre tre sillogi di poesia – Gli occhi dell’universo (1995), Il cappotto di Montale (1996), I bambini hanno bisogno (1999) – prima di spegnersi a Roma nell’estate del 2002.

“Il suo poemetto Miryam di Nazareth, interamente dedicato alla Madonna, è quanto di più alto la poesia contemporanea ha prodotto sulla figura della Madre di Cristo”, afferma la scrittrice Maria Di Lorenzo, che conobbe personalmente il poeta e ne cura la memoria: per Elio Fiore, la vita si risolve in un audace atto di fede, nella convinzione che, “malgrado la storia continui a dilaniare la dignità e la libertà degli uomini”, prima o poi sorgerà su ogni creatura “l’alba di una felicità senza fine”…

Lasciami camminare
Madre di Dio, nel tuo rosario finale,
arco che squaderna luce e tenebre.
C’è tanto buio ancora, figlia di Sion,
ma voglio, nella salita aspra, superare
ogni prova, per ritrovare mia madre,
la Rosa che s’ingioia nel tuo Segreto:
l’Amore incarnato dell’Unigenito Figlio…

Sono versi che fanno pensare alla concezione di Mario Luzi (che, come si è detto, fu estimatore ed amico di Fiore), il quale vedeva nella complessità della figura mariana un “punto di connessione tra il tempo e l’eterno”. Maria ha in sé la pienezza della naturalità, e quindi accoglie in sé l’esperienza della nascita. Maria è un tramite tra Dio e l’uomo, promessa di salvezza dell’umanità intera.

*

La vita di Elio Fiore fu costellata di eventi tragici (dopo la distruzione della sua casa sotto le bombe, andò a vivere nel ghetto ebraico, dove assistette alle deportazioni naziste) ma anche di imprevisti momenti di bellezza: un giorno – come lui stesso racconta – decise di scrivere a Suor Lucia, la veggente di Fatima che viveva nella più totale clausura. Di lì nacque una corrispondenza e Suor Lucia gli inviò in dono un rosario a cui rimase molto legato: “…è con esso infatti che mi preparo ogni giorno alla chiamata del Signore”, affermò in un’intervista.

Concludiamo questo breve ricordo di Elio Fiore – che vuole celebrare, al tempo stesso, la solennità dell’Immacolata Concezione attraverso i versi di uno dei più sensibili cantori mariani – con una bellissima poesia che riconduce idealmente all’ispirazione pastorale di Papa Francesco per il Giubileo della Misericordia.

“Elio Fiore era talmente innamorato di Maria – scrive Maria Di Lorenzo – da riconoscerne i tratti moderni, attualissimi, nel volto di una homeless con figlio al seguito, su una strada addobbata per le feste natalizie, tra gente frettolosa e distratta, di una qualunque città dell’opulento mondo occidentale. Una sorta di natività mendicante che, come possiamo vedere, ben poco ha da spartire con l’immagine, oleografica e un po’ dolciastra, di tanta poesia devozionale mariana”.

Maria era tutta vestita di nero,
stava per terra, ferma, composta,
tra le braccia stringeva Gesù.
Sull’affollato corso i passanti,
andavano distratti, senza guardare,
senza dare una lira di elemosina.
Maria aveva gli occhi chiusi,
ma due lacrime scendevano
dal viso. Gesù mi sorrideva,
mentre s’accendevano le luci
sul mercato di lusso, sfavillante
di regali, di stelle e di angeli.
Gesù mi stringeva forte la mano
e in quel sorriso innocente,
sentivo tutto il dolore del mondo.

***

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